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In piano solo tra i paesaggi del Nord di Francesco Maria Mancarella

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I paesaggi e il mare dell’Islanda evocati dal piano solo di Francesco Maria Mancarella ci immergono nelle affascinanti atmosfere dei paesaggi del Nord Europa. E si intitola appunto Nord il lavoro discografico che il pianista, compositore e direttore d’orchestra salentino pubblica per i tipi della Sony Music Italia. Dopo il rilascio dei primi brani, oggi Mancarella ci offre all’ascolto altri quattro inediti a completare questo lavoro: due EP registrati in Islanda negli Syrland Studio di Reykjavík, dove l’artista ha cercato il silenzio per trovare la musica, un luogo dove il contatto con la natura potesse amplificare i suoni del mare e la voce ancestrale di madre terra, troppo spessa offuscata dal fragoroso rumore della contemporaneità. E in queste 8 tracce, che vestono i panni dell’assoluta libertà stilistica e che si pongono come riflessione interiore ma aperta, la narrazione si muove tra classica, jazz, contemporanea, senza recinti o argini. Come il piano solo richiede, il libero flusso della musica crea immagini sonore che ad ognuno di noi è demandato di immaginare in virtù della raffinata sensibilità melodica del compositore. E a noi non resta che immergerci in questa ritrovata dimensione di solitudine, quel non spazio e non tempo in cui far fluttuare pensieri ed emozioni, in cui persino sognare, allontanandoci solo per un attimo dal caos del quotidiano e tornando al contatto più vero con la natura.

Di Nord e molto altro abbiamo parlato con Francesco Maria Mancarella in questa intervista.

Francesco Maria Mancarella (ph. Michele Giannone)

Paola Parri: Parliamo di Nord. Questo progetto oggi trova il suo compimento con la pubblicazione di quattro inediti, che erano stati preceduti da altrettanti brani. Al centro il piano solo, un’atmosfera che rimanda inequivocabilmente alla natura, un’evocazione di paesaggi e atmosfere del Nord appunto. Raccontaci un po’ questi luoghi che noi immaginiamo ascoltando il tuo disco, ma che tu sicuramente hai visitato. Come hai realizzato questo lavoro?

Francesco Maria Mancarella: Per esprimere a pieno quello che è Nord, bisognerebbe fare un viaggio in Islanda, che è poi quello che ho fatto io. Ho girato l’Islanda, una terra magica, e cercavo un suono che potesse ricondurre a questa dimensione ancestrale, dove l’uomo inizia a diventare un po’ più introspettivo nei confronti dell’ambiente circostante e con se stesso. Penso che in un mondo dove le parole fuggono nel vento e dove ci sia tantissima musica, un po’ di introspezione possa essere qualcosa di interessante per lasciare sfogo a pensieri che magari sono insiti dentro di noi, ma che non riusciamo a spiegarci. È quella stessa identica cosa che ho fatto con Nord, perché in piano solo mi sono spogliato di tutto quello che c’era nei dischi passati che ho realizzato e ho deciso di farmi trasportare dalle sensazioni di quel momento, di quei paesaggi, di questo viaggio che ho fatto, per raccontare questi suoni molto particolari. Tra l’altro qui c’è l’uomo, che di fronte a questa natura così forte, così dinamica, torna a essere quasi piccolissimo nei confronti di madre natura, a differenza di quello che invece fa in altri posti del mondo, dove sfrutta e distrugge l’ambiente circostante. Per cui l’interesse che io ho nei confronti dell’Islanda è proprio per una terra magica che sembra una sorta di altro pianeta.

P.P.: Tutto il mood del disco rimanda proprio a questo concetto. Parafrasando un celebre cantautore che tutti amiamo, ti sei mosso un po’ “in direzione ostinata e contraria”, no? Rispetto a quello che è un po’ il frenetico andamento del mondo contemporaneo. Però al tempo stesso hai trasportato in musica qualcosa che è di estrema attualità. Dato che siamo su pianosolo e tu sei un pianista, oltre che un compositore e un direttore d’orchestra, perché hai scelto proprio il piano solo come voce?

F.M.: Innanzitutto la scelta deriva da una ricerca che ho condotto nel corso di questi anni. Io ho iniziato, nel mio primo disco, ad esempio, suonando in orchestra sinfonica, quindi ho iniziato in maniera completamente diversa il mio approccio alla musica e alla registrazione. Però poi, per una questione anche di snellimento di tutto il processo creativo e del processo di registrazione, volevo fare una cosa che rappresentasse esclusivamente me, che dipendesse soltanto da me e che raccontasse quello che io provo. Come direi per la musica jazz, l’interplay durante la registrazione è qualcosa di importante che cambia anche i connotati della registrazione. Io non volevo che accadesse questo. Volevo essere il più vero possibile, volevo creare qualcosa che mi riconducesse nello stesso posto ogni qual volta poi l’avessi riascoltata. E così penso di aver fatto, e anche per una questione di semplicità, nella rielaborazione dei contenuti. Cioè volevo che durante i miei concerti si riascoltassero precisamente quali sono le note del mio pianoforte, senza creare sovrastrutture che in questo caso distoglierebbero dalle mie intenzioni.

