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Underneath. Pietro Paris per il suo disco d’esordio sceglie la profondità

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In un mondo che vede nella scalata, nella costante ascesa verso l’alto l’unica direzione per la realizzazione personale, la meta finale di un percorso che potrebbe designarsi come strada verso il successo, andare in profondità è andare controcorrente. Raggiungere la cima e restarci il più a lungo possibile, non importa come, non importa a quale prezzo è prassi comune. Scendere, cambiare rotta, andare a vedere cosa c’è un po’ più giù, in profondità però vuol dire arrivare al cuore delle cose, comprenderle ed è proprio dalla riflessione e dalla comprensione che scaturisce un successo autentico, dalla consapevolezza di aver fatto bene. È questo il messaggio che il contrabbassista Pietro Paris lancia con la sua prima registrazione da bandleader intitolata appunto “Underneath”, al di sotto, e pubblicata da Encore Music. Ad accompagnarlo in questa discesa in profondità il suo quartetto, composto da Paolo Petrecca alla tromba, Manuel Magrini al pianoforte e Lorenzo Brilli alla batteria, solida formazione che fa dello scambio e del dialogo uno degli elementi chiave di un perfetto incastro sonoro, in grado di bilanciare la linea scritta della composizione con una libertà improvvisativa basata su una reciproca e forte intesa. Ad arricchire l’organico delle voci del gruppo tre ospiti come Lorenzo Bisogno al sassofono tenore, Ruggero Fornari alla chitarra e Leonardo Radicchi al clarinetto basso.

Pietro Paris in Underneath ci regala 8 tracce autografe dai titoli densi di suggestioni, tracce mai avulse da qualcosa di personale, un ricordo, un momento della vita del musicista, un omaggio ai suoi maestri, e per questo particolarmente efficaci in quel ruolo comunicativo che assegniamo alla musica in via preferenziale. Anche se dire jazz significa dire tutto e niente, questo disco è inequivocabilmente jazz e per questo ci piace molto.

Ne abbiamo parlato con Pietro Paris in questa intervista.

Paola Parri: Naturalmente quello che colpisce subito è il titolo: Underneath: al di sotto. Dunque mi viene da chiederti al di sotto di cosa?

Pietro Paris: Underneath sostanzialmente è una direzione che negli ultimi anni è comparsa nella mia vita molte volte. Ho come l’impressione che nelle conversazioni quotidiane, nelle comunicazioni che ci arrivano attraverso la televisione, attraverso la quotidianità la direzione di un successo sia sempre verso l’alto. Si dice sempre “scalare una vetta”. Ultimamente invece ho scoperto di avere un’insana passione per andare in profondità nelle cose, per andare sotto, per togliere della roba in superficie e andare giù, andare a vedere che cosa c’è dietro quello che noi spesso vediamo. Questa profondità mi ha sempre dato una sensazione immediata di successo, di essere riuscito a fare qualcosa, di essere riuscito a capire della musica che sto studiando, delle cose che vorrei approfondire del mio stile, della mia idea di musica, dell’idea di musica degli altri. Spesso infatti è necessario andare più in profondità nella visione estetica dei musicisti che ti stanno intorno, oppure dei musicisti che incontri nei dischi, nelle composizioni. Insomma è proprio un moto a luogo nuovo che per me è particolarmente importante.

P.P.: Nel cd troviamo 8 tracce tutte composte da te e i titoli mi hanno incuriosita molto, quindi vorrei fare una piccola esplorazione del viaggio che ci proponi in questo tuo lavoro cominciando proprio dalla traccia di apertura: Bedford, che poi riprendi con una seconda parte anche verso la fine dell’album.

Pietro Paris: Sia la parte I che la parte II di Bedford sono dei piccoli omaggi ai miei maestri, che poi sono i maestri di tutti noi musicisti di jazz, quindi sono i nostri maestri nei dischi, come per me in particolare, Wayne Shorter, Miles Davis, Thelonious Monk e tantissimi altri. Bedford è un sobborgo di Brooklyn dove ha avuto luogo un aneddoto molto buffo, in particolare una fermata della metropolitana è stata un po’ la chiave di questo aneddoto e mi sembrava giusto mettere in connessione la città, che è un po’ il contenitore di questa musica che io amo particolarmente, l’omaggio ai maestri, e questi due pezzi che suonano in maniera particolarmente jazz.

P.P.: Euripide o anche A Song for Failures presentano forti legami con la letteratura: il grande tragediografo greco ed Eliot, poeta, scrittore. Sei un appassionato di letteratura Pietro? Quale è a tuo parere la correlazione che possiamo creare tra musica e letteratura?

