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Nella mente del compositore: Rossano Pinelli e Nôtre-Dame de le Babenzele

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Si intitola Nôtre-Dame de le Babenzele l’ultima fatica compositiva di Rossano Pinelli, una registrazione che esce per la label Stradivarius e in cui possiamo ascoltare 10 brani del compositore magistralmente eseguiti al pianoforte da Andrea Rebaudengo e Giovanni Mancuso. Un disco che potremmo definire quasi una summa di differenti stilemi linguistici di quel macrocosmo che è la musica, nella sua evoluzione storica e nella sua funzione di esplorazione permanente, di spinta in avanti in un percorso che sembra infinito. Dalla produzione della Scuola di Notre-Dame di Parigi alla musica dei Pigmei Aka passando attraverso il jazz, la minimal music o autori come Brahms e Ligeti, la via percorsa da Rossano Pinelli nelle sue composizioni apre a multiformi suggestioni e ci regala all’ascolto un lavoro originale ed avvincente.

Ne abbiamo parlato con il compositore in questa nostra intervista.

Le fotografie sono di Elisabetta Scalvini.

 

Paola Parri: Nôtre-Dame de le Babenzele è il titolo del tuo recente progetto discografico per cui hai composto ovviamente le musiche ed eseguito magistralmente da Giovanni Mancuso e Andrea Rebaudengo. Questo titolo deriva da una doppia “presenza” musicale: da un lato la celebre Scuola di Nôtre-Dame di Parigi, dall’altro la musica dei Pigmei Aka. Quali sono i criteri di questo originale accostamento? Come ti è venuta l’idea?

Rossano Pinelli: Beh, prima di tutto sono due mie grandi passioni. Ritengo Leoninus e Perotinus – i compositori della scuola parigina di cui ci sono pervenuti alcuni lavori – due colossi che hanno scritto musica meravigliosa, coinvolgente ed emozionante. Il secondo, soprattutto, è a mio avviso il primo genio assoluto della Storia della Musica occidentale, uno dei più grandi compositori di tutti i tempi. Alla sua epoca (1160-1230 circa) non c’era quasi nulla e si è inventato pressoché tutto: quest’uomo ha già impostato la forma mentis del pensare la musica – ricavare idee dalle idee – per i secoli a venire, tutti gli siamo debitori. Viderunt Omnes e Sederunt Principes sono capolavori assoluti di sconvolgente bellezza, mirabili sintesi tra razionalità e ispirazione – ed eterni, senza tempo.
La musica dei Pigmei Aka, o Bayaka o Baka o BaBenzele – come questo popolo chiama sé stesso – è anch’essa una fonte di stupore continuo per la strepitosa complessità delle poliritmie, che generano un’eccitazione musicale straordinaria ed incessante. Ho avuto la fortuna di sentirli dal vivo diversi anni fa – oltre ad averne ascoltato numerose registrazioni – e sono rimasto sbalordito per la facilità sconcertante con cui praticano numerosi strati ritmici sovrapposti, allo stesso tempo indipendenti e interconnessi, dando l’illusione di ascoltare linee ritmiche che procedono a diverse velocità. Ho studiato questa musica e ho provato a riprodurne alcuni effetti che mi interessavano. Del resto non è una novità, ben prima di me vi sono illustri esempi: sia György Ligeti che Steve Reich hanno studiato a fondo questa musica e hanno scritto dei brani che hanno sottolineato, oltre alla strabiliante complessità ritmica, la profonda connessione con le poliritmie della musica medievale, soprattutto con l’Ars Subtilior. Ligeti, in particolare, nei suoi Studi per pianoforte ha creato un nuovo modo di pensare la musica che è debitore delle poliritmie africane, e dal quale sono stato a mia volta influenzato.
La scelta di rifarmi alla Scuola parigina o alla musica dei Pigmei è dovuta ad un mio desiderio costante di mettermi in connessione con civiltà lontane nel tempo e nello spazio, di connettermi con l’ancestrale, l’archetipico, di farmi ispirare dalla forza delle cose dette per la prima volta – dove mi pare che si celino le più importanti verità.

P.P.: Parliamo della composizione che dà il titolo al cd: Nôtre-Dame de le Babenzele. Se non sbaglio è la più recente tra quelle presenti nel lavoro discografico. Qual è la sua genesi?

