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Le voci del silenzio di Mompou nell’interpretazione di Giancarlo Simonacci

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28 miniature, brevissimi pezzi che raramente superano i due minuti di durata, 28 frammenti perfettamente compiuti, 28 ambienti sonori che nella loro estrema concisione contengono 28 mondi diversi. Sono le composizioni dei quattro quaderni della “Música callada” di Federico Mompou, composti tra il 1951 e il 1967 che ascoltiamo nella registrazione di Giancarlo Simonacci pubblicata da Da Vinci Classics.

Musica silenziosa dunque, che il compositore mutuò nell’ispirazione da San Juan de la Cruz, San Giovanni della Croce, grande poeta e mistico spagnolo del Cinquecento. Scriveva infatti San Juan de la Cruz in alcuni versi del suo Cantico spirituale:
La noche sosegada/en par de los levantes del aurora,/la música callada,/la soledad sonora,/la cena que recrea y enamora
ossia
La notte placata / nel punto in cui sorge l’aurora, / la musica zittita, / la solitudine sonora, / la cena che ristora ed innamora.

Come può una musica, che è fatta di suono, essere silenziosa? Federico Mompou rende udibile questo contrasto, questo ossimoro palese scrivendo 28 brani che danno voce alla profondità del silenzio, che forniscono la chiave per accedere a un mondo altro, il mondo della nostra interiorità, della meditazione, della riflessione, un mondo che nelle parole di San Juan de la Cruz probabilmente alludevano alla condizione estatica indotta dalla preghiera. E dunque la scrittura di Mompou per dar voce a questo silenzio si fa essa stessa essenza, scarna scomposizione delle linee melodiche che aliena da sé qualunque forma di virtuosismo pianistico e piuttosto si inabissa nei meandri del puro pensiero in assoluta libertà.

Nelle note di copertina di questo lavoro Chiara Bertoglio scrive che una volta Picasso affermò: “Ho impiegato pochi anni a imparare a dipingere come Raffaello, ma una vita intera a dipingere come un bambino” ed è proprio il candore, la semplicità ingenua eppure geniale dell’infanzia il valore recuperato da Mompou in questa scrittura, qualcosa che faticosamente si conquista solo dopo un lungo processo di purificazione da qualunque sovrastruttura o archetipo precostituito.

Il pianista Giancarlo Simonacci si immerge totalmente in questa dimensione quasi metafisica lasciando trapelare dalla tastiera un universo sonoro limpido, infinitamente caleidoscopico nelle innumerevoli sfumature che lo compongono. Come un abile mosaicista infatti mette insieme i tasselli variegati che danno vita al disegno sonoro di ogni composizione attraverso innumerevoli sfumature dinamiche, grazie a un tocco che sa camaleonticamente effettuare la sua metamorfosi calzando alla perfezione sulla raffinatezza della scrittura. Non facile inseguire le mutevoli atmosfere di Mompou, così condensate in poche note, eppure così dense di significato al pari di una frase che con tre parole lascia il segno, eppure Giancarlo Simonacci lo fa, diventa quasi un alter ego del compositore con questo pianismo in cui rigore e serietà viaggiano insieme a quella libertà che solo la grande arte concede a chi sa appropriarsene, la libertà di interpretare dando vita nuova all’opera grazie alla trasmissione nella stessa della personalità dell’artista. Un ascolto che ci restituisce quelle voci del silenzio che abitano in noi e che troppo spesso restano inascoltate.

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