Pietro Paris: Sono stato sempre un po’ appassionato sin da ragazzo alla letteratura, alla poesia e tutte le altre forme di espressione artistica. Dico sempre che tra tutte queste forme ho scelto la musica perché è quella con cui ho un rapporto più immediato e viscerale, però ho sempre pensato che fare il confronto, avvicinare forme artistiche diverse ci può far capire meglio quello che facciamo, le operazioni che compiamo o che fanno gli altri musicisti. La letteratura per me ad esempio ha questo incredibile pregio di essere molto strutturata intorno a correnti che stabiliscono in maniera spesso ferrea dei sistemi estetici, delle vere e proprie poetiche, e vedere come un artista come Joyce o Virginia Woolf costruisce il proprio sistema mi aiuta a creare delle associazioni con la musica, mi aiuta a capire quando delle associazioni sono necessarie, quando dei meccanismi sono un po’ forzati. In musica, non avendo oggetti, non parlando di concetti possiamo avere spesso difficoltà a delineare una poetica, a creare un collegamento, ma in realtà devi solo creare un linguaggio per capire questi collegamenti e farlo attraverso la letteratura, attraverso la pittura, mi aiuta moltissimo.

P.P.: A proposito di A Song for Failures, il pezzo è ispirato dal poema di Eliot dedicato a Il canto d’amore di J. Alfred Prufroc, un testo duro nell’espressione di un disagio sulla solitudine esistenziale e sull’impossibilità di comunicare. Un testo quanto mai attuale, che ne pensi? Come stiamo oggi?

Pietro Paris: Io sono diventato un po’ un fan del tempo ciclico, quindi credo che tante cose nel tempo non siano cambiate affatto, cambiano i contesti, i meccanismi, e questi cambiamenti poi fanno effettivamente mutare le cose, però credo pure che cambiano in maniera esattamente proporzionale a quanto noi rimaniamo gli stessi. Siamo in un’epoca in cui comunicare sembra diventato necessario quanto respirare e questa comunicazione spesso è molto frugale, molto povera, più emozionale che intima e invece credo che ancora sotto la superficie si muovano le stesse tempeste, gli stessi fuochi di cento anni fa. Fondamentalmente rimaniamo con le stesse pulsioni, le stesse curiosità, solo che cambia questa grande esteriorità proiettata continuamente che cerca anche di far uscire un lato emotivo che in realtà spesso diventa sempre estremamente semplificato e comune a tutti, ma poi sotto sotto nascondiamo delle individualità molto forti, delle fragilità. La fragilità è una grande forza che ci consente di capire cosa ci sta intorno. Se non siamo fragili nei confronti delle cose vuol dire che le cose non ci sono abbastanza vicine probabilmente. Quindi credo che questo momento sia un momento di forte disagio, forse anche perché siamo costantemente messi alla berlina e se non ci mettiamo un po’ alla berlina siamo fuori dai rapporti con gli altri.

P.P.: Chi sono i tuoi compagni di viaggio in Underneath? Quali caratteristiche possiedono che contribuiscono a rendere questo gruppo così solido? Vuoi farci un loro breve ritratto?

Pietro Paris: Comincerei dai musicisti che fanno parte del mio quartetto e in particolare dalla sezione ritmica, da Lorenzo Brilli, straordinario musicista e bellissima persona che nasce come percussionista classico ma è un formidabile batterista di jazz. Ha avuto la possibilità di studiare negli Stati Uniti, di approfondire il linguaggio, di andare alla fonte e stabilire un rapporto viscerale con la batteria, fare una grande operazione di sintesi tra ciò che è necessario al momento e l’idea di una coerenza. Ha questo grandissimo equilibrio nel trovare una rapida soluzione a ciò che sta succedendo nel brano, ma allo stesso tempo a metterlo in relazione con la orizzontalità della composizione. Questa dote per me è molto preziosa. Poi c’è Manuel Magrini, il pianista che completa questa ritmica, che viene anche lui da una storia di moltissima musica classica, ma possiede anche una enorme capacità creativa. Mi fa pensare sempre a una sorta di diga che viene aperta e produce musica in maniera incontrollata. Spesso mi diverte molto non dargli eccessive indicazioni perché so che è la condizione in cui lui può dire la sua, mettendolo anche di fronte a ciò che non è predeterminato anche lui è quasi costretto ad avere una visione orizzontale su quello che stiamo suonando. Un equilibrio perfetto con Lorenzo! Con Paolo Petrecca, il trombettista, ci siamo conosciuti sui banchi di Siena Jazz e vi siamo anche venuti a trovare a Grosseto con Danilo Tarso! Paolo è una persona che mi ha colpito per le sue qualità umane. Siamo molto amici e passiamo del tempo insieme e soprattutto è un trombettista dalla vena lirica spiccatissima. Ha una capacità di cantare, di non rendere le cose troppo cerebrali nel suo modo di approcciare alla tromba è sempre in equilibrio tra eleganza e canto e questa cosa mi ha sempre intrigato molto. Anche lui è un grande appassionato di musica afroamericana, della sua tradizione, della sua storia, dei suoi maestri, quindi abbiamo subito trovato un territorio comune dove poter avere uno scambio diretto.

