Home Articoli Maria Cefalà. Nel silenzio ho cambiato il mio modo di fare musica

Maria Cefalà. Nel silenzio ho cambiato il mio modo di fare musica

0

Si intitola Discovering Bach ed è un progetto discografico che la pianista Maria Cefalà pubblica per la Tǔk Music di Paolo Fresu, andando così a inaugurare la sezione della label dedicata ai suoni della classica. Le ragioni di questo incontro, le motivazioni per cui questa musica entra nel catalogo di questa etichetta e non in quello di un’altra sono evidenti già al primo ascolto. Il Bach di Maria Cefalà è gioioso, passionale, profondamente umano, un Bach “all’italiana” così come lo ha definito un’altra grande artista, Anna Kravtchenko, andando a sottolinearne proprio la propensione lirica. Le siderali altezze dell’arte bachiana, quella spiritualità che sempre soggiace alle partiture del Kantor, quell’elevazione trascendente diventa immanente dell’umanità dell’interprete. E di umanità Maria Cefalà ne rivela molta quando ci racconta la sua visione musicale e la sua vita.

Discovering Bach è in un certo senso un progetto che segna una tappa fondamentale nel percorso di rinascita di una pianista che ha dovuto restare in silenzio per alcuni anni a causa dell’infiammazione di un nervo. Dopo un lungo percorso di recupero fisioterapico, Maria Cefalà infatti viene ammessa al Conservatorio di Lugano dove incontra Anna Kravtchenko, si riavvicina alla musica di Bach e riconsidera il sogno di una vita professionale dedicata alla musica, al pianoforte. Nasce il progetto Discovering Bach dunque, che in forma di lezione concerto Maria Cefalà porta in cinque carceri italiane di fronte a un pubblico di detenuti, un’esperienza che reca in sé la visione intera della musica di questa pianista. Il messaggio che ne ricaviamo è quello di una bellezza superiore eppure profondamente umana che evade dai salotti per farsi largo tra la gente, un dono per tutti destinato a renderci migliori, a riconnetterci con il nostro cuore, con quella sfera di sentimenti che la superficialità e la velocità del nostro tempo troppo spesso offuscano o addirittura cancellano. La vocazione di Discovering Bach è dunque fortemente divulgativa e la musica di Maria Cefalà arriva certamente dritta al cuore della gente.

Ne abbiamo parlato con la pianista in questa intervista.

Paola Parri: Discovering Bach è un progetto discografico che in uscita per la Tǔk Music, ma è in primo luogo un progetto a carattere fortemente divulgativo che si è concretizzato attraverso una serie di lezioni concerto. La mia prima domanda è proprio sul suo amore e per la dedizione alla musica di Bach. Quando è iniziato e cosa del linguaggio di Bach sente più affine alla sua sensibilità musicale e umana?
Maria Cefalà: Questo amore è iniziato da piccola, è stato un vero e proprio colpo di fulmine, un amore a prima vista. Io ero una bambina molto timida, che si isolava, bruttina, presa in giro, che si chiudeva in camera e ascoltava i Brandeburghesi. Poi, una volta in Conservatorio, mi rendevo conto che tra tutti i pezzi assegnati per lo studio, le Invenzioni a due voci di Bach erano tra quelli che mi venivano più facilmente, e questa cosa mi ha fatto innamorare di questa musica, ho sempre insistito per suonare Bach agli esami, pur conoscendone i rischi.
Della musica di Bach sento più affine a me quello che è il suo lato umano. Nella sua musica troviamo da una parte una tendenza all’assoluto, che credo in fondo abbiamo tutti, questa parte spirituale che Bach esprime al massimo. Come artista nella cultura umana credo sia uno dei punti più alti che siano stati raggiunti. Anche da atea la sua musica mi dà un afflato di spiritualità che non può non aprire un cuore. L’altro lato è quello umano appunto, la sua vita, questa capacità di mettere insieme una vita comune e difficile con un’arte così perfetta. Il mettere insieme questa elevazione spirituale artistica con una vita non semplice mi ha fatto amare Bach ed è qualcosa che cerco di trasmettere.

