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Il pianoforte di Jany McPherson in A Long Way. “Musica dell’anima per l’anima”

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La sua terra di origine è Cuba. La sua musica porta i colori, i ritmi, la vitalità del Paese che l’ha vista nascere, ma anche il jazz con il suo inconfondibile linguaggio fatto di improvvisazione e di intrecci, e ancora una valigia colma di suggestioni sonore assorbite nel tempo tra studio, viaggi, esperienze internazionali.

Stiamo parlando di Jany McPherson, artista che va affermandosi sulla scena mondiale affidando il suo talento al pianoforte come strumento principale e alla sua voce. E’ recente la pubblicazione del suo album intitolato A Long Way, registrato in trio con Antonio Sgro (contrabbasso) e Yoann Serra (batteria) e la partecipazione speciali di Christophe Lampidecchia (fisarmonica), nel brano “Te Dejo Ir”, e John McLaughlin (chitarra) in qualità di special guest in“Tú Y Yo”. Undici tracce che portano la firma della pianista e che ci introducono a un variopinto universo sonoro dall’ampio spettro di suoni, ritmi, melodie. Mai scontato l’esito finale che si muove tra la vivace ritmica del latin jazz e un sound che proviene dal jazz del Nord America, tra invenzioni armoniche inattese e sessioni improvvisative originali, tra delicata scrittura melodica e un fraseggio limpido ed espressivo.

Il disco è stato prodotto da Gianluca Di Furia, registrato e mixato da Philippe Gaillot presso i Recall Studios in Francia e masterizzato da Carmine Simeone ai Forward Studios di Roma.

Tutta da scoprire questa musica di Jany McPherson, che scrive e suona con l’abilità di chi ha talento, studio ed esperienza, ma soprattutto con il cuore. Ne abbiamo parlato con la pianista in questa intervista.

 

“A Long Way” è il titolo del tuo recente lavoro discografico. Un lungo cammino musicale e di vita immagino. Da dove comincia questo cammino e dove approda con le 11 tracce di questo disco?

Questo viaggio inizia nel cuore delle mie radici, Cuba, e il primo brano “Fire in my hands” lo dimostra. I brani di questo album raccontano la storia della mia vita, le esperienze che ho vissuto, gli incontri attraverso tutti i viaggi che ho fatto, le domande che mi faccio sulla vita, sulle cose, su me stessa e si conclude con la consapevolezza che non finisce mai, che la strada si percorre giorno per giorno, che sono le nostre scelte a portarci in una direzione o in un’altra e che la strada si fa mentre la percorriamo.

Cuba è presente in tutti i ritmi, nelle melodie, nelle armonie e nella lingua di questi pezzi. È corretto, secondo te, parlare di un’anima musicale cubana? Qualcosa che proviene in maniera unica e speciale da questo magnifico Paese? E quali sono le sue caratteristiche?

 Sì, possiamo parlare di un’anima musicale cubana, ma non si tratta di qualcosa che deriva unicamente e soprattutto dal fatto che sono cubana. È piuttosto il fatto che la mia anima è consciamente o inconsciamente ancorata a quella cultura. Questo mi permette di aprirmi ad altre culture e a modi di fare musica diversi senza perdere la mia essenza. Se hai ascoltato bene l’album, noterai che ci sono molti brani con una connotazione che esula completamente dall’ambito cubano e che va a incontrare il jazz e la cultura europea, per cui in questi brani Cuba è ancora presente, ma in modo più sottile. L’anima musicale di Cuba è caratterizzata da una grande miscela di elementi che vanno dalla colonizzazione spagnola e dall’arrivo degli schiavi africani a Cuba, alla presenza della cultura francese e alla forte influenza del jazz americano. Tutto questo ha portato all’identità della musica cubana, profondamente ritmica, melodica e aperta a tutti coloro che vogliono sentirla.

L’album è realizzato in trio con Antonio Sgro (contrabbasso) e Yoann Serra (batteria) e vede due partecipazioni speciali: dalla partecipazione di Christophe Lampidecchia (fisarmonica) nel brano “Te Dejo Ir” alla presenza straordinaria di John McLaughlin (chitarra) in qualità di special guest in“Tú Y Yo”. Come si crea un’intesa musicale e come avete lavorato alla produzione del disco?

