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Massimo Giuseppe Bianchi, Around Bach (2016 Decca). Intervista

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Massimo Giuseppe Bianchi, Around Bach (2016 Decca). Intervista

 

Massimo Giuseppe Bianchi pubblica per Decca “Around Bach”, registrazione dedicata all’arte del Kantor di Eisenach, omaggio indiretto e originale in quanto tributato attraverso brani di altri compositori, ma estremamente efficace. Il pianista infatti per questo lavoro in studio sceglie di esplorare l’eredità bachiana attraverso alcune composizioni più vicine al nostro tempo che a quello della loro fonte ispiratrice. L’opera di Bach rivive nelle influenze dirette e indirette esercitate su alcuni compositori estremamente differenti l’uno dall’altro ma uniti sotto il segno di una implicita gratitudine nell’ispirazione proprio a Bach.

Il percorso di “Around Bach” attraversa la magnificenza sonora della celebre “Toccata e fuga in Re minore BWV 565” nella magnificente trascrizione del visionario e futuristico Busoni, offre all’ascolto un’opera di rara bellezza come le Variazioni e fuga su un tema di Bach op.81 di Max Reger, non tralascia l’arte del gigante Liszt con l’esecuzione di “Weiner, Klagen, Sorgen, Zagen” S.179 e si esprime nel “Prélude, Choral et Fugue” M.21 di César Franck. Il ritratto di Bach appare in filigrana, emerge per allusione come bagliore improvviso, squarcio di luce inatteso che si rivela nelle partiture altrui, crea una connessione stabile, una linea di continuità tra piani temporali differenti, un’intenzione espressiva che brilla per unicità nelle opere di quanti l’hanno assimilata in un’operazione di debita e legittima appropriazione.

Nella sua nuda perfezione Bach compare nell’ultima traccia, il “Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo” BWV 992, composizione che ci offre all’ascolto un saggio di quella “tenerezza” che, come scrive Massimo Giuseppe Bianchi nelle note di copertina del suo “Around Bach” , “traluce da trame fitte e intricate, poesia fiorita dentro la geometria”.

Abbiamo parlato di “Around Bach” con Massimo Giuseppe Bianchi in questa intervista.

Massimo Giuseppe Bianchi_ph Monica Silva

Paola Parri: “Around Bach” è un percorso di ricerca il cui punto di origine e al contempo di arrivo è rappresentato dal grande maestro di Eisenach. I brani contenuti nella registrazione anche quando non gli appartengono direttamente sono intimamente connessi all’arte di Bach. Cosa rappresenta questa arte nell’evoluzione della storia della musica? In che modo attesta la sua attualità in tutte le epoche storiche che attraversa?

Massimo Giuseppe Bianchi: Questo disco è frutto di un lavoro importante, ho voluto fare un percorso che non fosse consueto che affrontasse un tema non troppo battuto discograficamente come l’eredità di Bach.

È un dato incontrovertibile che Bach è nell’epoca un modello che non deperisce, che resta sempre attuale, è musica immortale o d’avanguardia. Forse una delle ragioni di ciò stranamente è il fatto che Bach non desiderasse essere un compositore d’avanguardia. Per lui la musica probabilmente, come lo sarebbe stato poi mutatis mutandis per Debussy, era un fatto personale, ebbe però l’intuizione di elaborare un proprio stile.

Attingendo soprattutto al passato, evitando generi più di successo della propria epoca, come l’opera ad esempio che lui si rifiutò di percorrere. In questa inattualità, questa intellegibilità rispetto al successo e alla musica sua coeva risiede forse una delle chiavi che gli hanno permesso di entrare in una dimensione del tutto unica.

Volendo entrare più sul tecnico diciamo che lo stile di Bach è uno stile contrappuntistico, cioè fatto di linee orizzontali, però il suo contrappunto ha la particolarità di avere una natura eminentemente vocale che viene trasferita sullo strumento. Io penso a Bach come a un caso unico e questo aspetto di cantabilità, nonostante una apparenza dogmatica, quasi teutonica, è prevalente. E un elemento che scaturisce poi da questa musica è anche la tenerezza, l’affettuosità cose che fanno di lui un artista dalla sensibilità ante litteram romantica.