P.P.: Nel disco ha inserito il Concerto italiano, la Partita n.6 e le Invenzioni a due voci, composizioni molto differenti. Come ha scelto i pezzi che hai inserito nel disco?
M.C.: Le Invenzioni a due voci sono proprio un omaggio alla bambina timida con gli occhiali. Sono i pezzi a cui sono più legata, quelli da cui sono partita e mi piaceva molto l’idea di rileggerli vent’anni dopo, come anche di rileggerli con un’interpretazione adulta, di riproporre dei pezzi che spesso vengono propinati in Conservatorio come una minestra da mangiar giù, talvolta anche indigesta. Inoltre le Invenzioni raccontano il Bach didatta, il Bach papà che scrive questi pezzi per i suoi figli. Il Concerto italiano invece è un po’ un omaggio all’italianità che Anna Kravtchenko mi ha attribuito quando ha definito il mio modo di suonare Bach “all’italiana”, che è un modo un po’ lirico, un po’ ridondante, un po’ corale ed esuberante. Qui c’è il Bach studioso dell’Italia, una cosa bellissima che va raccontata. Bach innamorato della musica italiana che rielabora nel Concerto italiano è una cosa stupenda che ci tengo a dire con spirito patriottico. La sesta Partita è il culmine del coronamento di un percorso di studi con Anna Kravtchenko con la quale abbiamo fatto l’integrale delle Partite di Bach ed è una composizione dentro cui c’è la parte di avanguardia e forse anche la parte più passionale del compositore. Quindi il percorso musicale del disco è come un’ascesa. Si parte dalle Invenzioni, pezzi apparentemente semplici, fino a salire alla Partita n.6, che per me è una sorta di pezzo jazzistico.

P.P.: Bach è un compositore che si studia molto in Conservatorio e in quanto oggetto di studio accade che si tenda a vedere la sua musica esclusivamente in funzione delle abilità tecniche che aiuta a sviluppare. Come è cambiata la sua percezione della musica di Bach nel tempo?
M.C.: In realtà questa percezione nel tempo non è cambiata molto. La parte didattica c’è e l’ho sempre digerita bene, ma ho sempre provato un grande amore per questa musica tanto da dedicarmi esclusivamente a questo repertorio. Bach è didattico, ma spesso si dimentica che ad esempio nelle Invenzioni scrive che sono pezzi mirati a sviluppare il cantabile.

P.P.: Tornando agli aspetti divulgativi del suo progetto, sappiamo che prima ancora che diventasse un disco lo ha portato in 5 carceri italiane di fronte ad oltre 400 detenuti. Vuol raccontarci questa esperienza? Come è stata e cosa rimane dentro di tutto questo?
M.C.: È stata un’esperienza fortissima. Prima di tutto, come racconto spesso, da donna giovane entrare in carcere e portare Bach davanti a dei detenuti raccontandolo era davvero una grande sfida che mi impauriva. Quando poi questa esperienza è diventata realtà e abbiamo cominciato a girare queste cinque carceri, mi sono resa conto della potenza di questa musica, della portata di un approccio empatico e del valore dell’arte, della cultura. Moltissimi detenuti mi hanno detto: “In questa ora di concerto mi sono sentito fuori da qua, mi sono ricordato quali erano le cose belle fuori”. Un detenuto mi ha detto che ha pensato a sua madre e che ha pensato per la prima volta di chiederle perdono. Quello che mi porto dentro è la consapevolezza che questa musica è bella, non è elitaria, non deve essere una musica per pochi, perché la bellezza fa bene a tutti. Questo pensiero mi ha dato ancora più forza per portare il mio progetto a un livello successivo. Forse questa esperienza ha dato più a me che a loro. Come artista andare a suonare di fronte a un pubblico standard è più semplice da un certo punto di vista, ti aspetti l’applauso finale. Un ergastolano se non è interessato alla musica non ti ascolta, ma se a fine concerto ti applaude e ti abbraccia allora lì hai vinto. Quindi questa esperienza è stata un grande regalo che hanno fatto loro a me.

P.P.: Quale deve essere a suo parere il ruolo del musicista nella società contemporanea, quale il suo compito e quale la sua missione?
M.C.: Il ruolo è fondamentale ed è quello di tornare al cuore. In un mondo che va sempre più veloce, dove c’è sempre più tecnologia, sempre più monetizzazione, non ci ascoltiamo più, non abbiamo più tempo di ascoltare noi stessi, di ascoltare l’altro, il suo cuore, i suoi problemi. La musica in primis educa all’ascolto, quindi si impara ad ascoltare la musica, ma anche gli altri, si rallenta e si ritrova una dimensione che è umana e che è fondamentale ora come ora, ne abbiamo bisogno come dell’ossigeno.

