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Ho scelto il pianoforte, ma ho come l’impressione che il pianoforte abbia scelto me. Filippo Tenisci

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Passione e studio, curiosità intellettuale e dedizione, sono questi gli ingredienti alla base di quella miscela unica che fa di un pianista un artista e sono proprio gli elementi che ascoltando Filippo Tenisci suonare non abbiamo faticato a riconoscere.

Nato a Tirana nel 1998, Filippo Tenisci ha iniziato i suoi studi in età infantile sotto la guida del M° Emira Dervinyte e si è perfezionato sotto la guida di importanti maestri del panorama pianistico internazionale. Nel 2018 è stato proclamato vincitore assoluto dell’International Competition for Youth “Dinu Lipatti” e nello stesso anno ha vinto il primo premio al concorso “Franz Liszt” all’Accademia d’Ungheria a Roma. Si è già esibito in tante prestigiose sale in tutta Italia, a partire dall’auditorium Parco della musica di Roma.

Ma queste sono solo notizie che in fondo ci raccontano poco del percorso formativo e dell’evoluzione artistica di un pianista. Per questo abbiamo lungamente parlato con Filippo Tenisci, cercando di entrare nel cuore della sua attività, alla scoperta della sua visione e del suo pensiero musicale. Ve lo raccontiamo nella nostra intervista.

La formazione

Paola Parri: Lo strumento per un musicista rappresenta la voce attraverso cui si esprime e la sua scelta, che avviene generalmente da bambini, è un momento che va a segnare tutta la formazione successiva. Raccontami di come, quando e perché hai scelto il pianoforte e se ti sei mai pentito di questo.

Filippo Tenisci: I miei primi approcci al pianoforte e alla musica in generale sono cominciati verso i miei quattro anni di età, quando i miei genitori si accorsero che avevo una certa predisposizione, una certa sensibilità rispetto alla musica. A volte poteva capitare che alla tv dessero un concerto di musica classica e io stavo seduto immobile per ore a battere le mani e a cantare, una cosa alquanto insolita per un bambino di quella età. Da lì ho cominciato le lezioni di pianoforte con una insegnante che ricordo disse che non avevo talento, forse perché la sua impostazione era molto rigida e io ero un bambino molto vivace, quindi probabilmente avevo bisogno di un percorso diverso. All’epoca io vivevo a Tirana, città in cui sono nato, e successivamente abbiamo trovato per fortuna un’insegnante albanese bravissima che mi ha introdotto al mondo del pianoforte vero e proprio e con mia madre è andata in un negozio di musica a scegliere il mio primo pianoforte. Verso i sei/sette anni quindi mi hanno regalato questo Yamaha verticale, il mio primo pianoforte che conservo tutt’oggi. Ho scelto il pianoforte, ma ho come l’impressione che il pianoforte abbia scelto me, perché ho sempre avuto questo rapporto molto intimo con lo strumento. Esprimo i miei sentimenti, i miei pensieri musicali attraverso i tasti del pianoforte. È un contatto anche fisico con lo strumento che negli anni si è andato sempre di più a enfatizzare.

P.P.: Ci sono altri strumenti su sui hai esitato e che anche oggi ti piacerebbe studiare?

F.T.: Sin da piccolo sono sempre stato un grande appassionato dell’organo, mi è sempre piaciuto molto il suono di questo strumento. Sono andato addirittura con i miei genitori sopra l’organo di Notre-Dame ad assistere a qualche funzione con l’organista che suonava. Un altro strumento che mi sarebbe piaciuto studiare e suonare è il clarinetto. Rispetto a tanti altri strumenti ha un timbro molto particolare che mi affascina, non so spiegare perché, ma c’è un input emotivo molto forte. Inoltre il clarinetto si presta a molti stili e questo lo rende uno strumento molto versatile.

P.P.: Ai concerti di musica “classica” troppo spesso il pubblico è rappresentato da persone in età avanzata, mentre i giovani artisti come te oggi sono numerosi. Come spieghi questo che è un vero e proprio ossimoro? Tu quand’è che ti sei innamorato del repertorio classico tanto da farne il tuo oggetto di studio e ricerca principale?

