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L’alba di Piano City Milano è con il pianoforte di Francesco Grillo

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Sabato 21 maggio alle 5 del mattino Milano si risveglierà al suono del pianoforte di Francesco Grillo che suonerà per una delle albe di Piano City Milano all’Anfiteatro del Monte Stella. Un evento speciale nell’atmosfera e nella sostanza musicale, perché Francesco Grillo ha fatto dell’intersezione tra linguaggi, la musica classica e il jazz sostanzialmente, la cifra stilistica peculiare delle sue composizioni. Portatore di un pianismo tecnicamente stupefacente nella sua impeccabilità, questo artista porta al pianoforte un’altrettanto potente espressione, quella capacità di comunicare e creare emozione in chi ascolta. E’ stato lui stesso a raccontarci il suo background e il suo percorso musicale in questa intervista.

Paola Parri: Sabato 21 terrà un concerto molto speciale a Piano City Milano, non fosse altro che per l’orario in cui si svolgerà, alle 5 del mattino, un’alba, dunque sarà una sorta di saluto musicale al nuovo giorno. Cosa suonerà e quali sono le sue emozioni.
Francesco Grillo: Sì, l’ora di questo concerto è alquanto insolita. L’ho fatto solo un’altra volta, ma non alle 5 del mattino. Sicuramente il contesto è molto particolare, non solo perché suono all’alba, ma anche perché sono all’interno di un parco e quindi le persone ascolteranno molto anche gli uccellini sugli alberi, il vento. Contrariamente a quanto ho fatto nei miei precedenti concerti a Piano City, suonando quasi sempre brani miei, questo concerto sarà dedicato quasi interamente alla musica classica. Suonerò Beethoven, Chopin. Di Beethoven probabilmente eseguirò qualche bagattella e sicuramente l’Appassionata, l’op.57, la Sonata in Fa minore.

P.P.: Un programma che attinge a piene mani dal repertorio romantico…
F.G.: Alla fine sì, perché sebbene Beethoven sia considerato “classico”, è un classico che già sfocia nel Romanticismo, soprattutto con questo tipo di Sonata. E poi suonerò Chopin, qualche Notturno, la Berceuse e lo Scherzo n.4. Poi probabilmente suonerò anche cose mie e qualcosa dal mio ultimo lavoro discografico, che è una trascrizione delle Quattro Stagioni di Vivaldi per pianoforte.

P.P.: La sua è una formazione musicale accademica. A un certo punto però lei ha rivolto la sua attenzione anche verso il grande pianismo jazz, arrivando a forgiare nelle sue composizioni un linguaggio personale che tiene conto di entrambe queste suggestioni. Possedere una formazione classica è indispensabile a suo parere indipendentemente dalla direzione musicale che si intraprende?
F.G.: Nelle mie composizioni questa fusione avviene in maniera molto naturale. Le mie composizioni sono già ricche di tutte queste derivazioni che attingono da tradizioni apparentemente diverse, lontane, che in realtà si uniscono favorevolmente, dalla musica classica al jazz e anche alla musica brasiliana.
Nella musica qualsiasi cosa è importante, soprattutto per un compositore. Nel jazz ad esempio, parlando di improvvisazione, chi improvvisa è già di suo un compositore estemporaneo. Qualsiasi jazzista che improvvisi anche su uno standard, anche se usa delle frasi idiomatiche abbastanza cliniche, che ritornano con una certa retorica, le usa a suo modo, dunque è già un compositore in questo senso. La musica classica ovviamente non a caso è definita come musica colta perché attinge a forme molto più complesse. Il jazz, nell’uso di composizioni dette standard, le forme sono quasi dei pretesti. Gli standard sono per lo più brani presi dalla commedia musicale americana che hanno sì una forma, ma su cui l’improvvisatore crea dei chorus. Tutto questo può essere suonato dalla stessa persona, nel senso che oggi ci sono molti pianisti che suonano sia musica classica che jazz. Difficile è riuscire a farlo ad alto livello.
Io non faccio mai distinzione tra i generi musicali. L’importante è che uno abbia qualcosa da dire, che sia comunicativo.

P.P.: Spesso improvvisazione e composizione sono state viste come due modi di far musica apparentemente antitetici. Ma sappiamo che non è vero…
F.G.: Non solo non sono antitetiche, ma la musica classica e i compositori che noi suoniamo come dei monoliti in realtà la loro vita era fatta di improvvisazione. Beethoven, Chopin, Bach e Mozart improvvisavano. Non per niente c’è anche una forma musicale che viene denominata “improvviso”. Chopin quando si metteva al pianoforte sicuramente prima di prendere inchiostro e calamaio improvvisava e le composizioni venivano fuori così. Dopo sicuramente le limava e si confrontava con la forma. Mozart addirittura organizzava delle gare di improvvisazione, e anche Clementi.

P.P.: Posso aggiungere che nel jazz oggi esiste anche una tecnica dell’improvvisazione che va studiata. Poi certamente oltre allo studio c’è la creatività, il gusto personale, tutto il patrimonio dell’ascolto degli standard e dei grandi jazzisti, ma comunque è qualcosa che va studiato, o sbaglio?
F.G.: Assolutamente sì. Intanto comunque il jazz si basa molto su quello che viene prima. L’ascolto delle generazioni passate ha sempre offerto nuove fonti di ispirazione a nuove aperture, nuovi modi di fare musica e di improvvisare. Io per esempio sono cresciuto amando Bill Evans e Bud Powell, soprattutto Bud Powell. Questi sono i miei due pilastri con cui ho conosciuto il pianoforte jazz. Sono stati due innovatori.

