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Il racconto “notturno” di Remo Anzovino. Intervista

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Il racconto “notturno” di Remo Anzovino. Intervista

Si intitola “Nocturne” il recente lavoro discografico che il pianista e compositore Remo Anzovino ha pubblicato per Sony Classical. Incastonato nella forma del Notturno di chopiniana memoria ascoltiamo il racconto di una di quelle notti in cui il viaggio interiore rappresenta trasformazione, esperienza dal segno indelebile. Quattordici tracce a scandire altrettante tappe di questo percorso che Remo Anzovino percorre con il suo pianoforte. Registrato a New York, Tokyo, Londra e Parigi questo lavoro guarda ai ritmi della vita contemporanea con sguardo interiore profondo per scrutarne la solitudine, la dimensione di un tempo accelerato che impalpabile passa, la caducità.

Un album intimo e lirico che apre uno spazio di riflessione e ci induce a rubarlo quel tempo per noi di cui sempre necessitiamo e che a fatica avanza, ogni giorno, sul far della notte, a riscoprire e godere di quella bellezza spesso invisibile agli occhi eppure presente nelle nostre vite.

Remo Anzovino condivide questa nuova storia musicale con la London Session Orchestra e alcuni musicisti di calibro internazionale a cui affida la voce della contemporaneità con strumenti provenienti da luoghi lontani che testimoniano il melting pot culturale odierno e la totale assenza di barriere tra linguaggi che nella musica trovano un fertile terreno di incontro. Dunque una forma classica, quella del notturno, che nelle belle melodie composte da Anzovino e nelle sue elaborazioni armoniche trova un linguaggio moderno.

Ne abbiamo parlato proprio con Remo Anzovino in questa intervista.

Paola Parri: “Nocturne” è il tuo recente lavoro discografico pubblicato per Sony Classical. Il titolo naturalmente rimanda ad atmosfere notturne. Ci sono notti che ti cambiano la vita? Dove e come nasce questa musica?

Remo Anzovino: “Nocturne” è un disco composto da 14 brani che descrivono le emozioni di una sola notte che ti può cambiare la vita, non necessariamente perché in questa notte accada qualcosa di speciale, ma perché succede qualcosa di importante dentro di te, cambi, evolvi, soprattutto nella relazione con il mondo esterno.

Il disco è una sorta di romanzo che dura una notte sola, una musica che descrive quattordici stati emozionali legati a un cambiamento importante di qualunque essere umano di qualunque estrazione sociale e attitudine, che non richiede troppo impegno se non quello di prenderti ogni tanto del tempo per te.

Il tempo per te stesso è un tempo importante, perché la bellezza del tempo che meritiamo e che ho cercato di descrivere con questo disco sta nel fatto che nel nostro mondo il tempo corre a una velocità impensabile rispetto a 10 anni fa e che questo, per me, non è negativo, attiene piuttosto a un fenomeno che dobbiamo riuscire a interpretare cercando di non farci travolgere dalla velocità e riuscendo ad avere sempre una visione personale della vita e del tempo che cambia.

Quindi la descrizione di questo disco è in quella che considero una caratteristica fondante del nostro tempo: la solitudine umana. La solitudine in realtà non è un fatto negativo, è piuttosto qualcosa di strettamente legato alla contemporaneità e anzi questo disco indaga e descrive in modo delicato e potente la nostra dipendenza dalla solitudine, una dipendenza che ognuno di noi riempie in un modo diverso. Nel riempire questa solitudine da cui tutti siamo dipendenti entra tantissima bellezza, che è la bellezza dello stupore che ogni tanto proviamo nell’accorgersi che ci sono delle cose ancora in grado di farci vibrare il cuore.

Queste emozioni sul pentagramma io immaginavo fossero le medesime da oriente a occidente e sono andato a verificare. Il disco è stato registrato infatti in diverse città: Tokyo, Londra, Parigi e New York, luoghi in cui davvero ho capito che le emozioni sono le stesse. In ogni angolo del mondo le persone prendono la stessa metropolitana, sono felici, infelici, però pur nella grande diversità di cultura quello che le accomuna sono le emozioni.

P.P.: Hai scelto una forma, quella del Notturno. Vuoi parlarci di questa scelta?

R.A.: In generale quando devo raccontare attraverso i suoni mi è fondamentale scegliere una forma, perché ritengo in generale che in musica la forma sia importante almeno quanto la sostanza.

La forma del Notturno mi era assolutamente congeniale perché storicizzata in una caratteristica che è quella della composizione breve, del suono del pianoforte molto soffice, ovattato, proprio perché di notte si tende a parlare a un volume più basso, soprattutto quando tendi e metterti in ascolto con te stesso e dire cose più vere con meno maschere e fronzoli.

