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Il Rameau poetico e visionario di Luca Ciammarughi nello specchio di Saint-Saëns

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Si intitola Rameau dans le miroir de Saint-Saëns (Rameau nello specchio di Saint-Saëns) la recente registrazione che il pianista e musicologo Luca Ciammarughi pubblica per Sony Music e che offre all’ascolto una selezione di composizioni del francese in una sorta di “filologia al quadrato”, come lo stesso Ciammarughi ama definirla. L’angolo di osservazione infatti è affatto lineare, piuttosto si configura come la proiezione di quella musica attraverso l’immagine riflessa che ne rende un altro illustre francese, Saint-Saëns, primo curatore nell’Ottocento di un’edizione integrale delle opere di Rameau che corrispose a una generale riscoperta del genio del compositore barocco. Ma lo specchio moltiplica lo sguardo e allora ecco che la musica di Rameau vive oggi su uno strumento risalente all’epoca di Saint-Saëns, uno Steinway del 1888 che Luca Ciammarughi ha scelto visitando il laboratorio di Marco Barletta a Chiavari.

Già al primo ascolto la musica di Rameau svela tutto il suo mondo pieno di fascino e mistero, un dualismo magico quello che usa il linguaggio della scienza musicale per dar vita a composizioni in cui l’elemento poetico si respira in ogni nota, un gusto teatrale perfettamente incastonato nella perfezione di una scrittura armonica ardita e di una forma architettonicamente solida e ben studiata. Ciammarughi sceglie di registrare al pianoforte l’ultimo Rameau cembalistico, quello che esprime al massimo questa ambivalenza, forte di una solida esperienza di scrittura strumentale ma già con lo sguardo proiettato alla scena teatrale e all’orchestrazione. E’ proprio su una concezione di musica assoluta, in cui ad avere maggiore rilevanza è la sostanza musicale più del timbro strumentale, che poggia l’interpretazione di Ciammarughi di questa musica su un pianoforte, certamente uno strumento storico, ma pur sempre un pianoforte.

Una lettura che raggiunge felicemente quell’equilibrio, necessario nella musica di Rameau, tra costruzione e slancio poetico, tra misura e immaginazione, tra scienza e visionarietà.

Di Rameau dans le miroir de Saint-Saëns abbiamo parlato con Luca Ciammarughi in questa intervista.

Paola Parri: Il titolo di questa registrazione dedicata alla musica di Rameau mi incuriosisce molto perché cita il nome anche di un altro celebre compositore francese: Camille Saint-Saëns.

Luca Ciammarughi: Il cd si intitola Rameau dans le miroir de Saint-Saëns (Rameau nello specchio di Saint-Saëns) e nasce come naturale conseguenza della mia personale passione per la musica di Rameau che ho iniziato a suonare agli inizi degli anni 2000.  Ho deciso comunque di realizzare questa registrazione dopo aver visitato nel 2021 una mostra all’Opéra de Paris proprio dedicata a Saint-Saëns. Osservando le fotografie di Saint-Saëns al pianoforte ho visto che con mia grande sorpresa suonava spesso il pianoforte Steinway, non solo Erard o Pleyel, così ho creato un collegamento con il fatto che è stato il primo a redigere un’edizione completa delle opere di Rameau, il primo a riscoprirlo alla fine dell’Ottocento. L’editore Durand gli affidò questa grande edizione che lui ha diretto coinvolgendo anche altri amici compositori come Paul Dukas. Saint-Saëns curò personalmente il volume delle Piéces de Clavecin. Quindi in quel momento, visitando questa mostra e ricordandomi che in Liguria a Chiavari c’è questo restauratore di pianoforti che si chiama Marco Barletta che aveva un bellissimo Steinway di fine Ottocento, mi è balenata questa idea. Perché invece di registrare Rameau su un pianoforte attuale non faccio un’operazione di riscoperta della riscoperta? Faccio una sorta di filologia al quadrato. Ho voluto dunque riscoprire il momento in cui Rameau è stato finalmente riscoperto da Saint-Saëns, alla fine dell’Ottocento, e quindi ho registrato il disco esattamente su un pianoforte dell’epoca di Saint-Saëns, cioè quando Rameau, che nell’Ottocento era stato dimenticato, è stato riscoperto. Inoltre secondo me su quei pianoforti di fine Ottocento, che hanno una grande varietà di colori e un suono un po’ più leggero e  più cristallino rispetto ai pianoforti di oggi, la musica di Rameau rendeva particolarmente bene.