E’ partito tutto da un progetto che avevo in mente da qualche tempo, ovvero realizzare un disco con la mia produzione per pianoforte che ritenevo più significativa. Solo che, per arrivare alla durata standard di un cd – intorno all’ora di musica -, mi occorreva ancora una ventina di minuti. Ho pensato quindi di scrivere un brano per pianoforte a 4 mani di questa durata che completasse il disco ma che al contempo fosse il “pezzo forte”: un brano esteso concepito in una campata sola, una forma ampia con cui, da tempo, sentivo la necessità e il desiderio di cimentarmi. Cercando di scandagliare profondamente nelle mie passioni musicali per trovare ispirazione, mi sono soffermato appunto sulla musica dei due Maestri di Nôtre-Dame e sulla musica etnica centrafricana, così come ho precedentemente descritto. Da questo impulso è nato quindi questo brano: che presenta anche, oltre alle due principali fonti di ispirazione (che peraltro danno il titolo al pezzo), altre suggestioni, da Brahms a Ligeti alla minimal music ed altro, nella ricerca di una sintesi linguistica.

P.P.: Il tuo lavoro compositivo si caratterizza per una costante ricerca che fa tesoro delle sue acquisizioni, le assorbe e le incanala verso la creazione di un tuo linguaggio personale, multiforme a livello di influenze eppure unitario nella sostanza. Come ti sei mosso in questo lavoro? Qual è stata la direzione?

R.P: Come accennavo prima, la mia ricerca va nella direzione di una sintesi linguistica tra le istanze che mi hanno ispirato e continuano ad ispirarmi tuttora. Considerando che i miei ascolti vanno dall’Epitaffio di Sicilo a tutto ciò che c’è di buono nella produzione contemporanea (passando naturalmente per tutto il repertorio della Grande Musica), ciò che si verifica è proprio l’assorbire ciò che mi suggestiona e riproporlo nella mia scrittura. I miei modelli in questo senso sono Stravinskij, Ligeti, Andriessen, insomma i grandi fagocitatori di Storia della Musica, che hanno saputo visitare materiali estremamente eterogenei per poi riproporli nel loro linguaggio personalissimo e inconfondibile, plasmandoli attraverso la loro potentissima personalità. Nel mio piccolo, ci provo anch’io; non per un desiderio di imitazione o emulazione, ma per necessità. Se, nonostante la varietà delle influenze, si percepisce un’unitarietà stilistica nella mia produzione, mi fa piacere – e in fondo credo sia naturale, poiché la forma mentis con cui affronto la scrittura alla fine è sempre la stessa.

P.P.:I n Nôtre-Dame de le Babenzele sentiamo alternarsi brani per piano solo a brani per pianoforte a 4 mani. I pianisti che eseguono le tue composizioni sono Giovanni Mancuso e Andrea Rebaudengo, due pianisti con una importante formazione e carriera nel contesto della “classica”, ma al contempo con esperienze jazzistiche. Perché hai scelto proprio questi due artisti per le tue composizioni?

R.P: Prima di tutto sono artisti straordinari. Andrea è un pianista eccelso, facente parte dell’Ensemble Sentieri Selvaggi di Milano, uno dei gruppi più quotati nell’esecuzione di musica contemporanea, sia dal punto di vista della qualità esecutiva che della scelta dei repertori; inoltre è pianista dell’Ensemble del Teatro Grande di Brescia e suona regolarmente con altri grandi musicisti (ad esempio, suona in un duo pianistico fisso con un’altro grande della tastiera, Emanuele Arciuli). Giovanni, oltre ad essere anch’egli un pianista di alta classe, è un compositore geniale e altrettanto bravo come direttore d’orchestra, quindi di multiforme talento. Entrambi hanno un repertorio che spazia dalla musica cosiddetta eurocolta al jazz, essendo entrambi magnifici improvvisatori, passando attraverso la frequentazione della musica di compositori poliedrici e “tangenziali” come ad esempio Frank Zappa.
Hanno la mente aperta a 360° ed erano le persone giuste per affrontare pezzi come i miei, che sono influenzati da suggestioni di varia estrazione musicale. Lavorare con Giovanni e Andrea è stata una grande fortuna, un enorme privilegio e qui li ringrazio ancora per il grande entusiasmo l’assoluta dedizione con cui hanno affrontato la mia musica.

P.P.: Fermiamoci un istante a parlare di pianoforte. Che ruolo riveste nel tuo processo compositivo e più in generale nella tua vita musicale?

