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Il caleidoscopico paesaggio sonoro dei Preludi di Chopin. Gloria Campaner

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«E così ho capito che dovevo assolutamente fermarmi e in qualche modo scattare una polaroid del paesaggio sonoro che stavo vivendo, raccontarlo a me stessa e agli altri, mettendolo bene a fuoco e per sempre a nudo. Svelandone le insidie, assaporandone le strettoie, accarezzandone tutti gli scorci e i panorami. Ma i 24 Preludi non sono una foto, sono un viaggio. Un viaggio nel respiro del mondo, nell’emotività umana, nell’animo di Chopin: che in un solo gesto, finito, “ha scritto l’infinito” (George Sand)». Esordisce così la pianista Gloria Campaner nel booklet del suo recente lavoro in studio interamente dedicato ai 24 Preludi Op.28 di Fryderyk Chopin e pubblicato da Warner Classics.

E così la seguiamo nel suo viaggio personale attraverso queste piccole forme in cui Chopin ha racchiuso un intero universo poetico, lirico, emotivo, sentimentale, una tavolozza di colori cangianti, a tratti tenui, a tratti accesi. Il paesaggio è mobile, dinamico, la visione del viaggiatore muta ad ogni movimento. Uno spostamento metaforico che a livello sonoro in Chopin è spostamento del cuore.

Il pianismo di Gloria Campaner segue l’andamento del cuore, si sposta da un Preludio all’altro seguendone il battito che irregolare procede tra slanci eroici, intima riflessione, sogno e appassionata tragicità. È il cuore di Chopin, ma è anche il cuore di questa artista che porta con questa registrazione il passato nel presente a ricordarci l’universalità atemporale del sentimento umano. Il corpo e la mente, le dita e l’anima, tutto concorre in questa interpretazione, in cui indiscussa eccellenza tecnica della pianista passa in secondo piano rispetto alla pienezza dell’espressione, a lasciarci un messaggio di profonda empatia, a far vibrare le corde di un’umanità rinnovata.

A raccontarci questo viaggio nei “Preludi” Op. 28 abbiamo parlato con Gloria Campaner in questa intervista.

Paola Parri: Hai scritto che i Preludi di Chopin sono un viaggio. Cosa ti ha indotto a compiere questo tuo viaggio nella sua musica?

Gloria Campaner: Chopin ci propone un suo viaggio nei Preludi, un viaggio che parte dalla sua visione della natura tradotto in emozione, l’emozione del suo animo profondamente umano, e lo fa in quest’opera che, come un caleidoscopio, raccoglie tutte le armonie, tutte le tonalità della musica, le tonalità maggiori e minori, quindi è viaggio continuo dalla luce all’ombra. Questo non può dunque non rappresentare un viaggio anche per chi oggi suona i Preludi, che sono come delle piccole cattedrali, pur nel loro essere come gesti sospesi. Non preludono a niente, ma sono architetture minuziosamente costruite e ancora oggi sono attuali, intense, forti, un po’ come una playlist di Spotify. Per cui ho voluto fare questo viaggio, anche con il desiderio di volerli mettere tutti insieme. I preludi li studi da quando sei bambina, ma metterli insieme è un’altra cosa.

P.P.: La musica di Chopin credo accompagni la vita, i sogni e perché no anche gli incubi di tutti i pianisti, eppure è la più amata probabilmente, la meta a cui si tende musicalmente. È la più amata anche da noi umili ascoltatori. Perché a tuo avviso? Quali sono gli elementi che la avvicinano universalmente a tutti noi?

G.C.:  Secondo me la forza con cui Chopin si è dedicato a un solo strumento, al pianoforte, cosa che ha portato George Sand ad affermare che “ha scritto l’infinito”, nella più grande poesia e lirismo ancora oggi è un esempio. Chopin è il Romanticismo. Anche in una bellissima melodia dei nostri giorni possiamo sentire l’influenza di Chopin che appunto è il padre dei padri di tutta questa spinta romantica e ancora oggi insegna come si scrive una melodia meravigliosa. Io come sai amo Schumann, ma lo studio di questa musica mi ha insegnato molto sul pianoforte, andando oltre la tecnica, perché è poesia pura a va suonata accuratamente.

P.P.: I Preludi sono un’opera composita, registri stilistici differenti e spesso contrastanti si alternano in queste piccole forme, la loro è una lingua mobile. A livello interpretativo come hai affrontato questa immensa varietà?