Prima di tutto c’è il feeling con l’altra persona come essere umano. In questo modo è molto più facile fare un passo avanti e andare avanti con la musica. Devi essere aperto alla tua ispirazione e a quella dell’altra persona. Sviluppare un ascolto generale di ciò che accade musicalmente per creare una buona intesa. Il processo creativo dell’album mi ha richiesto sei mesi. Durante questo periodo ho composto, immaginato il colore che questo album poteva assumere, confrontato le idee con Gianluca, il mio produttore, realizzato gli arrangiamenti e provato intensamente con Tony e Yoann. Le prove mi hanno permesso di creare quell’intesa musicale, portando ogni brano alla sua massima espressione interpretativa. Sono convinta che senza questo lavoro di base, i brani non avrebbero avuto il suono che hanno qui. Conoscevo Christophe da molto tempo, il mio amico di origine Napoletana ha una grande sensibilità sul suo strumento, e il suono della sua fisarmonica su “Te Dejo Ir” mette la ciliegina sulla torta. Con John collaboravo già dall’anno scorso nella sua band “The 4th Dimension”. Con lui non si può resistere, il feeling avviene a tutti i livelli e la nostra chiacchierata musicale in “Tú y Yo” ne è la testimonianza.

“A Long Way” apre con una traccia di grande vivacità ritmica che si intitola “Fire in my Hands”. Questo fuoco nelle mani sul pianoforte si trasforma in una sorta di danza. Impossibile restare fermi! Naturalmente suonare un pezzo così richiede una grandissima sensibilità ritmica e anche una certa agilità che si conquista con lo studio e la pratica. Vuoi parlarci dei tuoi studi? Quando, come e perché hai cominciato a suonare il pianoforte?

Mio padre aveva scoperto che ero una bambina attratta dal mondo della musica fin dalla più tenera età. Imitavo gli artisti che passavano in televisione, ballavo fino alla morte su una canzone dei “Los Van Van” alla radio, ecc…. Addirittura mi insegnava le canzoni e mi accompagnava con la chitarra. Così all’età di 7 anni mi portò al conservatorio per fare un’audizione e dare ai miei desideri incoscienti un percorso accademico. Sono stata accettata e così ho iniziato a studiare pianoforte. Non avevo idea di cosa mi aspettasse con le ore di studio e le altre materie, credo che a quell’età non si possa decidere molto da soli. Sono stati 10 anni di studi tra il livello elementare e quello intermedio superiore. Questi anni di studio, legati alle esperienze artistiche che sono venute dopo, mi hanno dato la destrezza tecnica, la sensibilità ritmica e l’espressività sonora del mio stile pianistico. Perché ho iniziato a suonare il pianoforte? Per registrare “A Long Way” e gli altri dischi che verranno.

Cosa rappresenta il pianoforte per te?

Il pianoforte è un’estensione della mia anima. Conosce tutti i miei segreti. Posso dirgli tutto ciò che per me sarebbe difficile esprimere con le parole. Non mi giudica mai, mi accetta semplicemente così come sono.

In questo disco possiamo sentire anche la tua voce in alcuni pezzi. La voce umana è un altro meraviglioso strumento musicale, forse il più diretto perché ci appartiene a livello anche fisico. Che ne pensi?

Esattamente! La voce umana è lo strumento perfetto. Il mio approccio alla musica è avvenuto proprio attraverso la voce. È stato il mio primo strumento, solo che in seguito il pianoforte ha preso il sopravvento in modo più accademico. Ricordo che all’età di cinque anni ho cantato una vecchia canzone tradizionale cubana di Trova con mio padre, che mi accompagnava con la chitarra, in uno spettacolo per bambini. Quella è stata la mia prima performance. Mi piace cantare. Attraverso il canto esprimi le tue emozioni in modo più diretto, non ci sono filtri. Per me era importante lasciare la mia voce in questo album e, sebbene la scelta di dare maggiore protagonismo al pianoforte sia stata consapevole, non riesco a concepirmi senza esprimermi attraverso la mia voce.

