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Roberta Di Mario. La musica che ti ruba l’anima è “Illegacy”. Intervista

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Roberta Di Mario. La musica che ti ruba l’anima è “Illegacy”. Intervista, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Roberta Di Mario. La musica che ti ruba l’anima è “Illegacy”. Intervista

Pianista e compositrice di formazione classica, Roberta Di Mario attraversa la scena musicale assorbendo esperienze eterogenee, dal teatro al jazz, dal pop alla musica contemporanea, fino a forgiare una personale cifra stilistica che si esprime pienamente nelle sue composizioni. Passione, impegno, tenacia, espressione, sincerità, ampiezza di visione sono queste le caratteristiche che emergono all’ascolto attento della sua ultima fatica discografica intitolata “Illegacy” (Warner Music Italy – Publishing: Red&Blue/Abiudico/ I Mean).

Dieci tracce a firma di Roberta Di Mario che ci immergono nel suo mondo, ma che al contempo schiudono le porte della nostra immaginazione su scenari interiori universali, perché in fondo è questo il potere della musica: comunicare l’invisibile patrimonio collettivo di emozioni del genere umano.

Illegacy” è un album da “vedere” oltre che da ascoltare. Roberta Di Mario è da sempre vicina al cinema, una propensione che ben si esprime in questa registrazione, dove per ogni traccia è stato girato un videoclip che rende in immagini quanto le note e il pianoforte dell’artista “cantano”. Il pianoforte di Roberta DI Mario, gli archi suonati dal polistrumentista Federico Mecozzi con arrangiamenti realizzati anche con suoni campionati, una traccia in piano solo, tutto evoca stati d’animo, immagini, emozione.

Roberta Di Mario in questa intervista ci ha raccontato come e dove nasce la sua musica, i suoi progetti, la sua visione artistica.

Paola Parri: “Illegacy” è il tuo ultimo lavoro discografico, un lavoro strumentale che include 10 tracce. Parliamo del titolo. Cosa significa? Cosa hai raccontato in questo album?

Roberta Di Mario: “Illegacy” è un termine rubato alla fantasia, nel senso che non esiste. Esiste “illegally”, ma non “illegacy”, che è invece l’unione di due termini. Il primo è “illegal” (il primo brano del disco si intitola “Illegal Song”) ed è appunto questa musica illegale. Io chiamo così la musica che ruba l’anima, perché quando ho scritto questi pezzi e anche ogni volta che li suono, grazie alla magia della musica, c’è questa anima che viene rubata perché toccata in qualche modo da emozioni, da sensazioni forti. “Legacy”, l’altro termine contenuto nel titolo, indica le radici, l’eredità, perché “Illegacy” per me è il viaggio di ritorno verso casa. Dopo due album che mi hanno vista in veste non solo di pianista, ma anche di cantautrice, questo disco è completamente strumentale. È un progetto di pianismo contemporaneo, per cui sono tornata alla musica strumentale, pianistica, che è il mio primo amore, perché io nasco come musicista, poi c’è stato questo periodo che io chiamo “periodo blu”, dove ho voluto dare voce alla voce e alle parole come cantautrice e poi sono ritornata a casa non solo in veste di interprete, ma anche di compositrice.

P.P.: Da dove nascono le tue idee musicali? Sono luoghi fisici, o della memoria, o è pura immaginazione?

R.D.M.: Non c’è mai una regola quando c’è un’ispirazione, sicuramente è il mio vivere, il mio sentire sia all’istante sia come vissuto. In genere faccio decantare quel vissuto e quel sentire fino a trasformarlo attraverso le note. Tutto sta nel riuscire a fare esperienze, provare sensazioni e avere la fortuna di riuscire a trasformarle in musica, che è poi un privilegio di noi musicisti. Quindi queste idee sono tutto quello che vivo, tutto quello che ascolto, sono un luogo che ho vissuto, uno sguardo che ho incontrato, un pensiero che mi ha attraversato la mente. Non c’è una regola. Ovviamente il titolo un po’ etichetta quella che è stata la tua ispirazione. Questi titoli in inglese sono anche un po’ aleatori, aiutano, danno un respiro più internazionale che ti permette di spaziare un po’ di più. “Illegacy” è proprio questo: 10 tracce che corrispondono a tutto ciò che io ho vissuto e sentito nella mia vita e che mi rispecchia molto anche adesso.

P.P.: Il disco ha un’atmosfera molto intima. Per te la musica è un fatto personale?

R.D.M.: Sì. Poi Nel momento in cui scrivi il pezzo non è più tuo, diventa piuttosto di tutti e questa è la bellezza della condivisione della musica. Comunque sicuramente la musica è un fatto personale, è un’urgenza, una necessità, è ossigeno nel momento in cui mi sento inquinata da pensieri storti, da cose negative che la vita ti fa vivere, magari anche non gravissime. Sono vittorie, ma sono anche battaglie perché non è affatto semplice. La musica mi permette non solo di trasferire emozioni, ma anche di aggrapparmi in qualche modo come a un’ancora di salvezza, è cura dell’esistenza. Mi piace però poi sempre condividerla, è bellissimo pensare che anche solo uno degli spettatori riesca a sentire quello che hai sentito tu quando lo hai scritto. Penso che questa sia una vittoria e una conquista.

P.P.: Nove di queste dieci tracce sono eseguite da te al pianoforte con l’apporto del polistrumentista Federico Mecozzi. C’è una sola traccia in piano solo: “Musica bianca”. Componi al pianoforte solitamente? Il pianoforte cosa rappresenta per te? Si può dire in un certo senso che rappresenti la tua voce?

