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Il Circo. Lo spazio scenico sonoro di Giovanni Vannoni

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Buio. Un faro illumina il centro della pista e una ballerina avanza con movenze leggere. È l’inizio dello spettacolo. Tra poco il circo si animerà di rutilanti colori, funambolici giochi di luce, tra aerei volteggi dei trapezisti, pericolose traiettorie dei funamboli, agili giocolieri che sfidano le leggi dell’equilibrio. Chi di noi non ha provato un leggero sussulto di stupore per l’abilità del popolo del circo? Chi di noi non ha sognato di fronte alla poesia dell’arte circense?

Il pianista e compositore Giovanni Vannoni ha messo in moto la sua immaginazione per narrare in musica la magia del circo, dando vita alle dieci tracce che compongono il suo recente album intitolato, appunto, Il Circo, pubblicato dalla Workin’ Label e distribuito da TAG e I.R.D.

È il piano solo la voce narrante e, come sempre accade quando a cantare è lo strumento solista dalle infinite possibilità espressive, le dieci tracce del disco sono una sorpresa continua. Giovanni Vannoni attinge a piene mani dalla tradizione colta occidentale e dal repertorio jazz/blues, si lascia suggestionare per rimescolare e riformulare con assoluta libertà creativa, forgiando un linguaggio dal gusto raffinatissimo. Entriamo sotto al tendone del circo con una sorta di accompagnamento musicale che è la Canzone all’entrata, ne usciremo, dopo aver assistito allo spettacolo di Mangiafuoco, dei giocolieri, del mimo, del contorsionista e del pagliaccio, dopo aver assaporato il vasto campionario delle otto arti circensi interpellate, sulle note di una Canzone all’uscita, un affettuoso congedo a chi ha voluto ascoltare. La registrazione presenta una copiosa ricchezza di idee tematiche e ritmiche che suonano sorprendentemente nuove.

Il Circo è il disco di un musicista sincero che abbraccia la trasversalità dei linguaggi per restituirci la sua visione. Possiamo farla nostra o abbracciarla come uno slancio alla messa in moto della nostra immaginazione e ricominciare a sognare, perché il circo in fondo non è il luogo dove tutto è possibile?

Ci siamo fatti raccontare Il Circo da Giovanni Vannoni in questa intervista.

Paola Parri: Il Circo è il tuo recente lavoro in studio in piano solo. Attraverso la tua musica entriamo e usciamo letteralmente dal tendone immaginario di un circo per assistere allo spettacolo. Da dove è arrivata l’ispirazione per questo album? Cosa rappresenta il circo nel tuo immaginario?

Giovanni Vannoni: Sin dall’inizio di questo lavoro, avvicinandomi al processo compositivo, ho sempre pensato che ci dovesse essere all’interno del disco un’idea narrativa che potesse collegare tutti i brani. E questa idea narrativa, che poi è diventata questo spazio scenico di rappresentazione sonora, è stata trovata grazie a un altro pianista, che è Tigran Hamasyan. Un pianista straordinario, che, se non sbaglio nel 2013, ha realizzato un disco intitolato “Shadow Theater” con il suo quintetto. Da lì è venuta l’idea di avere un mio spazio scenico, perché il Teatro delle Ombre mi ha ispirato nell’immaginare questo tendone del circo. Questa idea del circo poi ha acceso la mia fantasia per ogni brano, perché tutti i brani hanno un’ispirazione immaginaria e immaginifica legata proprio a queste attività circensi.

P.P.: Una Canzone all’entrata e una Canzone all’uscita e nel mezzo otto arti circensi che sono note e care a grandi e piccini: mimi, pagliacci, trapezisti, giocolieri, persino Mangiafuoco. Ci sembra letteralmente di assistere al più grande spettacolo del mondo. C’è una narrazione, un racconto che possiamo seguire dalla tracklist? Come l’hai immaginato? Come hai strutturato questo tuo lavoro?

G.V.: La Canzone all’entrata e all’uscita sono una cornice di tutto il lavoro e l’idea l’ho ripresa da Museica di Caparezza. Anche lui, in quell’album, ha una canzone all’entrata, e la seconda traccia è la canzone all’uscita, perché immagina appunto questo album come una galleria d’arte dove c’è un brano di ingresso e un brano di uscita. Per quanto riguarda invece l’immaginazione di queste otto discipline, io ho congelato quella forma nelle tracce del disco, mettendole in quella successione che vedi degli artisti, però il mio è un circo vivo. Quando suono questi brani dal vivo infatti lo spazio di esibizione di questi personaggi può cambiare, perché alla fine a me piace pensare di mettere in scena dei personaggi, non delle musiche, che sono soggetti a cambiamenti quando li suono. Alle volte questi brani prendono così vie molto differenti. Per il pezzo La Ballerina posso dirti che mi piaceva l’idea di mettere questo personaggio all’inizio del disco, perché ho una precisa visione, mi immagino che dopo la Canzone all’entrata lo spazio scenico sia al buio in cui poi si fa strada un fascio di luce. È un po’ come se questa ballerina vestita di bianco entrasse con delle piccole movenze, come accompagnata da un carillon, e a poco a poco questi piccoli movimenti si sciogliessero in una gestualità più ampia. Però poi il resto delle discipline, il resto degli artisti, quindi il resto dei brani, sono intercambiabili. A volte mi piace mettere “Mangiafuoco” nel mezzo, invece che alla fine, e lasciare i brani un po’ più circensi come “Il Pagliaccio” e “Il Mimo” alla fine, invece che a metà. Questo dipende anche da chi ho davanti e dall’occasione.

