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Il nuovo piano solo di Fabio Giachino è Limitless

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Limitless è il titolo del nuovo lavoro in piano solo del pianista e compositore Fabio Giachino. Pubblicato per la label Cam Jazz, il disco contiene nove tracce autografe in cui a livello concettuale si compie un’esplorazione delle infinite possibilità sonore dello strumento funzionalizzata ad esprimere le innumerevoli risorse che abbiamo a disposizione, un viaggio che, prendendo spunto da riferimenti cinematografici come l’omonimo film di Neil Burger o personaggi della letteratura e della mitologia come Ulisse e Icaro, spinge l’abilità umana e la fame di conoscenza ben oltre qualunque limite, ma al contempo rende l’uomo consapevole del punto fino al quale può spingersi. Questa sfida nelle 9 tracce del disco si compie attraverso una ricerca che dall’unione tra mondo acustico e mondo elettronico crea una cifra stilistica peculiare. I titoli suggeriscono proprio questo movimento interiore, mentale, che da una iniziale intuizione dopo aver attraversato stati e condizioni emotive e mentali differenti conduce a una nuova visione del mondo, delle cose, di se stessi. Una visione che non rifiuta la fragilità umana, ma la rende in una prospettiva di positività come punto di partenza, elemento ogni volta di una nuova rinascita.

Ne abbiamo parlato con Fabio Giachino in questa intervista.

Paola Parri: Hai pubblicato da poco Limitless, registrazione in piano solo per Cam Jazz. A guardare i titoli di queste 9 tracce sembra di assistere a un percorso interiore, a una sorta di cammino che dall’apertura, Intuition, attraverso differenti esperienze emotive, conduce a New Eyes, una nuova visione. Qual è la genesi di Limitless?

Fabio Giachino: Sono felice di poter parlare di questo lavoro, che per me rappresenta una svolta, è qualcosa di diverso rispetto a quanto ho fatto in passato. La genesi, il concept, l’idea di base è ispirata dal film del 2011 di Neil Burger, intitolato appunto Limitless, in cui, attraverso l’assunzione di una particolare sostanza si ha accesso ad alcune aree del cervello che ci offrono esperienze che altrimenti non saremmo in grado di vivere. Questo per me è stato qualcosa di molto interessante nel cercare di trasformarlo in qualcosa in senso musicale, perché io da pianista ho sempre lavorato in ambito molto acustico e, essendo io sempre stato amante della musica elettronica, ho cercato di collegare i due mondi, che non è una cosa nuova, ma che ho cercato di fare in maniera diversa dal solito, poiché a me in genere piace più una concezione, come dire, djeistica, del mondo elettronico. Questo è stato lo spunto iniziale a cui poi si sono affiancate altre cose più impegnate, tra cui alcuni miti e alcune figure della mitologia, come Icaro o Ulisse all’interno della Divina Commedia dantesca, per quello che hanno rappresentato nelle loro gesta e nella loro vita.

Il titolo si riferisce proprio a questo. Limitless non l’ho inteso tanto come assenza di limiti, piuttosto come andare oltre le possibilità che ci sono attorno a noi, ma allo stesso tempo la consapevolezza di quello che possiamo realmente raggiungere e di quello al quale possiamo provare ad ambire.

P.P.: Il titolo mi fa pensare anche a un concetto molto legato al linguaggio musicale del jazz, che si è evoluto in direzioni a volte opposte, esplorando possibilità appunto che altri linguaggi non avevano toccato.

F.G.: Sì, la storia del jazz è costellata di influenze e di radici differenti, per quanto facciano riferimento poi ad una in particolare. Soprattutto nel nuovo millennio abbiamo visto diffondersi influenze e contaminazioni diverse, cominciate magari nel rock degli anni Settanta. L’idea del jazz è certamente di libertà. Ci sono però dei limiti, delle conoscenze che bisogna approfondire, sviluppare, studiare e continuare a praticare nel tempo. Un mio amico dice che un conto è suonare a caso, un conto è improvvisare, che è un pensiero che condivido. Prima della libertà bisogna conoscere tutta una serie di regole, conoscere un tipo di linguaggio, avere dunque dei limiti in questo senso e conoscerli bene, esserne consapevoli per poi decidere magari di abbandonarli.