Parliamo della tua attività di composizione. Questo album contiene 11 inediti. Come scrivi i tuoi brani? Da cosa parti? Dove nascono le tue idee musicali?

Non c’è una regola da seguire. Ma in generale ho notato che le melodie vengono prima di tutto. A volte sono melodie da sole, altre volte sono accompagnate da un testo. In altre occasioni, quando l’umore è favorevole, mi siedo al pianoforte con il dittafono a fianco ed inizio a improvvisare. Poi, a distanza di giorni, ritorno su quelle improvvisazioni e se sento qualcosa di interessante, questo mi dà il materiale per sviluppare un tema. È stato così, ad esempio, per “Fire in my hands” e “Miss Butterfly”, che sono nate come improvvisazioni leggermente diffuse di arpeggi e alcune armonie, per poi diventare ciò che sono oggi.

L’improvvisazione è un po’ la cifra stilistica del linguaggio del jazz. Come si impara a improvvisare? Che consiglio daresti ai giovani pianisti che si avvicinano a questo linguaggio?

Non ne ho la più pallida idea. Immagino che si impari improvvisando. Non ho studiato il jazz in modo accademico, quindi ai miei inizi non avevo una linea definita su come farlo. Ma ovviamente la base di tutto è conoscere le armonie e la melodia del brano che stai suonando in quel momento. Poi si inventa la propria melodia, si sperimenta. Un fattore importante è prendere ispirazione dai grandi jazzisti che hanno portato l’improvvisazione a livelli molto alti. Ascolta le loro registrazioni, prendi alcuni di quei mitici assoli e imparali per capire dove si muove il jazzista all’interno dell’armonia. Il mio è stato molto empirico, mi lascio trasportare da ogni cambio di accordo e creo melodie. Il miglior consiglio che posso dare ai giovani che iniziano a improvvisare è quello di osare, lasciarsi andare e dare libero sfogo alla propria immaginazione. All’inizio c’è sempre la paura di non essere all’altezza del compito, ma con la pratica e l’esercizio questa paura si dissolve. Ascolta diversi artisti e renditi conto che ognuno lo dice a modo suo. Ad esempio, io amo citare temi noti nelle mie improvvisazioni. È il mio modo personale di rendere omaggio agli artisti e ai compositori che mi hanno influenzato, mescolando il tutto con le idee che mi vengono spontanee. Alla fine, la vita ci mette di fronte a situazioni quotidiane in cui dobbiamo improvvisare.

In questi giorni in Italia si dibatte molto sulla condizione femminile. Come se la passano le donne nel mondo della musica secondo te?

Stanno andando molto meglio. Oggi il numero di donne musiciste davanti al palco è molto più alto rispetto a decenni fa. È vero che il mondo del jazz è stato guidato dagli uomini, forse perché le donne sono state attratte da altri percorsi musicali. Ci sono sempre state donne musiciste di jazz, Ella Fitzgerald, Mary Lou Williams, Sarah Vaughan, Nina Simone, solo per citarne alcune, sono state grandi star. All’epoca, è vero che erano molto poche, ma oggi sono molto più in vista rispetto al passato e abbiamo addirittura dei festival jazz dedicati alle donne jazziste.

Ascoltando le 11 tracce di A long Way si percepisce una sensazione di gioia diffusa e una passione ardente per questo mestiere e per la vita stessa. Cosa significa fare musica per te e soprattutto qual è il messaggio che vuoi inviare a chi ascolterà A Long Way?

Fare musica è per me uno dei modi più belli per esprimere l’amore che sono. Ogni singola cosa che facciamo in questo mondo è una creazione, è una comunicazione di ciò che pensiamo, sentiamo e siamo. Per me è attraverso la musica, per lei è attraverso il giornalismo. Ognuno di noi comunica con il mondo attraverso ciò che è. E in questo senso, “A Long Way” invita l’ascoltatore a connettersi con il proprio modo di sentire e comunicare, ad ascoltare la propria voce interiore e a rendersi conto che, anche quando la strada sembra difficile, la vita è un lungo cammino da percorrere con fede ed entusiasmo.

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