P.P.: Com’è nata l’idea di questo progetto?

M.G.B.: In realtà questo progetto è nato da una lunga chiacchierata. Quando è nata l’idea di fare un disco con Decca sono andato a trovare Mirko Gratton e naturalmente quando tu chiedi a un pianista che cosa vorrebbe registrare il pianista vorrebbe incidere tutto, ma poi bisogna decidere e allora, parlando di musica, è emerso il discorso di Bach, non nel suo repertorio, ma nelle influenze che ha avuto. Da questo confronto è venuta fuori una sorta di compilation e se avessimo continuato a parlare i dischi potevano diventare sei, perché Bach è così. Abbiamo poi distillato e gli omaggi non sono casuali, ma legati a un’assimilazione. In ognuna di queste opere il senso della musica di Bach viene rielaborato secondo un percorso originale.

Desidero ringraziare Decca che mi ha dato fiducia per questo progetto, ringraziamento meritato perché è un team eccezionale di persone appassionate e competenti che hanno una disciplina e una capacità di visione che per me sono anche fonte di ispirazione. È stato un onore e un piacere poter associare il proprio nome a un’etichetta così prestigiosa.

P.P.: Busoni, Franck, Liszt, Reger. Quali sono stati i criteri di scelta di questo repertorio? Hai escluso dei brani che avrebbero potuto a pieno titolo entrare a far parte di questa produzione artistica?

M.G.B: Ho cercato di creare un insieme plastico unito dal Verbo bachiano. Quindi ho scelto una trascrizione, che poi è un’elaborazione molto personale, io la definisco una vampirizzazione, da parte di Busoni, che ha appunto trasferito sulla tastiera del pianoforte una famosa composizione organistica, poi due cicli di variazioni che sono antitetici: uno di Liszt, che è noto per essere appunto un grande virtuoso esteriore che qui però ha un carattere di intimità e raccoglimento, l’altro di Reger, che ha fama di essere un compositore accademico, di ricerca, che invece è una composizione di natura estroversa, quasi delirante. Mi sembrava che questi due cicli di variazioni rappresentassero due approcci molto interessanti alla musica di Bach.

Dell’omaggio bachiano mi affascina poi soprattutto il senso di rispetto, quasi di pudore che questi compositori denunciano avvicinandosi a una musica così grandiosa e si sente in questa musica la tendenza a tirare fuori la parte più nobile della propria espressione, il nocciolo creativo più intimo.

Ho scelto poi una composizione bachiana originale tra le meno battute e tra le più singolari, il “Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo, BWV 992”, che è un pezzo giovanile, ispirato al bozzetto, e un trittico, quello di Franck, che è bachiano più nello spirito che nella lettera, poiché non adotta il linguaggio bachiano, ma che senza Bach non avrebbe mai potuto essere concepito.

P.P.: All’ascolto quello che emerge nitidamente è la possibilità di una percezione multiforme dell’ascendente bachiano che crea un vasto universo, mai univoco, semmai caleidoscopico, di reazioni musicali all’input di Bach. La perfezione della forma da lui concepita come evolve nella scrittura di questi compositori cronologicamente più vicini ai noi, come se ne restituisce lo spirito al nostro tempo nell’interpretazione?

M.G.B.: Uno dei misteri di Bach, insolubili credo, è come abbia fatto, scegliendo forme così rigorose e rigorosamente costruite, a creare una musica così appassionata. Per rispondere alla tua domanda, sul piano puramente interpretativo ho cercato di rendere plausibile il senso dell’eredità bachiana in un suono molto diverso tra autore e autore giacché si tratta di opere molto diverse. Il mio scopo era far vedere quanto lontano questo seme abbia germogliato.