Questa struttura storicizzata ha al massimo due temi musicali e un caratteristico elemento appassionato. In particolare l’intenzione che ho avuto è stata quella di ascoltare e leggere i celeberrimi 21 Notturni di Chopin e in particolare di alcuni di questi Notturni ho maniacalmente estratto la planimetria, la piantina geometrica, non i contenuti, che chiaramente hanno valore inestimabile, ma sono stati scritti da un genio dell’Ottocento che non aveva certamente ascoltato quello che un musicista può ascoltare oggi.

L’intenzione è stata quella di usare queste piantine geometriche su cui erigere le mie piccole case, riempirle della mia notte, dei suoni, delle armonie, delle soluzioni melodiche del mio tempo, in cui chiaramente si può aver ascoltato i Joy Division, Miles Davis, Led Zeppelin, Coldplay. Questi ascolti entrano nella musica di “Nocturne”. Penso a un brano come “Nocturne in Tokyo” o “Storm” o “Miss You” o ancora “Valse pour une femme” o “Estasi”, dove tra l’altro il grande differenziale che ho portato è fare un disco che avesse il pianoforte come canto della notte, della bellezza, di una notte importante, a cui però aggiungere dei suoni che normalmente nel notturno pianistico non esistono perché il notturno in genere è per piano solo.

Invece ho realizzato un brano con gli ottoni della London Session Orchestra che è “Estasi”, tre brani con l’orchestra, archi al completo, che sono “Still raining”, “Galilei” e “The Stars”. Poi ho creato dei duetti emotivi con quattro strumenti autentici, unici, che provenissero da una cultura lontanissima dalla mia e che sono in particolare il duduk armeno, che sentiamo suonato da Vardan Grygorian, le ondes martenot suonate da Nadia Ratsimandresy, il cristallarmonio suonato da Gianfranco Grisi e la straordinaria parte di violino cinese suonato da Masatsugu Shinozaki, primo violino dell’Orchestra Sinfonica di Tokyo. La scelta di strumenti lontanissimi per cultura derivava dall’idea di innestare sulla forma del notturno come forma del racconto di emozioni di quattordici stati emotivi di una notte suggestioni di luoghi lontani come il Giappone o l’Armenia senza scimmiottare, scrivere cioè la musica che mi appartenesse completamente come radice europea e in particolare come matrice profondamente italiana nella ricerca del gusto della melodia, ricerca che tra l’altro era fondamentale nell’estetica dei Notturni di Chopin, perché erano chiaramente ispirati al bel canto italiano dell’Ottocento.

Nel mio caso è qualcosa che appartiene al mio patrimonio culturale quale compositore italiano. L’idea era far arrivare dei suoni lontani per verificare un cortocircuito sonoro e cioè dimostrare che la musica di un europeo, di un italiano che non scimmiotta le musiche delle altre culture poteva essere suonata da musicisti che portavano scale, ritmi, soluzioni di visione del piano solo che nessun europeo avrebbe potuto portare in questa musica.

P.P.: Nei tuoi pezzi un elemento predominante è quello della melodia. In un momento in cui la musica va spesso sempre più nella direzione della rarefazione, della sintesi, spesso dell’astrazione, qual è a tuo parere il peso che la melodia esercita su chi la scrive e chi la fruisce?

R.A.: Sin dal mio primo lavoro ho lavorato sulla melodia e sulla capacità di scrivere melodie, perché la sentivo come la mia cifra distintiva, un dono che avevo ricevuto quello della facilità nello scrivere una melodia e su cui in questi anni ho lavorato tanto.

Però anche tutto il mondo legato all’astrazione e non alla melodia è entrato nella mia musica, perché la mia musica ha ricevuto un contatto molto forte dallo studio di musicisti che io ho molto amato come Steve Reich, o i lavori di Brian Eno sulla musica d’ambiente o a tantissime cose di Arvo Part che ha fatto un lavoro di iper semplificazione.

Tutto questo è entrato nella mia musica con scelte di arrangiamento e di essenzialità del suono ed è stato influenzato da ascolti antitetici ad ascolti melodici che rendono la mia musica sicuramente lirica, emozionante, ma mai mielosa. La scelta molto forte da parte mia è stata tenere insieme la mia attenzione alla melodia e la sua declinazione in modo moderno, cioè riuscire a fare melodia oggi senza mai apparire vecchi, superati, anzi dimostrando che la melodia quando è scritta nel nostro tempo può essere ancora più moderna e avere ancora più presa di tante musiche che magari sono puro esercizio di stile privi di contenuti musicali nuovi.

P.P.: Un giorno, quando eri bambino, un pianoforte entra in casa tua, poi cosa è accaduto? Oggi cosa rappresenta per te lo strumento?