F.T.: Da giovane studente e pianista mi sono posto spesso questo quesito molto importante, che purtroppo non ha una sola risposta. Una risposta parziale sta a mio parere nell’approccio culturale. Ho suonato diverse volte in Germania e là c’è un pubblico completamente diverso, che non rientra soltanto nella fascia della terza età, ma include anche tanti ragazzi giovani. La stessa cosa l’ho rilevata in altri Paesi come in Francia, in Lettonia, in Bosnia, quindi secondo me per quanto riguarda l’Italia c’è un approccio culturale diverso che parte dalla scuola. Dalla terza elementare in poi ho studiato in Italia e mi sono reso conto che la musica come materia era un passatempo, presente nei piani di studio, ma non era affrontata come avrebbe dovuto. Quindi secondo me anche il discorso del pubblico è legato alla formazione, all’insegnamento della musica, all’educazione all’ascolto, perché se non insegni ai ragazzi, ai bambini ad ascoltare, questa mancanza può influenzare le menti di molti.

Per quanto riguarda me e l’amore per la musica, uno dei primi pezzi che mi hanno fatto venire i brividi fu il primo movimento della Sonata Al chiaro di luna di Beethoven. Avevo 8 anni e ascoltavo questo pezzo alla radio senza sapere cosa fosse, ma il mio orecchio era rapito da questi suoni, da queste armonie e desideravo sapere di chi fosse questa musica. Quando i miei genitori mi hanno regalato un libriccino proprio dedicato a Beethoven per i ragazzi che raccontava la storia e la vita con degli ascolti guidati e ho scoperto che quel pezzo era di Beethoven mi sono profondamente commosso. Non è solo un pezzo che ha segnato quel periodo della mia vita, ma è anche un pezzo che ha orientato la mia scelta verso la musica, perché nient’altro a livello emotivo mi stava dando così tanto.

P.P.: Ascolti anche altra musica?

F.T.: Certamente. In passato forse ero un po’ troppo severo con me stesso, ma crescendo ho sviluppato anche altri gusti musicali. Mi piacciono molto i cantautori, ascoltare voce e chitarra, voce e altri strumenti, mi piace la musica cosiddetta moderna perché penso possa darmi tanta ispirazione anche rispetto al mondo “classico”. Questa è una mia opinione del tutto personale, però devo dire che dopo 8 ore di studio se magari esci con gli amici vorresti ascoltare tutt’altro!

Franz Liszt e il repertorio

P.P.: Mi risulta che la tua tesi di laurea al conservatorio sia stata dedicata alla musica di Franz Liszt. Una scelta coraggiosa senza dubbio. Cosa ami particolarmente della musica di Liszt?

F.T.: Rispetto a tanti altri compositori la figura di Liszt l’ho cominciata a conoscere recentemente. A 14 anni sono entrato in contatto con la sua musica e ricordo anche molto bene il primo pezzo che ascoltai che era il Mephisto Waltz nella storica e bellissima registrazione del pianista Andor Foldes. Sentire il pianoforte con questa scrittura così virtuosa, con questi effetti così brillanti mi colpì molto. Non avevo mai sentito nulla del genere e mi chiedevo se a suonare fosse un solo pianista o due. Da giovane ero folgorato dal virtuosismo, ma anche proprio dalla figura di questo compositore che secondo me ha dedicato tanto alla music e anche ai suoi amici compositori. Sosteneva ad esempio Chopin, Wagner, anche solo attraverso le sue trascrizioni, che erano uno strumento di divulgazione della loro musica. Era una figura molto prolifica e soprattutto a livello musicale mi ha sempre tanto colpito. La Seconda Leggenda, che ho suonato molte volte, la Sonata, le Consolazioni sono tutte composizioni che mi trasmettono molte emozioni e mi rendo conto che oggi la figura di Liszt almeno in Italia non è ancora pienamente compresa. Si pensa che Liszt sia l’uomo mondano, il grande uomo di scena, il virtuoso, ma c’è tutta la sua parte spirituale che deve essere approfondita, così come la portata rivoluzionaria della sua musica, gli aspetti sinfonici, l’analisi armonica. È stato un rivoluzionario non solo a livello pianistico, ma anche sinfonico. Nella mia tesi di laurea ho cercato di evidenziare il Liszt didatta, perché ci sono tante testimonianze dei suoi allievi che nel corso degli anni ne scrivevano. In una lezione che fece ad un suo allievo che stava studiando la Polacca Eroica di Chopin, per tutta la parte con le ottave in mi maggiore molto cavalleresca Liszt sosteneva di non essere interessato alla pulizia nell’esecuzione delle ottave, quanto piuttosto a trovare ed esprimere lo spirito cavalleresco e drammaturgico del pezzo. Oggi si tende a cercare una perfezione nell’esecuzione in senso estetico, ma a mio parere dovrebbe prima venire il contenuto e solo dopo il fattore costruttivo attorno.