Questo caleidoscopio è possibile grazie alla sua fonte di origine: la musica di Bach. È talmente forte la luce che emana dalla musica di Bach che ciascuno in epoche diverse ha potuto sviluppare un mondo diverso. Ad esempio il mondo di Reger è un mondo in piena esplosione e anche le Variazioni che scrive sul tema di Bach sono un continuo crescendo di intensità. Le Variazioni pure sul tema sono costruite intorno al linguaggio del proprio tempo, mentre la fuga finale è veramente un colloquio con Bach del quale adotta in maniera più netta il linguaggio, il contrappunto puro, attualizzandolo naturalmente. Reger era considerato il Bach moderno, un’eredità molto pesante forse da portare, ma tra i due poli, Bach e Reger, c’è una ragione di continuità. Reger ha diritto a essere definito così perché c’è una adesione totale al suo modello. Se tra due poli manca la ragione di continuità il risultato artistico è di scarso interesse.

Il pezzo di Liszt invece, “Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen”, è un’opera di implosione, è un pezzo nel quale l’autore introietta la musica bachiana, trasfigurandola in un dolore composto, molto pudico anche. Liszt trasporta nel proprio universo, che ormai era un universo in fase di ripiegamento espressivo ed emotivo, quel senso di tenerezza e di commozione presente nella musica di Bach di cui parlavamo prima. Invece la composizione di Franck è una superfetazione di matrice organistica in cui si sente il profumo dell’incenso quasi confuso con una sensualità armonica che deriva essenzialmente da Wagner e dal wagnerismo, che era la cifra più diffusa in quegli anni.

Credo che questo “Around Bach” avrei potuto farlo anche con altri autori e sarebbe venuto diverso ma uguale, cioè ogni volta avremmo dovuto constatare la grande ampiezza del paesaggio bachiano. Penso che in letteratura e in arte pochi autori siano stati così naturalmente influenti per la forza espressiva vitale della loro arte. Per esempio sicuramente credo che Omero sia un autore del genere, o anche Shakespeare per alcuni versi forse anche Dostoevskij o Kafka. Questi sono profeti, autori la cui arte esula dal genere per andare nel campo quasi della psicologia.

P.P.: Molto si è dibattuto sull’esecuzione di Bach sul pianoforte moderno. Qual è la tua opinione in merito?

M.G.B.: Anzitutto la premessa è che occorre avere un profondo rispetto per qualsiasi approccio quando motivato da una necessità espressiva e da una consapevolezza estetica. Tutto è possibile purché chi intraprende una certa strada abbia gli strumenti, la consapevolezza e soprattutto qualcosa da dire.

Quindi non ho alcuna preclusione rispetto a ogni approccio possibile. Detto questo, la mia posizione personale è che la musica bachiana, benché io la conosca e l’abbia sentita eseguire da grandi cembalisti dalle cui esecuzioni si impara sempre qualcosa, personalmente amo di più sentirla al pianoforte perché ritengo che il pianoforte sia particolarmente adatto a esprimere tutta la complessità affettuosa della musica bachiana.

Mi sembra, ma è una questione di gusto personale, che tutti i valori contenuti in queste note grazie al pianoforte possano rivelarsi.

Sul pianoforte poi è possibile, più che sul cembalo, compiere delle operazioni paradossali sulla musica di Bach, come ha fatto ad esempio Glenn Gould che ha in qualche modo proposto un Bach assolutamente paradossale, eterodosso, cercando di rivelare nella sua musica contenuti misteriosi che possono convincere o meno, ma in ogni caso Gould aveva decisamente mezzi per esprimere una poetica del genere.

Questo lascito gouldiano sarebbe stato forse impossibile se egli avesse scelto il cembalo, perché il cembalo è legato credo in modo indissolubile a una certa tradizione.

Quindi io credo che tutti gli autori barocchi, anche cembalistici, a partire da Frescobaldi, possano e debbano essere suonati al pianoforte purché si sia informati e si abbia qualcosa da dire. Si alza l’asticella, ci si pone un obiettivo più ambizioso, si rischia di più, però rischiando di più si può vincere di più.