P.P.: Nella tua musica non è difficile intravedere la tua variegata formazione musicale: dal mondo della musica colta occidentale, ad esempio ne I trapezisti sembra quasi di intravedere il Debussy impressionista o ne Il Pagliaccio l’ironia dissacrante di Stravinski, e dal jazz, dal blues… Tu fai un bellissimo lavoro di sintesi e riformulazione creativa di molti elementi. Raccontaci qual è stata la tua formazione.

G.V.: Io sono sempre stato incuriosito dall’ambito della musica classica fin da piccolo, ma anche dall’ambito della musica jazzistica. Quindi tutto il mio percorso di formazione, sia quella pre-accademica che accademica, è sempre stato un saltare di qua e di là. A volte anche in maniera un po’ caotica e alle volte, infatti, questo tipo di formazione ha lasciato un po’ di vuoti. Però i miei interessi musicali sono sempre stati ambivalenti, sia nell’aspetto classico che nell’aspetto jazzistico. Considera che negli anni in cui ho iniziato gli studi a Siena Jazz, contemporaneamente, nel 2011, ho iniziato il pre-accademico anche in Conservatorio a Siena per studiare composizione. Quindi, fin da subito, da una parte imparavo i primi standard con Alessandro Giachero e dall’altra conoscevo il mondo della composizione e della musica classica. Mentre ero a Siena, ho iniziato anche a frequentare la scuola di musica di Greve, che conoscevo sì, ma non in modo approfondito. Questo disco è un po’ la sintesi dei miei studi, di quello che mi è rimasto nelle orecchie e anche di quello che mi è rimasto nelle mani, che riguarda appunto sia l’ambito jazzistico che l’ambito classico e contemporaneo, perché comunque io ho studiato composizione contemporanea. Il Conservatorio di Siena è un conservatorio piccolo, un luogo che diventa facilmente casa. Ho deciso appunto di intraprendere lo studio di questi due linguaggi. Mentre per quanto riguarda l’approccio compositivo, per me varia. Dipende da quel che devo fare, dal momento in cui mi ci approccio. Per quanto riguarda l’album, fin da subito era chiara l’idea di avere un duplice approccio: uno più razionale e uno più creativo equivalente ad accendere la fantasia attraverso l’immaginazione e le gestualità di questi circensi, avere chiara la ballerina che entra e cercare di trasformare in musica le immagini e le suggestioni che avevo nella mia mente. Dall’altro lato, però, c’è anche un aspetto molto pratico, molto poco compositivo e molto invece strumentale. Tanti brani, tante cose sono nate infatti mettendo le mani sul pianoforte e improvvisando un po’. Una cosa che mi ero prefissato per questo album era non scrivere. Questa cosa è allo stesso tempo gioia e dolore, perché poi, quando uno sta fermo un paio di mesi, come mi è successo intorno a febbraio-marzo, riprendi il disco non avendo nemmeno una nota scritta e soffri. Però, in fase compositiva, non aver scritto mi ha permesso di affrontare il lavoro con questo approccio molto pratico, molto poco compositivo in senso classico. Gli insegnamenti di composizione in Conservatorio sono stati differenti in questo senso: l’approccio era più razionale e intellettuale, cosa che comunque c’è stata, ma coniugato con questo approccio strumentale.

P.P.: Sì, un po’ il concetto della composizione in tempo reale, che si fa nel suo farsi, scusami il gioco di parole. Però al tempo stesso presuppone un controllo della forma in qualche modo, una direzione in cui andare.

G. V.: Sì. Poi le idee sono sempre state varie, niente è rimasto come nella prima forma in cui è stato composto. Anche perché è un lavoro che mi ha richiesto un anno e mezzo in tutto. Quindi le idee iniziali, anche quelle composte di getto, hanno poi comunque subito un vaglio e sono state modificate, sia concettualmente che nella struttura del brano. Quindi ho corso un po’ di rischio nelle successive modifiche.

P.P.: Raccontaci del momento della registrazione. So che hai suonato su un pianoforte bello, importante.

