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Luca Ciammarughi, Soviet Piano. I pianisti dalla Rivoluzione d’Ottobre alla guerra fredda

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Luca Ciammarughi, Soviet Piano. I pianisti dalla Rivoluzione d’Ottobre alla guerra fredda (2018 Zecchini Editore)

Una galleria di ritratti di pianisti russi del periodo che va dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 alla guerra fredda, ma soprattutto una approfondita rassegna di travagliata umanità, le storie che Luca Ciammarughi ci racconta in questo suo nuovo volume: “Soviet Piano. I pianisti dalla Rivoluzione d’Ottobre alla guerra fredda” (2018 Zecchini Editore).

Non fu facile l’esistenza di questi artisti i cui nomi sono generalmente associati a divinità dell’Olimpo pianistico di tutti i tempi nel momento in cui l’ideologia dell’URSS arrivò a toccare anche le delicatissime corde dell’arte. Musica e politica, arte e vita nell’era di Lenin, Stalin, Chruščëv, Breznev, un lungo periodo in cui non pochi furono i condizionamenti, i divieti, le vessazioni esercitate sui pianisti dal centro del potere e dai suoi rappresentanti.

E i pianisti reagirono. Alcuni lasciarono la Russia lanciandosi in rocambolesche fughe, altri decisero di restare, per tutti loro non fu comunque facile. L’amore sviscerato per la Russia e l’inevitabile scontro tra idealismo nativo e pragmatismo occidentale causò non poca sofferenza ai rifugiati negli Stati Uniti e in Europa, senza contare che spesso il regime si rivalse sui familiari rimasti in patria, mentre il regime di sospetto, le limitazioni di repertorio e di movimento per i concerti, la richiesta di trasformarsi in delatori, le minacce perseguitarono coloro che rimasero in patria in un difficile gioco di delicati e precari equilibri.

Perseguiti come nemici della patria, o in quanto ebrei o ancora per la loro omosessualità, i nomi che compaiono tra le pagine di “Soviet Piano” sono quelli di artisti che tutti noi amiamo: da Horowitz, di cui si narra la defenestrazione del pianoforte, a Nehaus arrestato per le sue origini tedesche, a Maria Grinberg, che vide uccisi il padre e il marito, per non parlare del proiettile che sibilò sulla testa di Cherkassky e si andò a conficcare nel muro di casa o ancora dell’avventurosa fuga di Magaloff, le difficili e anomale vicende interiori di Richter e Gilels, l’inquietante presenza del KGB che come un’ombra maligna si palesava nella vita di pianisti come Egorov, Berman, Askenazi e molti altri.

Tutto questo ce lo racconta, con la consueta accuratezza che lo contraddistingue, Luca Ciammarughi, offrendoci alla lettura un saggio di grande spessore contenutistico, frutto di ricerche approfondite. Ciammarughi narra le storie dei pianisti russi in un difficile periodo storico in cui il conflitto tra politica e arte non si arresta a verbali dichiarazioni di ostilità reciproca, non si limita a un dissenso manifesto od occulto, piuttosto incide realmente sulla loro vita, ne piega gli esiti, si ripercuote pesantemente sulle carriere artistiche.

Una formazione impeccabile, quella della scuola pianistica russa, che segue l’allievo dall’infanzia fino alle vette della sua affermazione, un’attitudine a favorire certa sensibilità e non il virtuosismo e tecnicismo musicale fini a se stessi, una terra vivaio di eccellenti talenti legati ad essa da un profondo attaccamento, una terra difficile da lasciare ma altrettanto ardua per restare.

Il linguaggio della narrazione, il registro che Luca Ciammarughi adotta, è chiaro, lineare, con l’impagabile qualità di appassionare il lettore, di indurre curiosità e creare coinvolgimento emotivo. Non possiamo non essere scossi dalla lettura delle pagine di “Soviet Piano” e non possiamo non chiederci quali sarebbero state le sorti di molti dei protagonisti di queste storie qualora fossero cresciuti in un clima storico e politico differente.

Il libro apre anche un fondamentale interrogativo circa l’arte e la libertà nel mondo occidentale contemporaneo. Il libero mercato, le moderne modalità di comunicazione e management non costituiscono forse una sorta di condizionamento all’espressione artistica e arrivano a soppiantare talvolta i contenuti artistici?

Il libro si chiude con interviste a Boris Bloch, Boris Petrušanskij e Bruno Bruno Monsaingeon.

 

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