La musica è innanzitutto un fatto estetico, di piacere, quindi credo che tutte le considerazioni filologiche siano fondamentali ma non debbano costituire un limite per una scelta artistica. È anche lecito per un artista trasgredire la filologia se lo fa per seguire una propria linea espressiva, non è mai lecita invece l’ignoranza.

Nelle mie letture bachiane io cerco sempre di ricordarmi qualcosa che lo stesso Gould disse quando fece notare come un’opera d’arte destinata ad essere eseguita da persone sia sempre figlia inevitabilmente dell’autore ma anche dell’esecutore.

Mi piace quindi molto interpretare e ogni volta le cose cambiano. In certi pezzi forse sarà più interessante seguire una linea filologica più stretta, in altri pezzi credo invece che valga la pena rischiare con versioni più eterodosse. Poi il linguaggio si consuma naturalmente. Certi autori reggono meglio all’usura del tempo, non tanto per la qualità della musica, ma per la patina estetica che emanano. Certi autori evocano un’epoca precisa, altri sembrano essere nati nel nostro tempo.

P.P.: Tu sei anche un appassionato di musica jazz. È opinione diffusa tra i musicisti di jazz che Bach sia una sorta di predecessore, un compositore la cui scrittura ha in qualche modo qualche legame con il jazz. Sei d’accordo? Quali sono, se esistono, eventuali punti di contatto?

M.G.B.: Ho visto tante volte grandi jazzisti come John Lewis, come Brad Mehldau o Enrico Pieranunzi avvicinarsi a Bach e renderlo parte integrante del proprio bagaglio espressivo. Non so se tra i due linguaggi ci sia proprio tutta questa vicinanza. Per me il jazz resta sempre una questione eminentemente afro americana, poi può declinarsi in vari modi, però tutto sommato questa eredità bachiana non la sento, la sento però tutte le volte che un jazzista la applica. L’arte in generale crea una vita propria. Dell’arte non sono da farsi preventivi o precauzioni, ma è qualcosa che risolve da sé i problemi, quindi è inevitabile che un autore come Bach abbia riverberato la propria luce anche sul jazz, però mi limito a vederlo in alcune singole figure più che come movimento in generale.

Dirò una cosa forse scontata. Se c’è un autore che forse si può avvicinare a Bach e che ha influenzato in qualche modo il jazz quello può essere stato Claude Debussy, soprattutto perché è stato un altro autore per il quale la musica era un fatto personale e che ha finito con influenzare il secolo passato molto più delle avanguardie.

Potremmo evidenziare questo sotto tanti aspetti, per esempio la liberazione del timbro, la liberazione degli accordi da certa concatenazione armonica, la sostituzione dell’idea della natura con la città, ad esempio in “Jeux”, il poema sinfonico capolavoro della maturità. Nel jazz sento molto Debussy. Non potrei pensare a Bill Evans senza pensare a Debussy. Per Bach non posso dire la stessa cosa. Esistono interessanti riletture, ad esempio quella di John Lewis.

P.P.: E Jarrett?

M.G.B.: Keith Jarrett ha fatto un’opera molto meritoria di divulgazione, cioè ha messo la propria fama e la propria arte al servizio della diffusione della grande musica classica con delle incisioni sicuramente pregevoli, tanto di più se si pensa all’idea meritoria che le ha animate. Le incisioni jarrettiane di classica sono oltre che buone da un punto di vista tecnico, meritorie perché hanno contribuito a diffondere la musica classica presso il pubblico degli appassionati di jazz.

Analoga operazione è stata compiuta dal compositore inglese Thomas Adès, che io reputo uno dei compositori più importanti del nostro tempo e che è anche un magnifico pianista, il quale ha inciso anche al pianoforte opere di autori novecenteschi per lui significativi come Castiglioni, Sibelius, Busoni, Nancarrow svolgendo un grande servizio culturale.

 

 

 

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