G. V.: Molto, molto, molto bello. In occasione della registrazione dei miei due dischi ho avuto l’onore di collaborare con Bussotti e Fabbrini. Nel primo disco mi hanno messo a disposizione un bellissimo Bechstein gran coda e per il secondo disco c’era disponibile questo Steinway gran coda, un modello meraviglioso anche dal punto di vista storico, perché è il pianoforte numero 200 della collezione Fabbrini. La Steinway, in onore del 200° acquisto, ha stampato il nome Fabbrini nella ghisa del pianoforte e lateralmente, là dove spesso i negozianti applicano degli adesivi con il nome del negozio. In quel caso no, il nome Fabbrini è proprio inciso sul fianco del pianoforte. Questo pianoforte meraviglioso contiene all’interno tutte le firme di grandi pianisti che lo hanno suonato. È stato veramente emozionante leggere le firme di Pollini, Kissin, nomi giganti. Per cui, quando iniziava la sessione in studio, c’era il rituale dell’inchino nei confronti del pianoforte.

P. P.: Senti, visto che stiamo parlando di pianoforte e siamo su Pianosolo, ti devo fare la domanda di rito. Un disco in piano solo è qualcosa di molto impegnativo, è una sfida, ma forse anche il momento in cui il pianista entra in connessione profonda con la propria visione sia estetica che poetica e arriva a sviscerarla, a tirarla fuori. Che ne pensi? Che esperienza è?

G.V.: Guarda, fin da bambino la cosa che più mi riusciva spontanea, che per me era la gioia più grande, era quella di mettere le mani sul pianoforte e suonare. Era un po’ un gioco. Come c’era il momento di mettersi alla PlayStation a fare un gioco prima di fare i compiti, così c’era il momento di mettersi al pianoforte. Quindi, per me, dopo tutti gli anni di studio, rimettermi in contatto con questo è stato come riallacciarmi al me adolescente che giocava. È come se uno nel corso della vita non ha più tempo di giocare alla PlayStation, la mette da parte e poi però verso i 30 anni dice: “Sai cosa? Forse un’oretta a settimana ci riesco.” E si ritaglia così quello spazio creativo che è lo spazio del gioco. Quindi per me è stato bellissimo. Il motivo per cui ho iniziato il percorso accademico era per strutturare questo momento, per acquisire nuovi strumenti. Mi ricordo un me indisciplinato e folle che va dalla Ricordi a Firenze e chiede dei manuali per comporre. Avrò avuto 12 o 13 anni e già capivo che dovevo imparare a comporre. C’erano persone più brave di me e volevo capire come facessero. Quindi andai alla Ricordi e comprai un manuale di fuga, il Dubois, che ahimè si studia. Aprii questo manuale, lessi più o meno una pagina, lo richiusi pensando di non utilizzarlo più. E invece poi nel corso degli anni di studio mi è toccato ritirarlo fuori. Quindi per me è stato un momento di grande gioia riallacciarmi a quelle sensazioni, in quel momento. È stato questo, avere una mia dimensione ludica, uno spazio nel quale poter stare e ricostruire quell’ambito di gioco bellissimo.

P. P.: Tornando al circo, c’è una dimensione onirica molto legata alla nostra immaginazione. Oggi assistiamo a un’avanzata velocissima della tecnologia che sembra risolvere tutti i nostri problemi. C’è in corso un acceso dibattito sulle implicazioni etiche e sociali dell’uso dell’intelligenza artificiale, sula trasformazione che il nostro mondo sta vivendo. In questo contesto secondo te siamo ancora in grado di sognare?

G.V.: Per me sì, assolutamente sì. Essere riuscito ad esempio a realizzare questo album, essere al telefono con te a fare un’intervista, è il coronamento di un sogno. Vedo inoltre persone accanto a me altrettanto folli a cui piace sognare e che riescono anche a realizzare i loro sogni. Anche se per altri i sogni non si realizzano, sono comunque sogni. Di me mio padre  ha detto: “Bravissimo ragazzo, poco concreto, vive proprio in un’altra dimensione.” Oggi come oggi, Giovanni, chi si occupa di musica ha un po’ questo agli occhi degli altri, dice: “Qui è una follia, veramente sono sognatori.”

P.P.: Con Canzone all’uscita ci allontaniamo dalla magia del tuo circo. Cosa vorresti che ci portassimo dentro all’uscita?

G.V.: Ognuno troverà la sua dimensione in questo circo e raccoglierà quel che vorrà raccogliere. Canzone all’uscita è un abbraccio che io do a chi ha portato fino in fondo questo disco, un ringraziamento, perché comunque non è scontato che le persone oggi si prendano un momento sincero per ascoltare. Chi lo fa, secondo me, deve essere ringraziato. Poi, quel che si porta a casa chi ascolta, chi lo sa? Non saprei risponderti. Spero sia comunque qualcosa però. Anche solo un’emozione, spero di essere riuscito a trasmettere un’emozione, a creare un momento di rilassatezza, un momento di svago o farli entrare in questo mio sogno sarebbe bellissimo. Però chi lo sa se è una speranza vana o no, questo non te lo so dire.

 

 

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