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Il rumore del tempo. Šostakovič narrato da Julian Barnes

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Il tempo è fatto di cose, persone, eventi, dunque il tempo fa rumore e se questo rumore arriva a coprire il suono della musica? Se questo rumore tenta di soffocare la personalità artistica e rendere ostico il processo creativo? Sembrano questi gli interrogativi che lo scrittore Julian Barnes pone in questo libro in cui narra la vicenda umana ed artistica del compositore Dmitrij Šostakovič.

“Il rumore del tempo” non è una biografia, non è un saggio, e probabilmente nemmeno un romanzo nel senso letterale del termine, piuttosto è un’esplorazione dall’interno di quei delicati meccanismi che regolano il fragile equilibrio tra arte e condizionamenti della politica, della società, soprattutto nei regimi totalitaristici.

Questo condizionamento qui è raffigurato come “il Potere” e coincide con l’Unione Sovietica stalinista di cui la storia ha ampiamente narrato le politiche culturali riflesse nelle pratiche di censura, messa all’indice quando non addirittura di vera e propria persecuzione verso quegli artisti ritenuti “non conformi”. L’incontro/scontro di Šostakovič con il Potere viene narrato in tre capitoli che corrispondono ad altrettanti periodi della vita del compositore.

L’inizio dell’epopea del compositore è sancito da una data, il 29 gennaio 1936, quando sulla terza pagina della Pravda compare una stroncatura alla sua opera “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, rappresentata al Bol’soj, con il titolo “Caos anziché musica” e accusando l’opera di accarezzare “l gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica”. Una stroncatura, nel clima della Russia del tempo, non era solo una pessima recensione, ma corrispondeva a una seria messa all’indice di tutta l’opera del compositore e a un concreto pericolo per la persona dello stesso e per i suoi cari, perché da quel momento il compositore entrava a far parte della lista nera dei nemici del popolo. Del resto era stato Lenin già molti anni prima ad affermare che: ”L’arte appartiene al Popolo”

Šostakovič lo sa bene e Barnes ci narra il complesso processo mentale e psicologico che conduce il compositore a uno stato di terrore permanente, descrivendo intere nottate trascorse sul pianerottolo, davanti all’ascensore, vestito di tutto punto e con una valigia in mano, a tentare di evitare di essere portato via in pigiama e di scomparire nel nulla.

Nella primavera del 1937 il primo colloquio col Potere, nella persona di Zakrevskij, a Leningrado, il cui messaggio principale è che se vuole salvare sé e la sua opera, dopo averla opportunamente rivista, deve fare i nomi dei partecipanti al complotto contro il Capo Supremo, ordito in casa del maresciallo Tuchačevskij, suo amico e protettore. A Šostakovič vengono dati tre giorni di tempo per riflettere, dopo di che, dovrà tornare e fare i nomi. Ma quando si ripresenta alla Grande Casa Zakrevskij è sparito, vittima a sua volta del processo di epurazione del Partito. Il Potere mette al bando e riabilita a sua discrezione e i compositori, nel caustico giudizio espresso in queste pagine, sono “vivi e terrorizzati o morti”.

Al termine della seconda guerra mondiale, Šostakovič incontra per la seconda volta il Potere, questa volta Stalin in persona che lo spedisce con la delegazione che presenzierà a New York ad una conferenza per la pace. Siamo nel 1949. Il compositore non può rifiutare e va incontro alla più grande umiliazione possibile, ossia pronunciare parole scritte da altri per lui e contrarie ai suoi reali principi, ripudiare pubblicamente l’arte di Stravinskij, che si trovava negli Stati Uniti da un po’ ma si era rifiutato di partecipare alla conferenza, nonostante Stravinskij rappresentasse per lui un modello musicale inarrivabile, un genio a cui tributava la più sincera ammirazione e di cui teneva la fotografia sul pianoforte in casa.

Dopo la morte di Stalin inizia l’era di Nikita Chruščëv, un inizio che traveste con parole nuove il Potere e mira comunque allo stesso controllo. Nel 1960 a Šostakovič viene offerta la carica di Presidente dell’Unione dei Compositori dell’URSS, carica che è costretto ad accettare insieme alla sua iscrizione al Partito.

Quella narrata da Barnes è una discesa nell’abisso progressiva e inesorabile, un processo di erosione dell’autostima, una morte interiore lenta e dolorosa.

L’interrogativo che tormenta il compositore riguarda l’eredità che avrebbe lasciato ai posteri, la sua musica. Scrive Barnes: “La speranza era che la morte avrebbe liberato la sua musica, che l’avrebbe liberata dal legame diretto con la vita…”.

L’amarezza che traspare da queste pagine è l’amarezza del peso che il totalitarismo arriva ad esercitare sull’arte, dell’assassinio della verità che se pronunciata può costare la vita. E amara è la constatazione che leggiamo in queste pagine che “essere un vigliacco non è facile. Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio”.

Oggi per fortuna la musica di Šostakovič è giunta a noi in tutta la sua verità, con quell’ironia che maschera quel rumoroso tempo in cui il compositore si trovò a vivere, che è poi quello che lo stesso avrebbe auspicato.

Resta senza risposta la domanda: cosa avrebbe fatto ognuno di noi? Come avremmo combattuto o non combattuto in nome della verità artistica?

Il libro è disponibile in tutte le librerie oppure online.

 

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