P.P.: Questo è un disco in piano solo, eppure all’ascolto è ricchissimo di altri suoni, tra live electronics, sample, una tua cifra stilistica direi che apre nuovi spazi a livello sonoro. Cosa rappresentano questi strumenti nella tua visione estetica e nella tua poetica?

F.G.: È qualcosa di legato all’emozione. Io sono sempre innamorato del suono del pianoforte acustico senza alcuna manipolazione particolare e infatti molti dei brani dell’album sono interamente acustici, però sono molto legati a quelli che sono i parametri fondamentali della musica, cioè, in ordine di apparizione, suono, ritmo, melodia e armonia. Il suono è il primo di questi parametri di cui abbiamo memoria ed esperienza. La musica elettronica e tutto ciò che aggiungiamo ad un suono acustico non è nient’altro che un’emozione diversa dall’esperienza che abbiamo suonando un pianoforte acustico. Io parto dall’idea che una vibrazione, qualunque essa sia, possa dare un’immagine, un’esperienza, un’emozione, di sentimento e provare a mischiare le due cose è molto stimolante, ti offre spunti artistici interessanti, ti porta su territori inconsueti, perciò affiancare il mondo acustico e il mondo elettronico preservando il tutto in un’ottica espressiva è sempre estremamente avvincente, per quanto mi riguarda, e profondo.

P.P.: L’uscita di Limitless è stata preceduta dalla pubblicazione del singolo New Eyes e da un bellissimo video che ha una location speciale. Vuoi parlarcene e raccontarci questa esperienza?

F.G.: New Eyes è il singolo, ma anche il brano che chiude l’album, che, come dicevi tu prima, lascia una nuova visione. La realtà è sempre quella, ma abbiamo un nuovo modo di vederla. Il video è stato realizzato alla Sacra di San Michele, in Val di Susa, un’abbazia del 1300 su un dirupo che lasciava intendere il senso di infinito e spaesatezza che ho cercato di esprimere in quel brano. Grazie al supporto di Yamaha siamo riusciti a realizzare quel video in notturna e sono molto felice del risultato. Il brano è molto melodico, ma è un po’ particolare, perché per quanto utilizzi batterie di tipo analogico con sonorità legate alle 808 storiche, a livello ritmico ha un metro  7/4, quindi si incastra in maniera un po’ strana sul tessuto elettronico ma fluisce in maniera piuttosto naturale.

P.P.: Non è la tua prima prova in piano solo e mi riferisco a Balancing Dreams del 2015. Era quasi una conversazione con te stesso, Limitless sembra invece un’apertura del cuore al mondo. Cosa è cambiato? C’è dentro qualcosa del vissuto di questo ultimo periodo?

F.G.: Sicuramente non sono rimasto immune dall’esperienza della pandemia. Tutti stiamo uscendo da questa situazione profondamente cambiati, più o meno consapevolmente. Questo lavoro è molto legato a questo periodo, trae direttamente ispirazione dai mesi bui dei vari lockdown. Balancing Dreams è un lavoro a cui sono molto legato, anche perché è stata la mia prima esperienza in piano solo, forse è un po’ acerbo sotto certi punti vista, forse c’è una linea comune meno dettagliata e meno chiara rispetto a Limitless. Io amo molto scrivere e in questi anni ho approfondito lo studio della forma, le proporzioni, e ho cercato di riportare questo all’interno di Limitless, senza lasciare da parte la libertà espressiva, senza chiudermi troppo all’interno di canoni troppo rigidi.

P.P.: Tu e il tuo pianoforte e l’atto compositivo. Da cosa nascono le tue idee musicali, come nasce un pezzo? È per te una sorta di rituale, una metodologia personale?

F.G.: Ho studiato molto contrappunto, perché il percorso in Conservatorio è iniziato e si è concluso con lo studio dell’organo e della composizione organistica, perciò ho approfondito molto quel tipo di composizione e mi sono ritrovato a riscoprirla in altri contesti come questo jazzistico. Io scrivo normalmente senza pianoforte, a tavolino, cercando di tradurre sul pentagramma quello che ho in testa. Non parto dal pianoforte perché spesso gli automatismi che abbiamo assimilato nel tempo deviano la scrittura da quella che è la vera direzione che sentiamo di prendere. A volte abbiamo delle suggestioni, delle immagini che, se mettiamo subito le mani sullo strumento, prendono una direzione dalla quale siamo in qualche modo un po’ influenzati. Partire da zero è più complicato, però ci dà modo di scoprire percorsi alternativi che non avremmo trovato sullo strumento. Questo è il metodo che mi hanno insegnato e che utilizzo principalmente per scrivere. Dipende poi anche da a cosa è finalizzata la composizione. Se siamo di fronte a un lavoro di espressione artistica personale ci si può permettere di adottare il metodo che più ritiene opportuno, se invece è un lavoro finalizzato a una produzione magari per altri allora si adotta un metodo diverso, atto a velocizzare il processo in base al tempo che si ha a disposizione.