P.P.: Queste tue composizioni sono stilisticamente, credo, un po’ una sintesi della tua formazione e della tua biografia artistica, perché ascoltandole io sento appunto tracce di jazz, ma anche una certa ampiezza, diciamo, orchestrale, proprio anche tipica di alcune colonne sonore da film, insomma. Tu, appunto, oltre che pianista, sei compositore chiaramente. Qual è il seme da cui prende corpo la composizione? Cioè, tu componi al pianoforte?

F.M.: Quando ho iniziato studiavo anche composizione classica e composizione per musica da film, per cui ricordo che i miei docenti cercavano sempre di farmi comporre sulla partitura. Io sono sempre stato restio a questo, perché riesco a comporre bene sul pianoforte. Penso che la questione, ritornando al jazz e all’audiotattile, così come si chiama, sia qualcosa di interessantissimo, qualcosa che mi caratterizza, per cui io ho studiato musica jazz anche per quello. Per cui, come si sviluppa la composizione? Ho una bella idea, mi siedo sul pianoforte e cerco di svilupparla nel miglior modo possibile. Poi il mio approccio non è soltanto un approccio pianistico, perché mentre io suono il pianoforte cerco di immaginare nelle note del pianoforte le estensioni di un’orchestra. Per cui, talvolta, anche nel mio pianismo si sente questo lirismo orchestrale di cui parlavi prima. Che cosa dirti? Io ti dico che comunque il mio orizzonte ermeneutico, cioè tutto quello che ho studiato nel corso della vita, mi rappresenta. Le esperienze che ho fatto mi rappresentano, ma cerco sempre di svilupparle senza barriere, senza uno stile che mi rappresenti. Per cui ci sono delle piccole pillole di tutto. All’interno di questo disco c’è poco di jazz, ti dico la verità, ma quello che c’è e che rappresenta il jazz è la libertà nell’esecuzione. L’esecuzione è un’esecuzione comunque libera, come si può sentire ad esempio nel brano Under the Light. Qui c’è una specie di improvvisazione. Un’improvvisazione sarà sempre differente, e questo è un punto cardine che rappresenta anche il mio concerto dal vivo in piano solo, per cui le composizioni poi si modificano, cambiano, come se fossero in continua evoluzione. Quindi i temi rimangono quelli principali, ma fondamentalmente poi all’interno dei concerti può succedere di tutto. E questo è quello che adoro del jazz, è l’estensione del pianismo orchestrale che adoro nella composizione. E poi c’è anche della musica dei film, come dicevi, perché le immagini sono caratterizzanti e sono importanti. Io lavoro anche con il principio della sinestesia, grazie al mio pianoforte che dipinge.

P.P.: Che mi dici ad esempio di un brano che mi ha molto incuriosito, Improve? Siamo nel territorio dell’improvvisazione, no?

F.M.: Sì, Improve è un gioco di parole. Mio padre fa il mio stesso lavoro, per cui quando ho registrato questo brano ho pensato anche un po’ a lui, come se lo avessi al mio fianco all’interno di questo studio di registrazione in Islanda. E quindi ho buttato le mani lì sul pianoforte, ho detto Improve non soltanto come improvvisazione, ma da intendersi nel significato anche di migliorarsi, migliorare. Quindi questo gioco di parole interessa l’improvvisazione, ma include anche il anche migliorarsi, il guardare al passato, quello che mi ha insegnato mio padre, ma pensando sempre al futuro. Nord diventa quindi un punto focale, come se fosse una freccia nei confronti non di punto geografico, ma nei confronti della vita, dell’orizzonte a cui noi vogliamo ambire.

P.P.: Un altro brano che mi ha molto incuriosito è in un certo senso quello che è un omaggio alla tua terra natale. Tu sei salentino, giusto? Ci parli di questo brano?

