Home Classica Perché non riusciamo a suonare come gli altri (più bravi)

Perché non riusciamo a suonare come gli altri (più bravi)

0
GD Star Rating
loading...
CONDIVIDI
Perché non riusciamo a suonare come gli altri (più bravi), 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Una delle obiezioni più frequenti che sento sollevare dagli studenti di pianoforte è la seguente: “Quando suono io questo brano, non viene così bene mentre quando lo suona il mio maestro (o quando lo sento suonare da quelli bravi su YouTube), il brano è totalmente differente”.

Oppure: Perché quelli bravi riescono a far sentire un certo brano in maniera particolare mentre a me che lo sto studiando, mentre suono alcune note mi sembrano addirittura sbagliate?

O ancora: Perché pur facendo le note giuste, con le dita giuste…  mi viene sbagliato comunque?

Dov’è il trucchetto?

In realtà non si tratta di trucchi: un pianista, di qualsiasi livello, si ritroverà sempre ad affrontare una partitura complicata (ad esempio, per chi comincia, uno studietto del Beyer, può essere complicato, mentre per chi è diplomato, uno studio trascendentale di Liszt può essere altrettanto complesso). Ogni pianista ha i suoi turbamenti, le sue difficoltà.

Se prendiamo per esempio il ritornello di Comptine d’un autre été di Yann Tiersen, noteremo che il pianista esperto, che ha studiato la musica sia dal punto di vista teorico che da quello pratico, riesce a capire che all’interno di questo ostinato in realtà c’è una figura ben precisa che è data dalle ultime note di ogni battuta.

    Il pianista esperto riesce a distinguere quali sono le note cardine (che sono quelle che bisogna far sentire di più) e quelle che invece bisogna far sentire di meno.

    Non tutte le note hanno la stessa intensità e importanza. Alcune note devono risaltare di più.

    Oltre alla necessità di evidenziare le note che costituiscono il tema di un brano,

    quando si inizia a studiare il brano lentamente e, ripeto, chiunque di noi, a qualsiasi livello, ha le proprie difficoltà su determinati spartiti. In particolare arriviamo a notare delle cose spesso strane.

    Supponiamo ad esempio che io stia studiando il ritornello di questo pezzo molto lentamente e suono a mani separate (perché è sempre una buona cosa studiare a mani separate): ad un certo punto arriva quel momento in cui unisci le mani e unendole ti rendi conto di una grande dissonanza.

    Ti domandi: “Ho suonato le note correttamente?” In effetti, ho suonato le note giuste: ho un Do alla mano destra e un Si alla mano sinistra e, messi insieme, distando fra di loro un semitono (anche se qui stiamo parlando di un intervallo di nona), è chiaro che stonano.

    Però, altra piccola cosa che voglio insegnarti è che le cose che lentamente possono stonare, in velocità non stonano affatto.

    Infatti, questa stonatura di Si alla mano sinistra e Do alla mano destra, non la senti in velocità, ma solo lentamente.

    Quando suoni lentamente, le dissonanze sono più accentuate.

    Il compositore quando ha scritto il ritornello di questo brano, non ha pensato se le note della mano sinistra potessero stare bene o meno con quelle della mano destra… tutto quello che ha fatto è stato pensare ad un’armonia ovvero a un accordo.

    Il compositore ha pensato che sulla mano sinistra voleva mettere l’accordo di Mi minore (che è formato dalle note Mi-Sol- Si) e sopra, con la mano destra, voleva metterci altre note.

    Quindi, invece di rendere l’accompagnamento banale facendo un accordo (quello che io chiamo accordo fisso), ha deciso di scomporlo in un altro modo.

    Stiamo parlando sempre di un accordo di Mi minore ma è stato scomposto in un altro modo e, ad un certo punto, scomponendolo in questo modo, ritroviamo la dissonanza esposta sopra.

    Il compositore ha pensato a creare un arpeggio, un accompagnamento, degli accordi spezzati (chiamiamoli come vogliamo) con la mano sinistra, consapevole del fatto che, prima o poi, avrebbero potuto creare delle stonature con la mano destra ma che questo non avrebbe rappresentato un problema (per via della velocità e del fatto che queste “stonature” cadono sui tempi deboli della battuta).

    Altra cosa, di cui io faccio sempre tesoro e porto sempre come esempio ai miei studenti, è un episodio che mi è successo nel 2013 quando stavo iniziando a studiare il primo scherzo di Chopin.

    Quando lo studiavo lentamente (tornando al discorso che quando fai le cose lentamente possono suonare male) capitava nell’introduzione, in quel passaggio in cui la sinistra suona Mi# e Re contemporaneamente nel registro grave del pianoforte.

    Pensavo: “Ma come è che quando lo sento fare da quelli bravi, questa stonatura qui non si sente?

    Comunque, continuavo a studiare, prima lentamente, ma poi, man mano che diventavo più veloce, quell’intervallo iniziava a darmi meno fastidio.

    Fino a che l’ho velocizzato sempre più e ho capito che questo in realtà per Chopin era quasi un effetto scenico, un effetto speciale più che delle note reali.

    Quindi, la genialità di questi compositori, secondo me, è anche nell’aver pensato prima, nella propria mente, la riuscita del brano eseguito in velocità!!!

    Questa, secondo me, è la grande genialità.

    Quindi, se stai studiando lentamente un pezzo, non aver paura, non temere se magari suoni male in un primo momento perché è ancora in fase di costruzione.

    Puoi trovare la corretta metodologia di studio all’interno di PowerMind il nostro corso dalla durata di svariate ore che è sempre in aggiornamento: verranno caricate tante nuove lezioni e le riceverai sempre in aggiornamento con tutti questi trucchi e consigli sul Metodo di studio.

    Pianosolo consiglia

    LASCIA UN COMMENTO

    Please enter your comment!
    Please enter your name here