P.P.: Discovering Bach ha segnato in un certo senso una ripartenza per lei, una sorta di rinascita dopo un periodo di fermo forzato. Vuol raccontarci cosa le è successo e come ha superato quel momento?
M.C.: Dopo aver conseguito brillantemente il diploma in pianoforte avevo queste qualità prettamente virtuosistiche. Suonavo Chopin, Brahms, grandi pezzi insomma, e mi sono fatta male perché studiavo troppo, suonavo troppo e forse c’era anche una pressione che io non reggevo più, non mi faceva bene. Ho avuto così un tracollo fisico, anche se poi il corpo va sempre dietro alla testa, un’infiammazione a un nervo e la cosa si è poi cronicizzata. Questa cosa è andata avanti per tre anni e ho chiuso il pianoforte per dedicarmi ad altro: insegnavo, ho preso una laurea in musicologia, o fatto altro. Piano piano ho cominciato una riabilitazione fisioterapica lunghissima e mi sono rimessa allo strumento. A quel punto volevo provare a rientrare nell’ambiente accademico, così ho mandato una domanda di ammissione al Conservatorio di Milano per il biennio e al Conservatorio di Lugano, che era un mio sogno infantile. Non pensavo di essere presa e invece sono stata presa in entrambi i Conservatori. A Lugano ho incontrato Anna Kravtchenko, cosa che per me rappresentava un sogno tanto che non volevo andare a fare l’audizione, avevo troppa paura. Mi ci ha portata a forza un mio amico. Anna mi ha detto “Tu suoni Bach in una maniera veramente poetica, diversa e, in un mondo di pianisti che suonano tutto, tu potresti suonare solo Bach”. La cosa sbalorditiva è che lo ha sentito, io non le avevo detto che amavo pazzamente la musica di Bach! Da lì è cambiato completamente il mio modo di fare musica. Ho abbandonato lentamente tutto il resto del mio repertorio e ho lasciato il Conservatorio di Milano. Mi sono messa a studiare esclusivamente Bach senza fare altro, perché mi piaceva studiare con questa grande pianista come un’occasione di arricchimento personale e non pensavo di fare la pianista. Poi ho dato qualche concerto e anche Leonid Margarius mi ha sentita e mi ha detto che il mio Bach era bello. Ero sbalordita, ma ho cominciato a dare concerti e il progetto ha preso il via.

P.P.:  La musica sembra quasi che in qualche modo sia un elemento che una volta entrato nella vita delle persone può essere rimosso ma solo temporaneamente, perché sempre ritorna prepotentemente a riappropriarsi di noi. È d’accordo con questa affermazione?
M.C.: Non solo sono d’accordo, ma le dirò anche di più. La musica è anche silenzio. Negli anni in cui non ho suonato che sono stati anni di grande silenzio e di enorme sofferenza nel silenzio ho cambiato veramente il mio modo di fare musica. In quel silenzio assordante è rimasto comunque questo sottofondo musicale, è nata un’altra musica. Sembra una frase fatta, ma io sono molto legata a quegli anni.

P.P.: Se dovesse dare un consiglio, un suggerimento che darebbe a chi si avvicina allo studio della musica o anche a chi si trova in un momento di difficoltà, di scoraggiamento?
M.C.: Sì, di studiare e suonare per se stessi, di capire bene le ragioni che ci muovono, perché facciamo musica. Quando si capiscono bene queste ragioni si ritrova una grande forza. Se invece  ce lo chiediamo e la risposta è che stiamo suonando per altri, allora non è la strada giusta ed è bene accorgersene presto. La forza si trova dove c’è passione e quindi bisogna ritrovare questa passione e portarla avanti.

P.P.: Discovering Bach inaugura la sezione classica della Tǔk Music di Paolo Fresu. Come è nata questa collaborazione?
M.C.: Avevo inciso il mio disco e cercavo qualcuno che me lo distribuisse. C’è un  regista, Ferdinando Vicentini Orgnani, che mi ha girato un video promo che conosce Paolo Fresu e gli ha fatto vedere questo video in cui io appunto raccontavo la mia storia. Paolo Fresu è rimasto colpito da questa storia un po’ particolare e mi ha proposto di pubblicare il disco, una cosa magnifica perché io ho un percorso assolutamente non convenzionale, forse non mi considero nemmeno una pianista classica standard, quindi Fresu e la Tǔk sono per me ancora una volta l’occasione di rimarcare un messaggio, di una musica classica che è un ponte, non si chiude in un recinto elitario ma si apre ad altri linguaggi e diventa un linguaggio comunitario e gioioso. In questo connubio ho trovato proprio uno sposalizio perfetto per quello che sono io e per il mio progetto.

P.P.: Progetti per il futuro?
M.C.: Mi ha presa la Kino Music, ho un nuovo manager e quindi ora con loro mi imbarco verso una nuova avventura e dunque partirà la promozione dell’album e nuovi concerti.

Pianosolo consiglia

Articolo precedenteLuca Ciammarughi, Non tocchiamo questo tasto. Musica classica e mondo queer (Edizioni Curci)
Articolo successivoGreensleeves – Spartito per pianoforte

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here