R.P: Compongo al pianoforte, anche quando scrivo musica orchestrale o per banda – che adoro – o per ensemble, distaccandomene a più riprese per “ascoltare” mentalmente ciò che scrivo. Ma sul pianoforte scopro e trovo combinazioni armoniche, unità ritmiche, insomma abbozzi di idee che poi possono diventare definitive o ulteriormente tornite ed elaborate. Per me il pianoforte è uno strumento per l’esplorazione musicale: ma è anche un compagno di vita, una frequentazione quotidiana, uno strumento che mi ha sempre accompagnato e che sempre lo farà. Premetto che non sono un gran pianista – non mi sono mai diplomato pur avendo una buona pratica – ma è il mezzo attraverso il quale esercito la mia pratica quotidiana. Tutti i giorni suono qualcosa di Bach: pezzi che ho studiato o sto studiando per mio diletto personale – ad esempio, in questo periodo sto studiando la Suite Inglese in La minore – oppure leggendo pezzi dal Clavicembalo ben temperato, Invenzioni, Partite.

Ma anche leggendo quartetti per archi, partiture orchestrali, così come vengono, facendo errori anche, ma tenendo sempre in esercizio il cervello, le orecchie aperte e apprendendo così un numero sempre crescente di partiture.

P.P.: Lo Svejk Studio è uno dei brani più ampi contenuti del cd per il quale ti sei ispirato al celebre lavoro di Jaroslav Hasek “Il buon soldato Svejk” critica al militarismo tanto più feroce in quanto condotta all’insegna della satira e che quanto mai oggi sembra essere di forte attualità. In questo difficile tempo, segnato dalla pandemia e da una guerra in corso, da diseguaglianze sociali, disparità economica, contrasti politici, quale può o deve essere a tuo parere il ruolo della musica?

R.P: La musica non può che essere una panacea universale, portatrice di Bellezza e Armonia. E’ il suo compito, da sempre. E’ l’antitesi di ogni orrore e bruttura del mondo, è il (non)luogo ideale, l’Idillio, l’Arcadia, l’Età dell’Oro. Non perché sia un pretesto per coprirsi occhi e orecchie e non voler vedere e sentire ciò che di brutto c’è nel mondo, ma semplicemente perché più nel mondo vediamo gli orrori e più dobbiamo contrapporci con tutte le nostre forze per portare nel mondo Bellezza e Armonia – sono per me due concetti fondamentali, universali e imprescindibili – con la Musica, con l’Arte: ma anche con il rispetto assoluto della Natura e semplicemente con il rispetto e la gentilezza in generale, insomma tutto ciò che c’è di bello e buono. Il Male esiste: e per questo noi dobbiamo perseguire il Bene, è un imperativo categorico, almeno per me. Il buon soldato Švejk è il mio libro di riferimento da quasi quarant’anni. Oltre che Švejk Studio, ispirandomi al capolavoro di Hašek ho scritto anche Opodeldok (di cui Švejk Studio è sostanzialmente un’emanazione), un melologo per voce recitante, pianoforte e percussione in cui ho utilizzato e collazionato parti del romanzo – quelle che mi sembravano più significative per il mio progetto – per comporre una narrazione unitaria, un racconto nel quale Bene e Male si contrappongono; e il finale del pezzo vuol essere un trionfo del Bene, un ritorno alla situazione arcadica – o semplicemente umana – dell’inizio
del romanzo, che vede il protagonista chiacchierare amabilmente con la sua affittacamere in una scena come ce ne possono essere innumerevoli nella vita di una persona. E’ una scena di perfetta pacificità quotidiana, e per questa ragione di una assoluta bellezza. L’aver scelto il romanzo di Hašek non è stato tanto il contenuto antimilitarista (che peraltro mi trova assolutamente d’accordo) quanto il proclamare l’ideale di una pacifica vita quotidiana, lontana da ogni forma di violenza e ingiustizia, proclamare l’assoluta bellezza della “banalità” dei gesti di tutti i giorni, “la dimensione mitica della vita quotidiana” (per dirla con le parole di Thoreau, antimilitarista e pacifista convinto), contro la logica demente e apocalittica di ogni guerra e ogni conflitto – la guerra è semplicemente la più orrenda e stupida azione mai concepita dall’Uomo.

P.P.: In Nôtre-Dame de le Babenzele si percepisce una certa complessità strutturale dei pezzi, una frequente alternanza tra consonanze e dissonanze, tra vuoto e pieno, un percorso di ascolto che tiene viva l’attenzione anche in virtù di antitesi musicali. Non è forse questo scontro una metafora dell’esistenza stessa, dell’accidentato percorso esistenziale che tutti noi percorriamo? Che ne pensi?