G.C.: Premesso che per suonare questa musica occorre mettere il cuore oltre l’ostacolo, il cuore oltre la tecnica, perché alcuni preludi sono veramente molto difficili da suonare, è interessante che Chopin abbia chiamato questi brani solo Preludi. Altri dopo di lui lo faranno, ma Chopin fu davvero un innovatore usando questa definizione, perché storicamente il preludio era una parte di qualcos’altro, di una suite ad esempio, o precedeva una fuga o ancora preludeva a qualcosa di più importante. In Chopin invece i Preludi sono gesti sospesi, quasi orfani, come dei piccoli racconti molto intensi che si spostano in questo viaggio attraverso il caleidoscopio delle tonalità. Ogni Preludio dunque ha la sua struttura che cambia ogni volta, che accompagna la tonalità che la richiede e dunque assolutamente credo che occorra cercare la variatio, cosa che ho evidenziato anche nella copertina del disco: tanti colori, tante sensazioni, tante emozioni, tanti stati d’animo differenti, come un paesaggio che guardi cambiare dal finestrino, un paesaggio sonoro che va vissuto fino all’ultimo istante perché nel tempo di un respiro cambia immediatamente senza appunto avere quasi il tempo di riprendere fiato che siamo già in un altro paesaggio sonoro, completamente diverso, con colori ed emozioni diversi, e tutto un altro modo di raccontarlo con la musica.

Gloria Campaner_PH Nicola Allegri

P.P: Chopin è dunque riuscito a concentrare ed esprimere in queste piccole forme di volta in volta un mondo intero, talvolta raccontando storie con un inizio e una fine, altre solo suggerendo, alludendo. Che ne pensi di questo più in generale delle piccole forme?

G.C.: Io adoro le piccole forme, la miniatura musicale, l’aforisma e tutto quello che è suggellato in poche note, in poco spazio, in poche battute, perché tutto il mondo, un intero universo, può essere racchiuso in poche incredibili armonie e per questo è una grande forza. Mi piace il dettaglio, la frammentazione dei gesti che poi, riuniti, finiscono comunque con il raccontare una storia finita. Questi Preludi alla fine sono come dicevo delle piccole cattedrali, sono scolpiti, dipinti, incisi con una minuzia di dettagli, di particolari, pur essendo un volo, un flash, un inizio di racconto, magari a volte solo una vampata o talvolta una carezza, è questa la loro bellezza. A volte non c’è bisogno di avere un grandissimo sviluppo per esprimere un’emozione o lasciare un messaggio, anzi così si lascia lo spazio necessario a comprenderlo pienamente, a continuare la storia come meglio vogliamo.

P.P: Parliamo per un istante delle sessioni di registrazione. So che si sono svolte a Tontoloa, nei Paesi Baschi francesi, a pochi chilometri dal paese natale di Maurice Ravel, presso lo studio La Fabrique des Ondes fondato dal compositore, produttore e ingegnere del suono David Chalmin in collaborazione con le pianiste Katia e Marielle Labèque. Raccontaci qualcosa sulla la scelta di questo luogo particolare.

G.C.: Questo progetto è pieno di frasi tipo “se non…”. Se non avessi avuto qualche anno fa un invito dalla Società del Quartetto di Milano ad eseguire l’integrale forse non mi sarei mai cimentata nello studio così approfondito di quest’opera. Se non ci fosse stata una pandemia e un lockdown forse non avrei avuto il tempo di concentrarmi così tanto e di dedicare una ricerca così profonda su questa musica e probabilmente anche l’occasione di poter fare un lungo viaggio verso questo studio di registrazione delle sorelle Labèque, con la possibilità di passarci molto tempo, di poter stare con loro che non erano in tournée e trasformare così quello che era un silenzio della musica nel mondo in un silenzio creativo che ha lasciato una traccia indelebile nella mia vita con questa produzione. È stato un regalo immenso di cui sono veramente grata. Ho scelto quindi questo luogo magico perché, oltre ad essere in compagnia di grandissimi professionisti, aveva anche questa magia di trovarsi ai confini tra Francia e Spagna nei Paesi Baschi, emulando proprio quanto fece Chopin scrivendo i Preludi tra la Francia e l’isola spagnola di Mallorca, una corrispondenza questa del tutto casuale che però mi riempie di gioia raccontare perché è andata proprio così.

Gloria Campaner_Ph Nicola Allegri

P.P.: Ti faccio una domanda che forse non ti ho mai fatto nei nostri incontri passati. Qual è il tuo stato emotivo quando ti immergi nella realizzazione di un disco. Quali sono le emozioni e le paure? Che effetto ti fa riascoltarti?