F.M.: Allora, Beddha ci dormi nel mio dialetto vuol dire bella che stai dormendo. Ed è una storia, una storia d’amore, una storia popolare. I canti popolari secondo me rappresentano qualcosa di estremamente vero, perché rappresentano quelli che parallelamente da un’altra parte del mondo cantavano il blues, i nativi, noi nativi, insomma gli afroamericani. Per questo per me rappresentano qualcosa di autenticamente vero, la cultura da cui discendo e che ha cullato anche i suoni delle mie note, perché io sono abituato a sentire il rumore del mare, che mi ha aiutato e mi ha dato tanto. Per cui sembrerebbe quasi essere un non-sense inserire questo brano all’interno di quest’album, ma in realtà il senso è completamente diverso. Il punto comune qual è? È il mare. Quando io sono vicino al mare mi sento a casa, pertanto quando giro negli concerti in tutto il mondo, la prima cosa che faccio è portare sempre un brano che rappresenti il Salento. Quindi nello scorso disco c’era Lu ruscio de lu mare, il rumore del mare, il rumore di questo mare qua, e in questo disco ho voluto omaggiare la mia terra, con “Beddha ci dormi”. L’ho fatto in questa nuova veste in piano solo, con armonie differenti. È una rielaborazione, diciamo, come hai detto tu bene, un omaggio alla mia terra.

P.P.: Melodia, armonia, ritmo sono tutti elementi che concorrono a creare un pezzo, insomma, che sia una canzone o una composizione di altra natura. Oggi la melodia tende talvolta ad essere frammentata, quasi distrutta, no? L’abbiamo visto fare anche nella storia del jazz, nella sua evoluzione a volte molto complessa. Ecco, nonostante questo, la melodia continua ad essere quello che nell’immaginario collettivo cattura immediatamente la nostra attenzione. Come mai, secondo te, c’è questo processo per cui rimaniamo sempre ancorati agli aspetti melodici di un pezzo, e che sono quelli che per primi ci colpiscono, tutto sommato?

F.M.: Fondamentalmente ritengo che il pubblico che ascolta la musica debba essere un pubblico non colto. Perché un pubblico non colto è un pubblico onesto nei confronti della musica che ascolta, che dice mi piace o non mi piace, e non dà una spiegazione quasi scientifica al perché una cosa piaccia, però vuol dire che suscita all’interno di qualcuno un’emozione, no? Quando faccio i miei concerti, il pubblico che comunque viene è un pubblico che non sempre ha conoscenze musicali. Certo. E per questo adora la melodia. Quando uno invece ha conoscenze musicali e capisce tra virgolette lo sforzo, il sacrificio, il modo di lavorare che c’è all’interno di una composizione un po’ più difficile armonicamente, può apprezzarla da un altro punto di vista. Poi c’è da dire sempre a cosa serve la musica. Per me, ad esempio, se sono a casa e mi sto rilassando, sicuramente ascoltare musica atonale non è il massimo. Magari vorrei ascoltare una bella canzone o una bella orchestra che produce qualcosa di melodico, che mi aiuti nel relax, nel distendermi. Se invece voglio fare delle cose riguardo alla sperimentazione, voglio ascoltare quali sono i processi creativi degli altri, magari ascolto qualcosa diverso. Quindi io penso che non occorra cercare di creare musica di qualità e un dualismo tra musica di qualità e musica di non qualità. La musica è bella tutta, perché comunque c’è sempre dietro un processo creativo. E quindi il processo creativo deve essere comunque apprezzato. Tra l’altro, se uno strumentista, un musicista, un compositore è così abile da riempire i teatri e da trovare gradimento da parte del pubblico, ci sarà sicuramente qualcosa di interessante che riuscirà a suscitare in loro, per cui è inutile farsi tante domande.

P.P.: Sì, poi diciamo che la musica rispecchia un po’ anche quella che è la temperatura, il clima di una società. Senti, visto che siamo su pianosolo, non posso fare a meno di chiederti, di parlarci di un altro tuo progetto molto particolare a cui hai accennato prima: il pianoforte che dipinge. È una cosa molto interessante, vuoi spiegarci brevemente di cosa si tratta?

F.M.: Il pianoforte che dipinge è un progetto unico nel suo genere, l’unico al mondo a poter dipingere in questa modalità. È stato costruito e inventato nel 2013 da me. È un pianoforte spogliato dalle corde, che utilizza però la martelliera stessa dello strumento per intingere di colore una tela, che è una catena rotante, utilizzando il principio della sinestesia. Due sensazioni, due sensibilità personali, quali possono essere la vista e l’udito, si uniscono nello stesso istante, poiché guardano un supporto che ha del colore sopra ma anche della musica stampata e registrata. Per cui questi quadri che poi ne vengono fuori è possibile ascoltarli in tempo reale tramite un telefonino, aprendo la fotocamera e inquadrandoli. È una nuova forma di regolare la musica, in particolare la mia musica, perché io non stampo, non registro canzoni di altri, musica di altri. E tra l’altro ogni brano, ogni quadro ha la propria musica incisa sopra. Un quadro per una canzone, per rendere tangibile, ritornando a questo discorso magari dell’audiotattile, la musica. Posso guardare la musica, posso toccare la musica, posso avere per me quel brano.