Gli ospiti nel disco sono molto importanti per me perché rappresentano un po’ il completamento della comunità con cui sono a contatto la maggior parte del tempo che passo qui a Perugia. Sto parlando di Ruggero Fornari alla chitarra, chitarrista geniale che si occupa anche di producing, quindi si muove tra elettronica e diversi ambienti connessi. Ha un approccio chitarristico che riesce a mettere in connessione elementi provenienti dal soul., dal blues, dal RnB, dal jazz al jazz europeo. Ha un suono personale e riconoscibile. Leonardo Radicchi è la persona con cui ho fatto la mia prima data nella vita a 15-16 anni, siamo quindi cresciuti insieme e dopo esserci persi di vista per un po’ ora ci siamo ritrovati. E’un sassofonista che si è prestato per me a suonare il clarinetto basso con assoluta perizia. Mi piace l’idea di averlo coinvolto con uno degli strumenti che suona, perché lui suona molti strumenti a fiato, e ha al clarinetto basso un suono molto particolare. E’ in uno dei pezzi che consente di improvvisare in maniera più free rispetto ad altri brani del disco e per quello specifico brano l’energia, il modo di pensare di Leonardo era perfetto. Infine Leonardo Bisogno, un sassofonista che ha vinto l’Urbani questa estate, un tenorista anche lui che viene dalla musica classica e che ha avuto possibilità di studiare negli Stati Uniti con Tim Armacost, Antonio Hart e ha dunque una grandissima eredità sulle spalle che ha riportato in Italia ed era il completamento perfetto per un pezzo come Bedford I che necessitava di una coppia di fiati che eseguisse il tema e che poi ci ha regalato un solo in apertura del disco incredibile.

P.P.: Abbiamo detto che le tracce sono tutte tue. Quanto c’è di scritto e quanto di improvvisato?

Pietro Paris: Hai toccato un tasto per me fondamentale. Io sono un grande fan della composizione. Non posso dire di aver studiato tantissimo la composizione, ma sono molto curioso e quindi mi sto sempre più portando avanti perché è un terreno che mi interessa tantissimo. Io credo che il primo ingrediente per saper improvvisare bene è saper comporre bene, conoscere i meccanismi della composizione soprattutto di costruzione melodica che ci permettono di improvvisare bene. Tendenzialmente nei miei brani c’è un’applicazione alquanto puntuale di alcuni principi di composizione che però devono rendere possibile a tutti i musicisti un approccio improvvisativo molto personale. Quindi cerco di non chiudere i solisti in dei meccanismi, ma cerco di rendere il gruppo il più liquido possibile e di farlo confrontare con un materiale tematico o con un materiale fatto di colori, di accordi che siano uno stimolo piuttosto che una gabbia. Dunque la mia composizione si ferma a un certo punto nel momento in cui credo che questi elementi diventino troppo restrittrivi.

P.P.: Suoni anche altri strumenti?

Pietro Paris: Purtroppo no, perché il contrabbasso mi assorbe molto. Cerco di studiare più musica classica possibile col contrabbasso. Ho cominciato come bassista elettrico, strumento che per un po’ di tempo avevo abbandonato ma che ho ripreso in mano quest’anno seriamente. Per quanto spesso questi due strumenti vengano associati, in realtà hanno ognuno le sue sfumature, le sue difficoltà. Ovviamente il mio strumento di riferimento per la composizione è il pianoforte per comporre bene. Lo uso moltissimo soprattutto per quello che riguarda la parte armonica dei brani che scrivo.

P.P.: Il momento storico che stiamo vivendo è molto complesso. Ancora si fanno sentire gli effetti della pandemia in un certo senso. La musica, soprattutto l’attività live, ne ha risentito molto. Voglio farti una domanda un po’ controcorrente e chiederti se a tuo parere qualcosa di positivo questo momento ha portato al mondo musicale.

Pietro Paris: Secondo me sì, ma non vorrei essere frainteso e quindi premetto che per me la situazione è stata estremamente grave, con un carico di dolore, di sofferenza e di difficoltà inimmaginabili. Detto questo, dico anche che quel momento di stasi a cui siamo stati costretti sicuramente ci ha fatto entrare in contatto comunque con una dimensione diversa, nella quale non devo stare veramente a correre dietro alla cosa successiva, ma posso fermarmi perché tutti sono fermi e sono costretto a fare delle considerazioni che poi sono proprio quelle che ti assalgono in momenti di questo tipo. Secondo me aver fatto i conti con una dimensione umana così particolare, noi che effettivamente ci occupiamo di umanità, ci ha fatto mettere in connessione queste cose e ho sentito tantissimi musicisti che hanno cominciato ad avvicinarsi ad altre forme d’arte, ad altre letture, o semplicemente a prendere in considerazione altre cose che prima non erano state prese in considerazione. Io ho potuto riprendere le mie letture, le mie ricerche, studiare in modo diverso, forse meno convulso e più legato a un concetto di otium, nel senso di fare una cosa per il gusto di farla e non per l’obbiettivo di portare a casa qualcosa.

P.P.: Parliamo di futuro. Prossimi progetti?

Pietro Paris: L’estate è in arrivo e quindi ci saranno festival e concerti, cosa che mi rallegra tantissimo. Sto preparando una residenza artistica in Portogallo grazie un bando che ho vinto con il Midj qualche tempo fa e che per il Covid non ho potuto fare prima quindi è slitatta al 2022 e sto organizzando la partenza decidendo il periodo.

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