P.P.: C’è l’annosa questione sul trasportare questa musica barocca su un pianoforte moderno. Tu in questo caso hai usato un pianoforte storico, che ne pensi in generale?

L.C.: La mia opinione è che con Rameau come con Bach, seppure in maniera diversa, parliamo di una musica che è una musica assoluta. Molte di queste Piéces de Clavecin Rameau infatti le ha trascritte per orchestra, come ad esempio Le Sauvages. Rameau vide danzare due indiani della Louisiana a Parigi e scrisse questo pezzo per clavicembalo. Questo pezzo poi fu trascritto per orchestra nelle Indie galanti con un timbro completamente diverso e moltissimi dei brani che io suono sono stati successivamente adattati da Rameau per organici diversi. Ad esempio La livri e altri pezzi sono stati adattati a partire dal cembalo per organico da camera, per orchestra. Il suono clavicembalistico di Rameau è geniale e insostituibile, ma ancora più importante è la musica in sé che può vivere anche in altre declinazioni timbriche. Del resto questa era una prassi anche di altri compositori del periodo barocco, ad esempio Bach che trascrive per organo i concerti di Vivaldi o adatta le sue stesse composizioni per timbri diversi. Il timbro diventa più importante a partire dall’Ottocento. Se pensiamo a Debussy ad esempio, a un brano come Reflets dans l’eau, da Images, è difficile pensarlo con un timbro diverso da quello del pianoforte. Invece questa musica, pur piacendomi moltissimo eseguita al clavicembalo, è talmente assoluta che funziona su qualsiasi strumento. L’importante è capire il tipo di espressione che richiede.

P.P.: Tu hai definito questa musica assoluta e in effetti suona incredibilmente moderna, perché riesce a conciliare più aspetti. Semplificando al massimo, sappiamo che Rameau fece dell’armonia e non della melodia il fondamento della musica, contro le teorie di Rousseau, ma nel fare questo comunque le attribuì un valore di profonda umanità. Come descriveresti, se è possibile trovare una definizione verbale, questa felice combinazione che dà vita a una musica emotivamente coinvolgente costruita su soluzioni armoniche perfette, complesse e arditissime per l’epoca?

L.C.: Voltaire definì Rameau con il nome di “Euclide Orfeo”, perché in effetti Rameau è un fisico dei suoni e a lui dobbiamo per esempio la prima teorizzazione dei suoni armonici, quando scopre che un suono non è un puro suono, ma che intorno a un suono galleggiano una nuvola di suoni, gli armonici appunto. Anche tutta la teoria delle triadi è stata sistematizzata da Rameau che sul monocordo, all’inizio cercando le proporzioni geometriche, fa uno studio matematico di profondità e acume incredibili. Ancora oggi la teoria dell’armonia si basa sulle teorizzazioni di Rameau. Euclide dunque, ma anche Orfeo, perché Rameau almeno fino ai cinquant’anni è un musicista itinerante che compone pochissimo e teorizza molto, poi dopo si lascia andare a una specie di delirio dei sensi. È proprio in età avanzata che Rameau raggiunge il massimo della visionarietà. Lo definirei quindi un visionario che però ha bisogno di porre prima delle basi scientifiche, come imparare una regola per poi dimenticarla, perché parte sempre da una conoscenza capillare della scienza, quindi delle modulazioni ad esempio, e poi si abbandona. Questo concetto di abbandono è cruciale. C’è una frase di Rameau che recita: “Per godere pienamente degli effetti della musica bisogna essere in uno stato di puro abbandono di se stessi”. Rameau dunque non usa la scienza dei suoni per creare una gabbia costrittiva, ma come punto di partenza per un’audacia visionaria incredibile. Forse il riferimento pittorico che molti hanno rilevato è con la pittura di Watteau. I suoi quadri hanno uno charme ambiguo, nell’uso dello sfumato ad esempio, che io ritrovo nella musica di Rameau, una musica sì geometrica però anche dai contorni a volte indefiniti soprattutto nei brani più lenti, che vanno eseguiti con inégalité, quindi non geometricamente, ma con una specie di rubato forse a tratti quasi pre-jazzistico, un concetto di ineguaglianza fondamentale per la musica francese. Questo, come nella pittura di Watteau, rende un’idea quasi preimpressionista per certi versi. Questa duplicità di scientifico e poetico è ciò che più mi attrae della musica di Rameau.