P.P.: La sua trascrizione delle Quattro Stagioni di Vivaldi per pianoforte è un disco e una sfida interessante. Come ha lavorato sulla partitura?
F.G.: Nelle note di copertina scrivo molto di quello che ho attraversato sia a livello emotivo che di problematiche da affrontare in questo lavoro. La proposta mi è arrivata dal mio discografico di allora che è Rebeggiani, che ricordo sempre con affetto. Quando mi ha proposto di fare questo disco io ero inizialmente molto titubante perché mi chiedevo come un’opera di così grande fama e conosciuta in tutto il mondo potesse riuscire su uno strumento come il pianoforte, che è notoriamente uno strumento a percussione, su come lo strumento potesse adattarsi a una composizione scritta solo per archi. Sono infatti dei concerti per violino e orchestra d’archi. Invece, con mia grandissima sorpresa, mi sono accorto che si adattava perfettamente e questo denota come sostanzialmente la musica di Vivaldi si basi su delle linee ritmiche e melodiche che sono più importanti del timbro. Ci sono stati momenti in cui ho dovuto trovare degli espedienti per certe note lunghe degli archi. Ho cercato di mantenere la massima fedeltà alla partitura con delle mie aggiunte particolari. prettamente tecniche per una resa migliore, ma sempre cercando di mantenere la musica di Vivaldi nella sua originalità.

P.P.: Il pianoforte oggi vive una sorta di momento d’oro, è uno strumento molto popolare. Moltissime sono le persone che desiderano cominciare a studiare per poi suonare questo strumento. Quali sono a suo parere le ragioni di questo successo? Cosa rappresenta per lei?
F.G.: Per me il pianoforte rappresenta tutto, però la cosa più importante resta la musica. Il segreto di questo strumento fenomenale sta nel fatto che è un po’ come avere un’orchestra sotto le dita. Io amo tutti gli strumenti, ma non dimentichiamo che la maggior parte dei grandi compositori erano pianisti, direi tutti tranne qualche eccezione. Un altro motivo del suo successo tra molte persone è che oggi ci sono molte più possibilità di iniziare lo studio dello strumento, cosa che un tempo non era possibile. A volte questa cosa è un po’ pericolosa, nel senso che vorrei che certi valori legati alla musica restassero e che invece di rappresentare una pedana dove tutti possono camminare il percorso fosse un po’ più funambolico.

P.P.: In fondo lo studio del pianoforte è un po’ funambolico, perché è difficile!
F.G.:  Sono d’accordo. La cosa importante è che qualsiasi virtuosismo sia finalizzato alla musica e all’espressione di un contenuto.

P.P.: Questa edizione di Piano City Milano è un ritorno al grande pubblico dopo un periodo che ci ha visti purtroppo rinunciare alla dimensione collettiva della musica. Cosa pensa di eventi diffusi come Piano City Milano, cosa portano al mondo della musica e cosa offrono al pubblico?
F.G.: Quando ci sono queste manifestazioni sono sempre molto contento. In un mondo che sta diventando sempre più frenetico e consumistico e dove contano sempre più le confezioni invece del loro contenuto, io credo che sia molto importante che l’arte, qualsiasi tipo di espressione artistica, sia diffusa il più possibile, per cui sono contento quando ci sono eventi come Piano City Milano. Soprattutto è bello che la gente possa incontrare anche in modo casuale un concerto. Questa è una cosa positiva anche per città dove una persona magari incontra per la prima volta la musica, i concerti sono tutti gratuiti, e quindi è un bellissimo progetto.

FRANCESCO GRILLO

Francesco Grillo, cresciuto in una famiglia dalle radicate tradizioni musicali è un pianista classico e compositore diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e, in seguito, presso le Accademie di Imola e Cremona. Francesco si cimenta sin da bambino con la composizione, i suoi primi modelli sono i grandi romantici, Chopin, Liszt, e successivamente anche i grandi autori russi, Rachmaninov, Scriabin, Prokofiev ed i francesi, Ravel in primis. La passione per il Jazz ed in particolare per i grandi pianisti come Bill Evans e Bud Powell, ha permesso a Francesco Grillo di creare un suo stile compositivo molto personale che attinge da entrambe le tradizioni (Classica e Jazz) e che mostra una felice integrazione tra mondi all’apparenza lontani. Francesco si è esibito in molti paesi d’Europa, Stati Uniti, Giappone, Messico e ha partecipato alla cerimonia d’apertura dei campionati europei di pattinaggio artistico a Milano (con diretta televisiva in tutta Europa) eseguendo i suoi preludi che, successivamente, sono entrati a far parte del suo primo album di composizioni proprie dal titolo “HighBall”. Pubblicato nel 2011 da Universal, contiene musica complessa e di grande lirismo con brani originali per piano solo e tre duetti con il pianista Stefano Bollani Nel 2012 pubblica, ancora con Universal, l’album “Otto”, un disco di brani jazz originali realizzato con la collaborazione di musicisti straordinari come il trombettista Enrico Rava, il clarinettista Nico Gori, il batterista israeliano Asaf Sirkis, il vibrafonista Andrea Dulbecco e il contrabbassista Yuri Goloubev. Un anno più tardi pubblica “Frame” (Sony classic) , un nuovo album interamente dedicato al pianoforte. Pubblicato da Sony music, anche in questo lavoro celebra musicalmente l’incontro fra tradizione e modernità fondendo le sonorità e la strutture del jazz con il lirismo ed il virtuosismo del pianoforte classico. Di recente uscita il suo ultimo lavoro discografico pubblicato sempre da Sony music in cui si cimenta nella grande impresa di trascrivere ed eseguire per pianoforte le “Quattro Stagioni” di Vivaldi.

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