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Il contrappunto beethoveniano in una registrazione di Giuseppe Rossi

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Il contrappunto beethoveniano in una registrazione di Giuseppe Rossi, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Nell’anno delle celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven il pianista Giuseppe Rossi tributa il suo personale omaggio al genio di Bonn con una registrazione pubblicata da Da Vinci Classics in cui affronta due impegnativi capolavori: la “Große Fuge”, op. 134, trascrizione per pianoforte a quattro mani dell’omonimo pezzo creato originariamente per quartetto d’archi, e la Sonata in si bemolle maggiore op. 106 “Hammerklavier”.

Quello che salta subito agli occhi, o meglio all’orecchio, di questo disco, è da un la lato la scelta di quella parte del repertorio beethoveniano che si colloca nella fase più sperimentale della sua attività compositiva, quel periodo” tardo” che ne evidenzia la carica innovativa, lo spirito musicalmente progressista, dall’altro la predilezione per esempi di una scrittura contrappuntistica raffinata e complessa che si traduce in altrettanto ardua prova al momento dell’esecuzione.

Meno nota rispetto ad altre composizioni, la “Große Fuge”, op. 134 ” era originariamente il sesto ed ultimo movimento del Quartetto in si bemolle maggiore, op. 130, brano che fu accolto tiepidamente all’epoca al punto da indurre Beethoven a sostituirlo, nel quartetto, con un Allegro in stile ungherese. La trascrizione per pianoforte a quattro mani, che ascoltiamo nella registrazione di Giuseppe Rossi, fu curata dallo stesso Beethoven e viene qui eseguita insieme alla pianista Elisa Viscarelli. Un’esecuzione adamantina che fa risplendere il contrappunto beethoveniano, i suoi slanci nell’alteranza di più piani sonori e nell’intersezione delle linee.

Forse l’opera pianistica per eccellenza, terreno di sfida per ogni pianista, la Sonata per pianoforte n. 29 in si bemolle maggiore op. 106 nota come “Hammerklavier” presenta notevoli difficoltà esecutive di cui Beethoven era consapevole, tanto che si narra avesse detto all’editore Artaria: “Eccovi una sonata che darà del filo da torcere ai pianisti, quando la suoneranno tra cinquant’anni”.

E in effetti in questa sonata il compositore supera i limiti imposti dalla sensibilità musicale del suo tempo, mettendo sulla carta un’architettura enormemente complessa a livello strutturale in cui la ricerca che mette alla prova la tecnica coinvolge anche l’intelletto e si spinge ancora un passo oltre per approdare a una sorta di luogo non ancora connotato perché sconosciuto.

Giuseppe Rossi segue con padronanza le mutevoli direzioni della scrittura di Beethoven, ne enuncia il fitto ordito senza gesti di retorica magniloquenza, piuttosto con lo sguardo puntato a quello sfuggente mistero del messaggio profondo che il compositore depose per i posteri.

Un degno omaggio all’arte e allo spirito di Beethoven in questa prova estremamente convincente di Giuseppe Rossi.

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