P.P.: Cosa possiamo ascoltare in questo cd?

L.C.: Ho registrato l’integrale delle Nouvelles suites de pièces de clavecin, dei brani che potremmo paragonare alle Partite di Bach come pienezza e fusione di scienza ed espressione, è Rameau al suo apice e sono le ultime suites scritte dal compositore, a cui sono particolarmente legato. Lui unisce alle danze tradizionali (Allemande, Sarabande, Courante, ecc) pezzi di carattere descrittivo che individuano situazioni o personaggi spesso dai contorni misteriosi, ad esempio La Poule, dove è chiaro il riferimento grazie al coccodè onomatopeico, L’Ègyptienne, che non sappiamo se faccia riferimento a una danzatrice o se al tempo si riferisse a una figura vagamente tzigana, o ancora L’indifférente, che forse si può collegare all’omonimo quadro di Watteau. Ho inserito inoltre due brani che fanno parte dell’opera Le Indie galanti che Rameau stesso trascrive per cembalo e questo ci mostra che in realtà era molto aperto al passaggio da un timbro all’altro. Infine ho aggiunto infine due brani, La Livri e La Dauphine. Quest’ultimo brano è dedicato a Marie-Josèphe de Saxe, moglie di Luigi, figlio di Luigi XV, ed è l’ultima pièce. Quindi mi sono concentrato sull’ultimo Rameau cembalistco, il Rameau  che contiene tutto quanto aveva appreso prima ma ha in sé già anche il mondo del teatro che sarebbe arrivato dopo. Lui infatti scrive le Suites nel 1728 e poi la sua prima opera nel 1733. Dopo non scrive più per cembalo, è come un passaggio al mondo del teatro.

P.P.: Luca Ciammarughi quando incontra la musica di Rameau e cosa di questa musica lo irretisce maggiormente?

L.C.: Il mio è un amore molto istintivo in realtà per certi versi. Posso dire che la cosa che più mi affascina di Rameau è la sua capacità di nascondere la profondità dietro a un’apparenza di leggerezza. Il discorso di Rameau, come dice Verlaine nelle sue riflessioni sull’ arte poetica, non ha nulla che pesi o che posi, non ci fa cioè mai sentire il peso della sua scienza. Quindi è una musica estremamente amabile che, rispetto alla musica di Bach o di Handel, dà l’impressione a tratti di essere un po’ frivola, leggera. In realtà spesso in una cosa apparentemente frivola c’è una specie di profondità nascosta e soprattutto mi attrae che non dice mai quello che ha da dire in maniera definitiva ma sempre allusiva. È un autore che lascia molto spazio all’immaginazione, è come se alludesse sempre, è come se nascondesse un segreto, un senso del mistero che è molto tipico della musica francese e che ritroveremo poi in Debussy. Non a caso Debussy scriverà un Hommage à Rameau, nelle sue Images, primo libro, e inoltre nei suoi scritti afferma che i giovani ebbri di wagnerismo dovrebbero ascoltare Rameau perché il suo gusto così elegante così pudico e così chiaro in realtà è di una profondità disarmante.

P.P.: Come ci si avvicina pianisticamente a una scrittura come quella di Rameau?

L.C.: Occorre lavorare sul fraseggio, sulle inègalitès, quelle ineguaglianze che ci sono ma non si devono percepire. Il mio è stato un lavoro di anni nella ricerca di un equilibrio tra due estremi secondo me sbagliati. Se lo si suona in maniera troppo geometrica diventa una brutta copia di Bach, se lo si suona in maniera troppo libera invece, con un rubato eccessivo, si cade in una specie di romanticismo che cozza con questo equilibrio, con questa finezza che questa musica, pur essendo molto teatrale, possiede. Anche nella visionarietà ho cercato di mantenere questo gusto francese che non sopporta gli eccessi. Ho cercato di equilibrare questa vena visionaria con quello che era comunque il gusto della Francia dell’epoca. Però ciò non toglie che sul pianoforte si può osare un po’ nel cercare di ritrovare i colori dell’orchestra di Rameau, un’orchestra che all’epoca fu accusata di essere addirittura troppo lussuriosa. Quindi da un lato equilibrio, ma nei momenti armonicamente più arditi questa audacia di certi passaggi va sottolineata e sul pianoforte questo può emergere con grande chiarezza.

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