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Le Variazioni Goldberg: un viaggio dentro la partitura e dentro se stessi. Gilda Buttà

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Un bel regalo ci giunge dal mondo discografico e dalla pianista Gilda Buttà che registra per Limen Music le preziose Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Molte parole sono state spese su questo capolavoro, opera monumentale dall’architettura perfetta che ha attraversato i secoli per giungere a noi intatta nella sua modernità.

Formatasi al Conservatorio di Milano, con Carlo Vidusso, Gilda Buttà si è diplomata sotto la sua guida all’ età di sedici anni con il massimo dei voti e la lode. Nello stesso anno ha debuttato come solista con l’Orchestra della Rai di Milano, vincendo da lì a poco concorsi nazionali ed internazionali, tra cui il “Premio Liszt” di Livorno. La carriera concertistica l’ha portata a suonare per le più importanti Istituzioni, sia come solista che in formazioni da camera, in tutta Europa, U.S.A., Sud America, Giappone, Corea, Cina, Russia e Israele. Ha collaborato con Ennio Morricone per oltre venticinque anni e con il violoncellista Luca Pincini, suo marito nella vita, ha dato vita a progetti musicali all’insegna della curiosità e del rigore delle scelte musicali, con l’esecuzione di integrali delle opere di Beethoven, Brahms, Chopin, alle pagine di tutti gli importanti autori del repertorio classico, alle composizioni spesso dedicate da musicisti di oggi, con eccellenti collaborazioni.

Il suo repertorio per pianoforte ed orchestra è vastissimo e spazia da Mozart a Beethoven, Brahms, Gershwin, Rachmaninov, Shostakovich, Casella fino a Nyman.

Gilda Buttà porta tutta la sua lunga esperienza pianistica in questa splendida lettura delle Goldberg a cui si avvicina con il rispetto e la concentrazione che l’opera richiede, rendendoci una versione di grande potenza espressiva. Se è vero che alla base di ogni atto interpretativo sta sempre un pensiero, una riflessione profonda, una elaborazione e una interiorizzazione della partitura, le Variazioni Goldberg forse più di ogni altra opera necessitano di questo. Impeccabile tecnicamente, Gilda Buttà questa riflessione la fa e ci dona qualcosa di più di una perfetta esecuzione, dona alla scrittura di Bach un’anima nuova, una potenza espressiva che parte da lontano ma che si incastona perfettamente nel nostro tempo. Sin dalle prime note della celebre Aria che apre le 30 variazioni bachiane, nel suono finemente cesellato di Gilda Buttà, avvertiamo che stiamo intraprendendo un viaggio, “un viaggio dentro la partitura e un viaggio dentro se stessi” come ci ha rivelato la pianista in questa intervista.

Gilda Buttà_ph Antonio Parrinello

Paola Parri: Le Variazioni Goldberg di Bach sono una sorta di cattedrale, un monumento musicale sacro che credo per ogni pianista rappresentino un’impresa, una sorta di scalata. Cosa rappresentano per Gilda Buttà le Variazioni Goldberg? Perché a un certo punto si decide di lanciarsi nell’impresa?

Gilda Buttà: Sono personalmente sempre stata molto cauta nelle mie scelte, tanto da arrivare alla mia età (che non dirò) e decidere di mettermi in gioco. Non che non lo avessi già fatto nella mia vita, ma quello che è apparso di me in passato sono sempre state altre cose, per una sorta di mio pudore personale. Un bel giorno questo pudore se ne è andato e ho deciso di registrare un’opera che probabilmente è l’opposto di quello che sia io stessa che gli altri si aspettavano da me. Sarebbe stato probabilmente più facile registrare degli autori romantici, o tardo-romantici o contemporanei perché la mia immagine era più legata a quella musica, almeno per chi non mi conosce bene. Diversa l’opinione dei miei amici più stretti, che sono tutti pianisti, come Victoria Terekiev, Alessandro Stella e Alexander Romanovsky, con cui mi sono confrontata prima e dopo questa registrazione e così mi sono buttata anima e corpo su questa registrazione che tu hai definito cattedrale ma che io chiamo Everest, una montagna, la più alta da scalare.
Perché non è solo una montagna, tecnicamente, ma è principalmente un viaggio dentro la partitura e un viaggio dentro se stessi.
Quello che ho riscontrato era, a prescindere dalla partitura, che già è tantissimo, che quando vai a fare delle scelte queste sono particolarmente importanti in fase di registrazione perché quello che suoni resta impresso e talvolta si cambia idea a distanza di tempo.

