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Rebecca Rischin, Per la fine del tempo. La storia del Quartetto di Messiaen (Ottotipi)

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Rebecca Rischin, Per la fine del tempo. La storia del Quartetto di Messiaen (Ottotipi)

a cura di Vincenzo Martorella

Nel 1940, con l’invasione tedesca della Francia, il compositore Olivier Messiaen viene catturato insieme ad altri soldati francesi e recluso in un campo di prigionia a Verdun. Qui incontra il clarinettista Henri Akoka e il violoncellista Etienne Pasquier. L’incontro si rivela subito grande fonte di ispirazione per Messiaen che proprio a Verdun compone Abîme des oiseaux, brano che corrisponderà al terzo movimento del suo “Quartetto per la fine del Tempo”, opera capitale nel contesto della musica cameristica novecentesca alla cui genesi, e non solo, la clarinettista Rebecca Rischin dedica un volume edito da Ottotipi.

L’autrice narra infatti la storia peculiare di questa composizione che nasce e viene eseguita per la prima volta in un campo di prigionia tedesco. Nello stesso 1940 infatti Messiaen viene trasferito nello Stalag VIII-A, un campo vicino Görlitz, a 70 miglia da Dresden, dove incontra anche il violinista Jean le Boulaire. Qui la composizione viene completata ed eseguita per la prima volta nel gennaio del 1941 di fronte a una platea di prigionieri di guerra grazie alla passione musicale di un ufficiale del campo che rende possibile qualcosa di altrimenti inimmaginabile.

La narrazione si basa su fonti autentiche, prime tra tutte le interviste che la scrittrice raccoglie, in particolar modo il violoncellista Etienne Pasquier, che la Rischin incontra prima della sua scomparsa e il violinista Jean le Boulaire, poi dedito a una brillante carriera come attore.

Un volume dedicato alla ricerca della verità che sottende la creazione artistica di quest’opera, centrale non solo nella produzione di Messiaen, ma nel contesto novecentesco in generale. Il Quartetto di Messiaen, con la sua peculiare storia, nel tempo ha sempre costeggiato il confine del mito con aneddoti e una sorta di realtà complementare talora creata dallo stesso Messiaen. Basti pensare che il compositore amava raccontare del violoncello con sole tre corde, dato sconfessato da più parti, solo per fare un esempio.

È un tempo duro quello della prigionia, un tempo di fame, freddo, paura, ma su tutto si staglia il gigantesco potere elevatore della musica e della fede che ispira e permea tutta l’opera del compositore. Proprio la fede è il principio a cui corrispondono alcuni capisaldi della sua scrittura musicale: lo studio del canto degli uccelli, l’idea di suono-colore e il ritmo. Il titolo del Quartetto rimanda all’Apocalisse, al passaggio in cui è un angelo ad annunciare proprio questa fine del tempo, che è poi, come scrive la Rischin quanto fa Messiaen in questa composizione. Superando infatti il tradizionale concetto di ritmo e metro il compositore scatena un’apocalisse musicale nella quale uno dei pilastri della composizione, il tempo appunto, non esiste più.

Rebecca Rischin riesce nel non facile compito di narrare i fatti sviscerandone la verità, non tralasciando un esaustivo excursus sul “dopo” Stalag dei protagonisti, indagandone la psicologia ed esaminandone le vicende personali, e al contempo di fare luce sugli aspetti squisitamente musicali del “Quartetto per la fine del Tempo”, opera di rara bellezza nata dalla profondità del pensiero e dalla fede di Messiaen in un periodo storico dove davvero la fine del Tempo sembrava vicina.

Il libro lo trovate in libreria o a questo link.

 

 

 

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