P.P.: Che poi è anche un modo di fissare in maniera indelebile un determinato momento a livello visivo, oltre che auditivo.

F.M.: Anche perché, la cosa bellissima che tanti non dicono, anche legata alla musica classica, è che la partitura fissa quello che dovrebbe essere il brano, ma poi fondamentalmente l’esecuzione di ognuno di noi è diversa, non ci sarà mai un’esecuzione identica. I brani di Chopin saranno comunque sempre i brani di Chopin suonati da altre persone che ci metteranno poi del loro. Invece, in questo istante, io posso dare una fotografia istantanea di quello che è quel momento, quel brano, di come è suonato.

P.P.: Concludo con una domanda relativa a una tua recente esperienza artistica? Sappiamo che sei reduce da Sanremo dove hai diretto l’orchestra di Alessandra Amoroso. Cosa hai portato con te di quell’esperienza e infine i progetti nell’immediato futuro? Porterai Nord su qualche palcoscenico, in concerto?

F.M.: Quella legata a Sanremo è un’esperienza per me indimenticabile, sicuramente perché è fatta con Alessandra, che oltre ad essere una professionista incredibile mi è anche amica e quindi un rapporto lavorativo bellissimo, un’esperienza che ricorderò per sempre. Lavorare comunque con 60 orchestrali è qualcosa di molto bello, tra l’altro la trascrizione e l’orchestrazione del brano l’ho realizzata io, un valore aggiunto per cercare di creare un amalgama che potesse abbracciare tutti quanti. Quando non ci si conosce lavorativamente è comunque complicato cercare di intendere quello che deve essere l’obiettivo primario. Io sono contento perché credo di esserci riuscito e perché sono stati tutti bravi. Sanremo è sempre Sanremo, insomma, c’è questo alone mediatico che comunque ti mette sotto pressione, però devo dire che il lavoro è stato di grande qualità. Quindi cosa porto con me di Sanremo? L’esperienza, l’esperienza di lavorare con persone diverse con cui non avevo mai lavorato, quindi di ampliare la mia esperienza lavorativa. Sicuramente l’esperienza di suonare in televisione, che è una cosa che io non facevo da tanti anni, perché una volta mi faceva un po’ paura, ma adesso non mi fa più paura, grazie anche alla mia attività di direttore dell’Orchestra Jazz del Mediterraneo.

I progetti per il futuro prevedono sicuramente concerti. C’è un tour in programmazione di Nord, ci sono dei quadri dipinti; quindi, ci sono delle mostre di quadri dipinti. Sto pubblicando uno spartito, tra l’altro, per pianoforte solo, che verrà messo in vendita tra breve. E poi ci sarà sicuramente un nuovo disco, ma  questa volta con un progetto molto differente, un progetto che non ti posso svelare, perché sarebbe troppo presto. Ma non è un progetto in piano solo, posso dirti questo.

Francesco Maria Mancarella è un compositore, pianista e direttore d’orchestra, diplomato al conservatorio Tito Schipa di Lecce in pianoforte Jazz con il massimo dei voti e in tecnologie dell’industria audiovisiva con master universitario in composizione per musica da film. Nel 2014 ha inventato e brevettato “Il pianoforte che dipinge”, un progetto audiovisivo che ha conquistato i teatri di tutto il mondo (ed è apparso anche su Rai 1 nel programma “I Soliti ignoti” condotto da
Amadeus) unendo la composizione musicale e la sua traslazione sulla tela.
Ha all’attivo diverse pubblicazioni discografiche come autore, compositore, arrangiatore,direttore musicale e produttore artistico. Collabora con grandi orchestre del panorama nazionale ed internazionale come Bulgarian National Symphony Orchestra (Sofia), Orchestra Ritmosinfonica Italiana (Canale5), Southern Est Europe Orchestra. Si è esibito in Italia e all’estero in rassegne importanti, tra le quali Piano City Milano, Milano Music Week, Calatafimi Festival di Segesta, e in luoghi prestigiosi come la Steinway hall di Miami e l’Arena di Verona. Ha aperto i concerti di Francesco De Gregori, Paola Turci, Paolo Vallesi, Enrico Ruggeri e ha collaborato, tra gli altri, con Sud Sound System, Irene Robins, Von Washinton, Nabil Bay, Josiel Konrad, Daniel Fasano.
A febbraio 2024 ha partecipato alla 74esima edizione del Festival di Sanremo dirigendo l’orchestra per Alessandra Amoroso.

 

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