R.P: Mi fa piacere che l’ascolto di questo pezzo abbia evocato “l’accidentato percorso esistenziale”, come tu giustamente lo chiami, che è la vita stessa. Perseguo infatti, nella mia scrittura, una finalità narrativa.
Concepisco i pezzi come un viaggio, un percorso, una narrazione e che ciò sia stato còlto mi fa piacere, perché questo è il mio intento compositivo. Cerco di scrivere brani che contengano buone idee (possibilmente), coerenza ma anche dialettica tra elementi disparati, energia, carne e sangue, in poche parole siano una mimesi della vita. La musica come specchio della vita: ma non un connubio arte-vita in senso Romantico o banalmente retorico. Semplicemente, desidero concepire una musica che possieda la complessità, l’imprevedibilità, l’articolazione, connotata da innumerevoli sfaccettature, di quel frastagliatissimo e strabiliante percorso che è la vita.

Vita come viaggio, percorso o come narrazione. Il compositore è un raccontatore di storie, è un narratore – DEVE saper narrare. E narrare significa tenere avvinto l’ascoltatore, poiché nonostante certe istanze della musica contemporanea abbiano affermato e tuttora affermino il primato della speculazione intellettuale sul risultato sonoro e l’indifferenza nei confronti della comunicazione, la musica è e dev’essere rivolta, come dice Stravinskij, ad un ipotetico altro, ovvero ad un ascoltatore possibile.

P.P.: Parlare di musica contemporanea è molto complesso. Il concetto stesso di contemporaneo a mio parere rende obsolescente la definizione, nel senso che sfuma nel momento stesso in cui la si pronuncia in relazione a una composizione ed è saldamente legata al qui e ora. Che ne pensi?

R.P: Sono d’accordo sull’obsolescenza del concetto di contemporaneo, o meglio: propendo per la sua non-validità. Questo concetto è sostanzialmente fasullo, un falso problema. Contemporaneo in realtà non significa nulla. Contemporaneo a chi e a cosa? Sono a me contemporanei l’Epitaffio di Sicilo o un mottetto di Guillaume de Machault – poiché hanno sempre qualcosa da dirmi – mentre non lo sono, per esempio, una banalissima canzone pop costruita su frusti e logori procedimenti tonali o uno stantio e noiosissimo pezzo iperstrutturalista costruito da un epigono con i cascami del serialismo integrale, anche se questi brani sono stati scritti ai nostri giorni. Sanno già di polveroso, di superato, datato. E per questo non sono contemporanei – ma nemmeno appartenenti a nessuna epoca: sono solo inutili esercizi di stile che non hanno nulla di forte e necessario da dirci, da raccontarci (ancora una volta, la narratività).
Alla fine, ciò che conta è a mio avviso la presenza di valori sovratemporali, non legati a nessuna epoca ma in ogni epoca presenti nei lavori di qualità (equilibrio strutturale, efficacia, espressività, intelligenza costruttiva, imprevedibilità, sostanza poetica): tutta la buona musica è contemporanea – ovvero immortale.

P.P.: Ti faccio una domanda in conclusione molto generale. Osservando il panorama musicale dove sta andando la musica oggi? Quali scenari secondo te aprono le più recenti produzioni?

R.P: Mi sembra estremamente difficile dire dove vada la musica oggi; si può azzardare qualche previsione, magari nella direzione di una sintesi fra le innumerevoli diramazioni in cui la musica si è sfaldata, a cominciare dalla seconda metà del secolo scorso fino ad oggi; chi lo sa, magari nascerà – o è già nato – un genio capace di fondere organicamente tutti questi linguaggi in un’istanza superiore, come fecero Bach e Mozart ai loro tempi. Ma è solo un’ipotesi, anche se tutti i compositori per me più interessanti hanno perseguito e realizzato un lavoro di sintesi pur mantenendo – anzi, imponendola – la propria potente personalità (basti pensare a Debussy, Ravel, Bartók, Stravinskij – il più onnivoro di tutti – e, più vicini ai giorni nostri, Messiaen, Ligeti, Andriessen; e altri che vanno in questa direzione, per citare alcuni nomi che ritengo tra i più interessanti dell’ultimo trentennio, Tan Dun, Thomas Adès, Georg Friedrich Haas, Hans Abrahamsen – ma ce ne sono tanti altri di grande talento, sono davvero troppi per menzionarli tutti. Insomma di nuovo e interessante c’è a mio avviso un numero di notevolissimi musicisti veramente enorme, gli ultimi 40/50 anni hanno prodotto una varietà straordinaria di grandi compositori – alla faccia di chi dice che la grande musica è al tramonto. Mi sembra che a conti fatti e a dispetto dei tempi bui, l’invenzione musicale goda di ottima salute e questo mi fa ben sperare per il futuro.

 

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