P.P.: Questo originariamente era un lavoro per clavicembalo a due manuali, cioè due tastiere. Il pianoforte è uno strumento molto diverso. Parliamo delle difficoltà tecniche di trasportare questa scrittura sul pianoforte nell’esecuzione.

G.B.: Il primo muro da scavalcare è proprio la decifrazione anche di diteggiatura e di scelta su come passare le due tastiere su una. Io mi sono fatta mandare tutte le fotocopie della partitura del mio maestro, che, nonostante lui non ci sia più da tempo e nonostante io non sia più una bimba, rimarrà per sempre il mio maestro, Carlo Vidusso. Carlo Vidusso aveva la particolarità di diteggiare nota per nota, trillo per trillo. Alcuni pensavano fosse una sorta di fobia, un vezzo, in realtà chi lo conosceva bene come l’ho conosciuto io sapeva che in realtà era un diteggiare per fraseggiare. A volte le sue diteggiature erano estremamente complicate, ma quando andavi a suonare con quelle diteggiature ti rendevi conto che già il fraseggio camminava da solo, quindi era sempre una diteggiatura legata alla musicalità e a precise scelte. Quindi mi sono fatta mandare questa partitura delle Goldberg che era un manoscritto, perché in realtà lui aveva ricopiato manualmente, nota per nota tutta l’opera, tutte le fughe, i canoni. Laddove c’erano due o tre voci aveva differenziato queste voci mettendole su tre pentagrammi. Quindi per me è stato un lavoro prima mentale e visivo, poi ho cominciato a guardare le sue diteggiature e poi ho capito che ero diventata abbastanza grande da fare delle scelte mie. Il grosso lavoro iniziale dunque è proprio decifrare per poter mettere su una tastiera sola quello che era stato scritto per due tastiere e fare delle scelte.

P.P.: Da un punto di vista esclusivamente timbrico è un dibattito annoso e già vecchio quello che contrappone un presunto rigore filologico che imporrebbe l’uso del clavicembalo e l’attuale predilezione per uno strumento più moderno come il pianoforte. Cosa ne pensi? Qual è a tuo parere il valore aggiunto che porta il pianoforte nell’esecuzione delle Variazioni? Secondo te il pubblico di oggi sarebbe pronto ad ascoltare le Goldberg interamente al clavicembalo?

G.B.: Il problema fondamentale di andare a registrare le Goldberg è stato anche quello del gusto. Ho ascoltato chiaramente tantissime registrazioni di quest’opera, ma a un certo punto ho deciso di smettere di ascoltare perché avevo bisogno di ripulire la testa e fare una scelta personale. Trovo che le Goldberg siano un tale monumento che è possibile suonarle su qualsiasi strumento. Ho un amico che le suona su una fisarmonica e sono altrettanto belle. La differenza è che sono una cosa diversa. Le Goldberg suonate al clavicembalo sono una cosa, suonate al pianoforte sono un’altra cosa, sono tante cose diverse e questa diversità che ne fa di volta in volta un’opera diversa dipende molto da chi le esegue e non solo dallo strumento. Se ascolti Glenn Gould, o Radu Lupu, o Schiff o ancora la Landowska al clavicembalo senti che le Goldberg sono tutte la stessa opera, eppure hanno alla base un’idea diversa.

La scelta nell’interpretazione nasce sempre da un’idea. Io le ho suonate dal vivo alcune volte prima di registrarle e prima del concerto dicevo alle persone “Ci vediamo alla fine del viaggio”, perché le reputo come ti dicevo un grande e lungo viaggio. Il mio approccio non è filologico né per studi né per carattere e quindi mi sono scontrata con certe scelte, ma in realtà il tempo necessario prima di registrarle è stato più mentale che fisico perché mi sono posta miliardi dubbi e alla fine ho deciso di suonarle e di essere in questo me stessa e fare la mia scelta sonora. Nel bene o nel male forse ci sono riuscita perché alcuni mi hanno detto che in queste Goldberg che ho registrato ritrova me.

P.P.: La struttura delle Variazioni è rigorosamente geometrica e un ruolo importante nella sua concezione è data dalla numerologia. Il rigore, la perfezione di questa architettura formale, il simbolismo che Bach dissemina nel suo edificio musicale, non solo in questo specifico ma in generale ha portato molti a pensare la sua musica come inarrivabile nella sua perfezione, quasi appartenente a una dimensione ultraterrena. Eppure questa musica contiene aspetti di profonda umanità e nella perfezione delle sue strutture sono innumerevoli i registri emotivi che si possono percepire: dalla pura gioia all’abisso, dalla materialità del vivere alla spiritualità. Qual è per la tua sensibilità il vertice emotivo delle variazioni, di questo che definisci viaggio, c’è un punto nell’opera che lo segna?