R.D.M.: Io definisco sempre il pianoforte come l’estensione del mio essere. Suono il pianoforte dall’età di 5 anni e dato che ne ho 45 puoi capire quanta vita abbiamo passato insieme. Sono cresciuta al pianoforte. Per me mettere le mani sul piano, scrivere, suonare è come bere un goccio d’acqua, non perché ci sia leggerezza priva di impegno, c’è in realtà tanto impegno e tanto studio, tanto lavoro, piuttosto nel senso che mi riesce facile e credo che questo si possa definire in qualche modo talento, quindi ho approfittato di questa mia predisposizione, qualcosa che arriva dall’universo, non da me, per cui devo ringraziare. Mi risulta tutto molto naturale, suonare, muovere le mani sui tasti bianchi e neri.

P.P.: “Illegacy” ha una componente fortemente visiva, non a caso i pezzi che compongono il disco sono legati a dei videoclip. C’è una tua particolare attitudine verso la scrittura di musica per il cinema?

R.D.M.: Sì, ho già scritto un paio di colonne sonore, ad esempio per un docufilm su Botero e stiamo entrando in questo mondo perché sembra davvero dal feedback, ma anche da quello che percepisco io stessa mentre scrivo, che nel Dna della mia musica ci sia qualcosa che conduca alle immagini. Proprio per definire ancora di più questa potenzialità della mia musica abbiamo deciso di unire le tracce a dieci videoclip per permettere allo spettatore di essere proiettato in un mondo di bianco e nero, di colore, in un certo tipo di cinema anche francese, ad esempio “Duende”, che è stato girato a Parigi. A giorni uscirà il mio settimo video, del brano “Uncomplicated”. Entro la primavera compiremo questo percorso dei dieci videoclip per le dieci tracce del disco.

P.P.: Musicalmente è difficile ascrivere questo tuo lavoro a un genere preciso. Tu hai una formazione molto ampia, che parte dal mondo accademico e fa esperienze diverse per arrivare a una tua sintesi personale. Credi che oggi abbia ancora senso parlare di generi musicali?

R.D.M.: Sicuramente ci sono universi sonori differenti, ad esempio il mondo del jazz, il mondo del pop, il mondo del cantautorato, tutta la musica classica, però io ho sempre considerato la musica unica, una, senza distinzione tra musica di serie A o musica di serie B. Questa definizione, con l’attribuzione di una certa superiorità alla musica classica, l’ho percepita nei miei anni di Conservatorio, cosa che in un certo senso mi ha fatto soffrire. Io vengo dalla musica classica, quindi la musica classica è dentro alle cose che scrivo, perché io scrivo ciò che ho sentito, ciò che ho vissuto, perché siamo il risultato, soprattutto noi musicisti, di quello che abbiamo ascoltato e suonato. Quindi dentro la mia musica c’è veramente di tutto.

Io definisco la musica semplicemente musica buona e musica non buona. La musica buona è quella che ti scuote, che ti colpisce, che ti permette davvero di vibrare per qualcosa che hai sentito, per qualcosa che ti tocca. Non c’è altra distinzione, perciò, nei miei dischi e nei miei live, passare da Mozart ai Coldplay è naturale, perché è musica bella, è musica buona. Compongo in questi termini, senza darmi nessun tipo di confine, non ci sono barriere, si sono soltanto le note, ci sono delle vibrazioni e ci sono le emozioni che scaturiscono da queste note.

P.P.: Cosa pensi della musica in rete? Ritieni che i moderni mezzi di comunicazione della musica possano davvero supportare un artista nel far conoscere la propria musica?

R.D.M.: Sicuramente la rete ha permesso una velocità di diffusione e condivisione maggiore. Questo ha anche portato però ad avere una moltitudine di progetti, di proposte musicali. Bisogna quindi secondo me impegnarsi ancora di più a fare la differenza nella qualità, dal momento che di quantità al momento siamo saturi. La differenza la devi fare nella qualità e nell’originalità della tua proposta. Quindi come ogni novità la rete ha portato cose positive e cose negative. YouTube oggi è la nuova televisione. Questi videoclip che noi abbiamo pubblicato arrivano a più persone e conferiscono maggiore visibilità a “Illegacy” di Roberta Di Mario. La qualità premia sempre e porta alla permanenza e alla resistenza.

P.P.: Da donna a donna. La tua esperienza tutta femminile di una vita in musica. È ancora difficile far sentire la propria voce in ambito musicale? Perché?

R.D.M.: C’è una certa predominanza numerica della presenza maschile sulla scena maschile, non si capisce perché. Oggi con i canali a disposizione di cui parlavamo prima, la rete, i social, le opportunità anche per una donna esistono. Resta in ogni caso una certa supremazia maschile per retaggio storico. Nel pianismo contemporaneo infatti, con questo mio progetto, mi sento anche un po’ sola. Siamo davvero in poche in questo ambito. Diverso nella musica classica, dove sono moltissime le concertiste. Questa esiguità di presenza femminile nei progetti di pianismo contemporaneo da una parte mi aiuta, perché mi consente di differenziarmi, di essere distinguibile, non solo per la tipologia musicale, ma anche per il fatto di portare la gonna. È ancora presente il tema, e le cronache di questi tempi lo confermano, del potere maschile, ma io credo che noi donne se abbiamo qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, forse siamo anche più capaci perché siamo più potenti. Noi creiamo la vita, quindi se riusciamo a creare la vita possiamo fare davvero tutto. Perciò con tanta perseveranza e tanta determinazione, con passione e serietà, penso che una donna possa arrivare a raccontare ancora meglio.

P.P.: Progetti futuri?

R.D.M.: Un nuovo disco, tanti live in giro per l’Italia, per l’Europa e poi scrivere per il cinema, una bella colonna sonora che possa raccontare chi sono e soprattutto che possa raccontare il cinema che mi ha scelto.

 

 

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