G.C.: La cosa bella di poter fare un disco è provare a se stessi e al mondo che queste arti meravigliose come la musica o anche la danza, arti che apparentemente non lasciano traccia perché si estinguono in un gesto o nella vibrazione di un suono, possono lasciarla invece eccome, non solo nell’esperienza di ascoltare la musica dal vivo, ma anche nella traccia impressa in una registrazione discografica. È un gesto molto bello e importante, non tanto per voler fermare il tempo o dire una cosa una volta per tutte, non è questo lo scopo, è piuttosto il desiderio di scattare una fotografia, una Polaroid, un’istantanea sul paesaggio sonoro che si può vivere in questa musica e fermarla per un attimo, anche se poi il concerto dal vivo è sempre una cosa molto diversa.

È bello riascoltarsi! Magari ci si arrabbia a volte e si vuole subito migliorare. Moltissimi pianisti proprio su questa opera hanno realizzato più di una registrazione, come Pollini o Sokolov. E quindi è un’opera che può accompagnare un artista per un’intera vita e si può aver voglia di trasmetterla agli altri in più occasioni. Questa per me è la prima volta e non posso negare che mi accompagnerà così a lungo che magari a un certo punto avrò voglia di rimescolare le carte e cambiare il messaggio. Però avere qualcosa da dire è una cosa importante in sé e l’esperienza di un disco in studio è bellissima, anche se non contiene l’adrenalina del concerto dal vivo. Si può fissare quella sensazione in un disco registrato live certo, cosa che ho fatto in passato, ma quell’esperienza molto intima che si fa vicino ai microfoni quando puoi riascoltarti, dove puoi non fermarti finché non trovi il suono o il fraseggio che volevi, quello che volevi comunicare dal tuo più profondo, tradotto dalle dita ai tasti alle corse del piano, questa è un’altra esperienza molto viva e intima, che ti mette in connessione profonda con la musica, con il compositore, con l’opera immensa che stai cercando in qualche modo di tramandare semplicemente accorciando la distanza tra il passato e il presente, tra te e le tue riflessioni e quello che vuoi trasmettere.

P.P.: Dopo Chopin altri grandi compositori hanno dedicato la loro penna alla forma Preludio, penso a Debussy, Rachmaninov, Scriabin… Domanda politicamente scorretta. A chi di questi tre compositori dedicheresti la tua prossima fatica discografica e perché?

G.C.: Come dicevo Chopin è stato un po’ il primo a dare dignità a questa forma in modo tale che possa esser anche fine a se stessa e non debba necessariamente precedere qualcosa di più importante, ma anzi ha forza proprio in questo suo non avere un dopo. È bello vedere quanti dopo Chopin hanno preso spunto e si sono ispirati a lui scrivendo musica meravigliosa. Io adoro i Preludi di Debussy e anche quelli di Rachmaninov, sono due autori che amo, però forse, parlando proprio di fatica e parlando di qualcuno che era proprio visionario e che ha spinto le sue visioni forse un po’ oltre un gesto, oltre la scrittura, mi dedicherei a Scriabin. L’ammirazione infinita che aveva per Chopin e l’evidente voglia di emulare per poi spingersi più in là con quella che era l’estetica e lo stile che lo contraddistinguevano, ci portano a sentire questa ispirazione nei Preludi di Scriabin e quindi se dovessi pensare alla sfida di altri preludi sarebbero quelli di Scriabin.

P.P.: Concludo chiedendoti dunque come è andato questo tuo viaggio e cosa porterai con te?

G.C.: Questa musica uno la può vedere passare così, da un finestrino, vedendo questo paesaggio sonoro muoversi, cambiare così cangiante e sempre diverso, alla fine apparentemente si è fermi ma non è così, perché si sta viaggiando e quindi non si è mai gli stessi e questa musica è come tuffarsi su un’acqua che è sempre diversa. Non troverai mai la stessa acqua anche se ti tuffi nello stesso mare, nello stesso fiume e quindi, per citare ancora George Sand che ha scritto che Chopin ha dedicato tutta la vita a scrivere sempre la stessa musica ma sempre diversa, è proprio questa la lezione da portare con me: cercare un messaggio, uno stile, un modo di esprimersi per poi cambiarlo sempre, rimanendo però vicini al cuore di quello che si vuole dire, di quello che si è, alla propria autenticità, quindi avere sempre qualcosa da dire per dare un messaggio personale. Questo è quello che io credo in generale per quanto riguarda la musica e l’espressività artistica ed è quello che faccio nel mio piccolo. Penso sempre che si debba accorciare la distanza e che bisogna sempre metterci dentro il proprio cuore. Questo Chopin lo insegna moltissimo, perché questa musica è sempre liquida, cangiante, sospesa, incredibilmente colorata cosa che è una grande palestra per allenare questa flessibilità. Con un po’ di coraggio ce la si può fare.

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