R.A: Ho sempre avuto una relazione fortemente differenziata con la musica e con lo strumento pianoforte. Sono due rapporti completamente diversi e quasi separati. Il rapporto assoluto è con la musica, nel senso che è il rapporto con una cosa che mi tiene in vita.

La mia grande gioia oggi è ascoltare ogni giorno un disco diverso, analizzare una partitura diversa che va da Luca Marenzio nel Rinascimento per arrivare fino ai Coldplay passando per tutto quello che è successo, quindi un’avidità completa che passa dallo studio profondo del contrappunto fino alle Hungarian Sketches di Béla Bartók.

Questa è sempre stata la mia relazione con la musica dove non è mai esistita una musica di genere, è sempre esistita piuttosto la musica in tutte le sue possibilità e declinazioni, che vanno dall’elettronica alla sinfonica.

Lo strumento è stato sicuramente una grande tavolozza su cui immaginare suoni, il mio più grande amico sin da ragazzino ed è stato sempre lo strumento con cui ho potuto dialogare e immaginare anche gli altri strumenti suonando le parti. Nel momento in cui, in maniera inaspettata, sono diventato anche un performer, non sono un virtuoso, sono semplicemente uno che scrive la sua musica e la esegue al pianoforte, per farlo a un certo punto ho deciso di studiare seriamente lo strumento per suonare bene e mi gratifica molto il fatto che mi venga riconosciuto un mio stile.

Ho da sempre una relazione con il pianoforte, una relazione intima, quasi di sensualità. Per me il pianoforte ha sempre rappresentato una bellissima donna difficile da conquistare e con la quale ho sempre un rapporto di devotissimo corteggiamento quotidiano, come ti capita quando sei profondamente innamorato di una donna bellissima e irraggiungibile. Questo rapporto di devozione non deve mai essere timore reverenziale, ma quando devi suonare devi avere un’adeguata preparazione tecnica finalizzata a esprimere meglio le cose che vuoi dire.

Nella mia carriera mi è capito spesso di scrivere musica. In questo momento sto componendo una colonna sonora di un film importante introdotta da Nexo Digital che si intitola “Hitler contro Picasso”, un film documentario internazionale che narra della storia dell’arte degenerata quando nel 1937 Hitler confiscò i più grandi capolavori di Matisse, Picasso e molti altri, un lavoro per orchestra sinfonica dove probabilmente non ci sarà il pianoforte.

Per questo motivo ti dicevo che la mia relazione è molto scissa e molto diversa anche emotivamente. La relazione con la musica comanda qualunque tipo di cosa che riguardi anche il pianoforte. Anche quando suono il pianoforte, dal vivo soprattutto, come performer delle mie opere, sul palcoscenico è come se il 99% di me fosse nella musica e l’1% fosse invece spettatore di quello che sto facendo. Sono sempre molto attento a capire. Penso sia importante quando si scrive, quando si suona essere sempre un po’ spettatori di quello che si fa, tenere la giusta distanza dal proprio ego e dare la migliore musica al pubblico.

Sono fermamente convinto che la musica ha senso solo c’è qualcuno che la ascolta e quindi se fai della musica che non suscita alcun interesse, alcuna emozione, penso che si perda una funzione fondamentale e storica della musica. La musica è nata sicuramente per mettere in connessione le emozioni con quelle della maggior parte di persone possibile.

P.P.: Oltre che ascoltare potremo anche suonare le composizioni di “Nocturne”?

R.A: Sì. Dopo il volume uscito per Volontè & Co nel 2012 intitolato “The Best of”, che racchiudeva la trascrizione pianistica di 16 composizioni tratte dai miei lavori, di questo disco di Sony Classical, “Nocturne”, Volontè & Co pubblica il libro integrale della trascrizione da me curata per pianoforte.

Questa è una cosa di cui sono profondamente felice e grato all’editore, perché è uno strumento didattico straordinario, dal momento che puoi ascoltare il disco e contemporaneamente con le trascrizioni puoi analizzarlo e suonarlo.

La mia trascrizione infatti è in forma classica, dunque pensata per chi non sa improvvisare, quindi non ha sigle armoniche, ha la mano destra e la mano sinistra, i segni di espressione, i segni di pedalizzazione, anzi è ricchissima di contenuti espressivi. Penso che sia un ottimo strumento parallelo per i ragazzi che studiano pianoforte o per gli insegnanti che lo insegnano, parallelo rispetto ai grandi testi di letteratura che vanno studiati per tutta la vita.

Ogni brano ha una tonalità diversa, un tempo diverso, un’atmosfera diversa e quindi suonarlo è un bel viaggio sia per chi studia il pianoforte che per chi invece suona a livello amatoriale. I brani sono di difficoltà diverse.

Un saluto tutti gli amici di Pianosolo.

 

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