P.P.: Tu hai una formazione in prima battuta accademica, tradizionale, classica.  Per molti musicisti l’approdo al jazz nasce da una folgorazione, un ascolto a volte. A te come è capitato?

F.G.: A me è nato da un odio fondamentalmente. Ricordo da ragazzino, quando ho iniziato a studiare pianoforte, che non mi piaceva (volevo suonare l’organo, ma in Conservatorio dovevo prima studiare pianoforte), c’erano dei miei compagni di corso più grandi, in particolare uno di loro che quando si metteva al pianoforte a suonare jazz mi faceva venire voglia di suonare le stesse cose, ma non c’erano partiture, perché improvvisava. Poi mi chiedeva di provare e io suonavo sempre fondamentalmente quello che stavo studiando, non ero in grado di improvvisare. A quel punto mi sono detto che non era possibile che io non fossi in grado di inventarmi qualcosa e allora da lì ho scoperto che esisteva il jazz, la musica moderna, il blues, l’improvvisazione, che non conoscevo nemmeno per ascolto. Quindi ho cominciato a procurarmi libri di armonia, di improvvisazione e tutto il giorno facevo scale e arpeggi tutto il giorno senza capire cosa stessi facendo, finché non ho cominciato a prendere lezioni private con insegnanti diversi che mi hanno spiegato. All’inizio era odio perché i primi dischi che ascoltavo non mi piacevano. Poi, comprendendo quello che accadeva, l’amore un po’ travagliato è diventato passione vera.

P.P.: Tornando a Limitless, possiamo dire che questa musica in un certo senso è figlia della pandemia, nasce in un momento storico che ha visto un’umanità sofferente, piegata. Qual è stato secondo te il ruolo dell’arte, della musica, della cultura in generale in quel momento? Secondo te il ruolo dell’artista nella vita sociale quale potrebbe o dovrebbe essere?

F.G.: Credo fermamente che ciascuno di noi dovrebbe fare quello che sa fare meglio, senza esprimersi troppo e dettare opinioni in altri ambiti. Un musicista, un artista per me dovrebbe restare legato al proprio ambito. Non è un male esprimere le proprie opinioni, ma quello che vediamo ultimamente è questa espressione che si manifesta con aggressività e con un’autorevolezza che si pretende di avere nel farlo. Non parlo pubblicamente di certi argomenti perché non conosco la materia, mentre nel mio ambito mi sento a mio agio e credo di poter esprimere la mia visione personale. La funzione dell’artista per me dovrebbe essere quella di raccontare, di rendere un’immagine del proprio mondo espressivo, che alcuni saranno felici di condividere e altri non apprezzeranno o non terranno in considerazione ed è giusto così.

P.P.: Progetti per il futuro?

F.G.: Ora mi sto concentrando molto sulla performance solistica. Questo lavoro mostra tutto quello che non so ancora, perché mi lascia aperte molte possibilità che sto sperimentando negli ultimi concerti e in quelli nuovi che verranno. Posso permettermi di fare cose che normalmente non avrei fatto. A livello di collaborazioni sto lavorando a un disco che credo uscirà l’anno prossimo per la Cam Jazz in duo con Flavio Boltro registrato qualche mese fa, un lavoro interamente acustico sempre con composizioni nostre originali. E ancora un progetto con il cantante e sassofonista Gavino Murgia, dove stavolta sono all’organo e lui al sassofono, dedicato a Coltrane, o ancora altre collaborazioni attive come la settimana scorsa all’European Jazz Expo di Cagliari con Patrice Heral in trio e il mio trio con cui vorrei riprendere il discorso dei concerti. Un altro progetto è con Furio di Castri dedicato alla musica di Charles Mingus, con cui avremo il primo concerto a dicembre e molte altre cose e situazioni diverse.

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