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Native Colors: l’intima sfida del piano solo di Stefano Maurizi

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Native Colors: l’intima sfida del piano solo di Stefano Maurizi, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Native Colors: l’intima sfida del piano solo di Stefano Maurizi

Si intitola “Native Colors” il lavoro discografico che il pianista Stefano Maurizi pubblica per la label Artesuono. Quattordici tracce in piano solo, quattordici colori che esprimono l’universo intimo di Stefano Maurizi attraverso pennellate delicate dalle molteplici e differenti sfumature. C’è la musica tutta in questi pezzi, dalla classica al jazz alle sonorità e ritmi del Medio Oriente.

Una ricchezza di materiale sonoro che sa disegnare un universo intimo e poetico, un elogio a quella essenzialità che connota la lingua della poesia, con temi cantabili, linee melodiche morbide e pulite che si imprimono nella nostra memoria e lasciano fluttuare le emozioni, dall’artista all’ascoltatore. In un’epoca di rumore costante, di frenetica sovrapposizione di voci, la musica di Maurizi ci spinge a cercare il silenzio per godere pienamente di questa delicatezza, di questo sussurro gentile. Complice di questa empatica corrispondenza anche un suono perfetto, cercato e trovato dal pianista come mezzo di comunicazione della propria poetica, curato e valorizzato da Stefano Amerio in studio e dal Fazioli F278 su cui “Native Colors” è stato registrato.

Ne abbiamo parlato con l’artista in questa intervista.

Paola Parri: Quali sono i colori che hai usato in questo tuo lavoro?

Stefano Maurizi: Questo disco ha questo titolo perché in qualche modo la mia scelta iniziale è stata quella di non suonare cover o comunque standard, bensì di percorrere una strada che riassumesse un percorso riguardante la mia vita. Io sono in parte libanese e la mia sensibilità verso il tipo di sonorità di quel Paese, la mia storia come compositore, i brani che ho suonato, tutto questo rappresenta i colori nativi del mio percorso umano e artistico, quindi anche colori non europei, ma medio orientali. Ovviamente parliamo del colore dei suoni.

P.P.: Questo è un disco in piano solo. In che modo un artista si avvicina al pianoforte per suonare in solitudine, quale è l’intenzione, quale l’attitudine?

S.M.: Credo che sia una maturità ulteriore. Un pianista si mette di fronte al suo strumento come fosse una sfida, una sfida molto diretta, intima, personale, che credo prima o poi tutti i pianisti debbano affrontare e che comunque richiede un’attenzione diversa rispetto a un dialogo con altri musicisti. Nel piano solo la linea espressiva è solo tua, dialoghi in qualche modo anche con un’altra parte di te. Per me è una sfida che ho voluto affrontare insieme a Stefano Amerio che ha pubblicato il disco con la sua etichetta Artesuono. In questo caso particolare ho voluto ripercorrere la mia storia e riflettere così la mia personalità su delle composizioni originali e su delle improvvisazioni. Nel piano solo l’equilibrio è molto delicato. Mentre in trio, in quartetto o anche in duo grazie all’interplay l’equilibrio è condiviso con altri, il piano solo in questo senso è una sorta di esame di maturità per noi pianisti a mio parere.

P.P.: Visto che hai nominato Stefano Amerio, un mago del suono, parliamo del suono. Il suono per un artista è un elemento importante, ne descrive la poetica e l’estetica. Che suono hai cercato per questi pezzi?

S.M.: Ho semplicemente cercato il mio suono. Ogni pianista ha il suo suono. Anche attraverso il lavoro insieme a Stefano Amerio nel suo studio con un Fazioli meraviglioso siamo riusciti a tirare fuori il suono che desideravo. E il suono è per me davvero la cosa più importante, sia per il concetto stesso che esprime nelle architetture delle armonie, nei colori, sia per quanto riguarda l’aspetto del tempo. Il tempo esiste solo dentro al suono a mio parere. Il tempo fine a se stesso, come il ritmo negli strumenti a corda o negli strumenti percussivi, deve avere sempre un suono autentico, una profondità, un respiro, un’attenzione tale da consentire la migliore espressione dell’artista.

P.P.: Del tuo disco mi ha colpito una certa essenzialità che nel tempo in cui viviamo è cosa rara.

S.M.: Vengo da un periodo della mia vita, da precedenti esperienze musicali, in cui avevo quasi la nausea delle troppe note nelle improvvisazioni, e parlo di me stesso, quindi mi sono imposto negli ultimi anni di usare l’improvvisazione come una variazione estemporanea che abbia un senso e che non sia qualcosa di autoreferenziale, una corsa a fare più note. Quindi ho cercato di dare un equilibrio, un’attenzione assoluta sia alle linee melodiche, cosa che ho dentro per retaggio anche culturale, sia nell’uso dell’improvvisazione, dove non mi sono mai voluto soffermare su fraseggi continui che evidenziano l’aspetto tecnico, apprezzabili sì, ma che per me, nella mia personale esperienza, talvolta causano la perdita di un certo senso poetico. Ho voluto dunque dare più importanza all’aspetto intimo, espressivo, al materiale melodico, tematico nell’improvvisazione.

P.P.: Ci sono molte e differenti suggestioni da linguaggi musicali differenti nel tuo lavoro. Come si opera una sintesi tra questi linguaggi?

S.M.: Dopo aver studiato alla Scuola di Fiesole, aver fatto varie masterclass, ho iniziato a cercare di eliminare le barriere. Il jazz, e parlo degli anni all’inizio del Duemila, a volte mi dava l’impressione che avesse dei cliché troppo obbligatori nel linguaggio a scapito della naturalezza e della sua verità rispetto al jazz che avevo vissuto da ragazzino negli anni Ottanta e Novanta. Ma è una mia opinione del tutto personale. Negli anni ho cercato di abbattere le barriere e quindi ho messo insieme lo studio della composizione classica, l’ascolto della musica in quanto musica e basta, ho cercato e trovato dove potevo dei punti in comune che creavano un’emozione di volta in volta  ispirata alla musica più classica o ai ritmi e alle sonorità medio-orientali insieme a fraseggi che ricordano ovviamente un background jazz. Tutto questo è nel mio percorso e nella mia ricerca ancora oggi. Quindi in sintesi non vorrei che esistessero barriere, né in musica né in nessun altro aspetto.

P.P.: Qual è per te il ruolo della musica oggi?

S.M.: Per me ha un ruolo forte e necessario socialmente nel senso di una condivisione di valori, di emozioni profonde e di educazione sociale e culturale. Vivo il fare musica come una missione, creando qualcosa per condividere con altri delle emozioni reali, dei sentimenti autentici, quindi credo che noi musicisti abbiamo una sorta di responsabilità nel cercare di trasmettere un messaggio positivo, creativo, di mettere in gioco le emozioni e l’amore per la vita e i suoi valori.

P.P.: Cosa è la bellezza per Stefano Maurizi?

S.M.: La bellezza non è così semplice da riconoscere, non è di certo quella esteriore, ma forse è quella che c’è dentro le persone o che si nasconde tra le cose. Certo, la bellezza può manifestarsi anche a livello esteriore, ma la vera bellezza non è talvolta immediatamente percepibile. La scopro spesso tra le persone meno fortunate, in un sorriso di chi vive in difficoltà quotidiane. Gli aspetti meno evidenti della bellezza spesso sono i più intensi, come valorizzare ogni giorno l’amore per la bellezza dell’essere umano nel suo modo di essere, di condividere, di dare.

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