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Il preludio. Le forme musicali

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Dopo aver affrontato la rigidità formale del minuetto e la compostezza delle invenzioni a due voci, oggi ci ritroviamo a vedere una forma musicale che per definizione è molto più libera delle altre.

Come possiamo dedurre dal nome, il preludio è infatti una forma che non deve il suo nome da una architettura formale precisa, bensì dal “posto” nel quale solitamente era collocato all’interno di una composizione. Deriva probabilmente dall’abitudine dei musicisti barocchi di improvvisare qualche nota sullo strumento prima di suonare il pezzo vero e proprio.

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Con il tempo i musicisti barocchi iniziarono a mettere su carta i propri preludi e a implementarli nelle loro raccolte di brani: ecco perché ora, nei pezzi del XVII secolo troviamo preludi scritti nelle suite, nelle toccate e come introduzione alle fughe.

Dato che, come abbiamo visto,  il preludio non ha una struttura ben precisa come può essere quella del minuetto o di una invenzione, in questa occasione prenderemo in esame un po’ di preludi che sono stati scritti nell’arco della storia, per vedere come l’evoluzione della musica abbia influito su questa affascinante forma.

Parlando di preludi in relazione alle fughe la prima cosa da citare è sicuramente il Clavicembalo ben temperato: una delle opere più conosciute (soprattutto dai pianisti) di Johann Sebastian Bach: essa è composta da due volumi, ognuno dei quali  contiene un preludio ed una fuga per ogni tonalità maggiore e minore.

Leggendo il primo preludio troviamo una scrittura molto semplice, che ci ricorda il carattere improvvisativo del pezzo:

Esso è infatti completamente composto da arpeggi che si estendono dalla mano sinistra alla destra, dando molta più importanza all’aspetto armonico piuttosto che alla melodia stessa. La semplicità di questa disposizione di note ha fatto sì che un altro compositore, Charles Gounod, scrisse una linea melodica da sovrapporre a questi arpeggi, dando vita al conosciutissimo Ave Maria.

Non è però detto che un preludio debba avere una struttura così semplice: sempre nel “Clavicembalo ben temperato” Bach include preludi dalle strutture più complesse, fino ad arrivare all’ultimo del secondo volume; il quale ha praticamente la struttura di una invenzione a due voci:

Dopo gli innumerevoli preludi del periodo barocco (presenti nelle toccate, nelle suites, nelle fughe…) questa forma, salvo qualche eccezione, resterà nell’ombra per tutto il periodo classico dove, perlomeno per quanto riguarda il pianoforte, ha governato la forma Sonata.

Sarà il Romanticismo a far ritornare alla luce il preludio: verso la metà del 1800 le regole dettate dalla forma Sonata iniziarono a “stare strette” ai compositori romantici, che necessitavano di una forma più breve e libera, che potesse rendere un’idea musicale in poche righe.

Sebbene mantengano lo stesso nome, la stessa durata e siano sempre pezzi relativamente semplici, i preludi dal 1800 avranno uno scopo completamente differente: non saranno più di supporto ad una composizione strutturalmente più articolata, ma diventeranno pezzi completamente a sé stanti.

A chiara riprova di ciò, Chopin nel periodo dal 1835 al 1839 scrisse una raccolta di 24 preludi (op 28) che, esattamente come Bach, percorrevano tutte le tonalità maggiori e minori. Questa raccolta al momento della pubblicazione fece molto scalpore proprio perché i pezzi non avevano una struttura vera e propria e, per essere dei pezzi a sé stanti, erano molto brevi. Tra  questi vorrei proporre il n. 9:

In un certo senso possiamo associare questo pezzo al primo preludio che abbiamo visto di Bach: anche qui infatti il compositore da’ molta più importanza all’aspetto armonico piuttosto che sviluppare una vera e propria melodia (anche se in Bach la melodia era del tutto assente, mentre qui alla voce più alta possiamo notare una sorta di linea melodica molto scarna). Le armonie sono tipiche dell’epoca romantica, e quasi sfondano i canoni ai quali l’armonia funzionale ci aveva abituati.

Un’altra notevole evoluzione di questa forma la abbiamo in Debussy, che scrisse due raccolte di preludi (generalmente chiamate “Premiere livre” e “Deuxième livre”) nelle quali ogni preludio, pur avendo struttura libera, ha raggiunto una tale indipendenza da avere un proprio titolo. Ed ecco che troviamo preludi che portano il nome “Brouillards” (nebbie), “La Cathédrale engloutie” (la cattedrale sommersa), o “Des pas sur la neige” (passi sulla neve):

Leggendo “Des pas sur la neige(e tutti gli altri pezzi di questa raccolta) è chiara la relazione tra il titolo dell’opera e ciò che l’autore ha scritto: la mano sinistra continua imperterrita con la sua figura (Re-Mi, Mi-Fa) per quasi tutto il brano, proprio come se fossero dei passi affaticati su un terreno innevato. La melodia è molto frammentaria e tutti i canoni dell’armonia sono sciolti, lasciando libero sfogo alle sonorità che l’autore ha trovato e vuole trasmettere sulla tastiera.

Come abbiamo visto il preludio ha avuto una grandissima evoluzione nel corso dei secoli: partendo dall’essere un pezzo “a supporto” di opere più grosse è diventato un pezzo completamente a sé stante, la quale libertà nella struttura è riuscita a tirare fuori tutta la grandiosità dei compositori che si sono cimentati in questa splendida forma.

 

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