G.B.: Ognuno di noi credo che nelle Variazioni Goldberg abbia trovato il suo punto culminante in questo lungo viaggio. Io le eseguo consecutivamente, una dopo l’altra, molte sono decisamente attaccate, legate. Mentalmente, quasi in maniera inconsapevole, le ho divise personalmente in due parti, anche mentre le studiavo. Arrivavo a un certo punto e percepivo che c’era un momento in cui c’era come una ripartenza e questo punto di snodo per me era l’Ouverture, la sedicesima variazione, che per me dà vita a una seconda tranche dove anche la scrittura cambia. Mentre suonavo mi sono resa conto che anche la mia pedalizzazione da quel momento in poi cambiava moltissimo dalla prima parte come la chiamo io. Pianisticamente diventano più tecniche e la mia pedalizzazione aumentava, come se andassero verso un’enorme modernità per poi liberarsi totalmente sul Quodlibet su tema popolare, la trentesima variazione, come se fosse una grande festa. Tu hai parlato di una gioia e quella io l’ho sempre vista sempre come un approdo del viaggio che riporta all’aria da capo e che conferma la circolarità dell’opera. Ma è la mia idea molto personale.
Quando ti butti dentro a quest’opera vieni risucchiato, è totalizzante. Forse capiterà e lo spero anche con altre opere. Il viaggio non è solo nell’esecuzione, ma comincia dal primo giorno in cui le studi, soprattutto quando le registri e sai che resterà. A quel punto è andata. Quello è un viaggio compiuto.

P.P.: Questa musica non invecchia, nel senso che l’hanno ascoltata molti prima di noi, la ascoltiamo nel presente e molti la ascolteranno ancora dopo di noi. Questa perenne attualità di questa musica a tuo parere in cosa risiede?

G.B.: Il viaggio è un contenitore piccolo o gigantesco. Le Goldberg sono più grandi di un contenitore. Per me questa è una musica di una modernità assoluta. Il far sì che i giovani si possano approcciare a un’opera così enorme la trovo di una semplicità uditiva incredibile. Più le imparrucchiamo, più diamo loro un’aura di pesantezza che non hanno e più risultano distanti.
Ritengo sia migliore gestirle in maniera semplice. Io ho fatto una scelta di cantabilità a volte ed è un po’ il mio modo di suonare in generale questo, era il mio pensiero personale, ma comunque tu le suoni quello che deve passare è l’estrema semplicità e non la complessità.

P.P.: Hai qualche suggerimento da dare a chi volesse cimentarsi con questa musica per la prima volta, magari ai giovani pianisti?

G.B.: Fortunatamente le Goldberg in questi due anni stanno andando di moda, nel senso che ci sono registrazioni molto buone, questa musica continua a girare. A qualcuno dei miei ex allievi in passato che desideravano confrontarsi con quest’opera ho detto di rimboccarsi le maniche. Ci vuole molto rigore, il che non vuol dire annoiarci, e molta pazienza, perché le Goldberg sono tante, durano tanto e quindi il grande rischio è iniziare a studiarle e poi abbandonarle. Quindi, data la grossa mole di lavoro, è necessaria una altrettanto grande dose di pazienza, senza farsi spaventare dalla fase iniziale di decifrazione della scrittura per due tastiere da trasportare su una tastiera sola magari facendosi aiutare da qualche maestro.
Per me in musica quando ci si siede al pianoforte c’è sempre e solo l’amore per quello che si fa.

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2 COMMENTI

  1. Bella!!! un’intervista che apre una porta di sapere e sensibilità straordinarie. Grazie Paola per questo contributo alla conoscenza ed all’amore per la musica!. E’ bello leggerti e dalla descrizione sembra quasi di aver già ascoltato l’opera… è un grande contributo che Voi tutti di Pianosolo state dando a questo mondo, cercando di elevarlo e farlo uscire dalla caverna… io aggiungo un link dove si può ascoltare la splendida esecuzione della Buttà, con alcuni validi commenti:
    https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/la-recensione-di-sheherazade/Variazioni-Goldberg-Gilda-Butt%C3%A0-Limen-12948749.html?f=podcast-xml&popup=html

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