L’interpretazione

P.P.: Sul concetto di interpretazione si è molto dibattuto nel tempo e ad oggi esistono scuole di pensiero divergenti. Qual è la tua idea in merito all’interpretazione del testo musicale?

F.T.: Secondo me c’è una giusta differenza linguistica tra “esecutore” e “interprete”. L’esecutore è colui che esegue ciò che è scritto, mentre l’interprete dà un approccio personale forgiato da anni di studio, non solo a livello puramente strumentale, ma anche da anni di ricerca, di cultura, di tutto quello che riguarda la filosofia del pezzo, quindi tutto ciò che riguarda il contesto storico e culturale. Secondo me oggi l’interprete deve essere portavoce di una grande cultura non solo musicale, pianistica, ma anche di una cultura sociale che va cambiando nel corso del tempo. Non esistono certezze scritte. L’argomento è molto soggettivo. Recentemente ho registrato per una televisione nazionale la Seconda Sinfonia di Beethoven trascritta da Liszt. In casi come questo a livello interpretativo il discorso si fa più ampio. Cercare di riprodurre al pianoforte la sinfonia beethoveniana non è possibile, anche per un fattore meramente meccanico e tecnico, fisico, inoltre soprattutto dalla partitura vediamo che già la trascrizione di Liszt è una interpretazione della partitura di Beethoven e che, pur essendo il concetto, l’ideale assolutamente beethoveniani, la realizzazione strumentale è lisztiana e questo non può non essere tenuto in considerazione. Da interprete posso scegliere: deve essere una sinfonia puramente beethoveniana o una sinfonia dove c’è anche tanto Liszt? Le trascrizioni beethoveniane di altri, ad esempio quelle di Otto Singer, sono molto meno efficaci secondo me e talvolta dozzinali a livello di note. La raffinatezza di Liszt è invece qualcosa di molto prezioso che solo lui e pochi altri successivi a lui riescono a creare. Tornando al concetto di interpretazione penso che siamo a noi a scegliere cosa voler rappresentare di un pezzo e scegliere cosa mettere in luce, perché nella partitura c’è scritto tutto, ma siamo noi a dover dare un senso completo della scrittura. Chi ci ascolta non può avere un’idea completa di ciò che si sta ascoltando perché magari non lo conosce. La bravura dell’interprete sta proprio nel prendere per mano l’ascoltatore e guidarlo verso un mondo complesso, come può essere ad esempio la Sonata di Liszt. L’interprete è soprattutto un divulgatore, divulgatore della musica, della cultura.

P.P.: Come ti avvicini a una partitura? Ci illustri le tue fasi di studio dall’inizio alla resa finale (se esiste)?

F.T.: Partendo dal presupposto che secondo me una resa finale non esiste, esistono traguardi, punti di arrivo che poi si susseguono ad altri, perché alla fine il pezzo matura. È un po’ come il pane che più lo lavori più matura e più diventa buono. Il mio primo approccio è la lettura a prima vista. Se il pezzo è complicato magari leggo prima una mano, poi l’altra, anche per non leggere cose sbagliate che poi risulterebbe molto difficile correggere. Il primo approccio con la partitura secondo me è il momento più importante, poi occorre mettere subito a fuoco le espressioni dinamiche, quindi tutto ciò che riguarda l’agogica, la dinamica, perché molto spesso si tende a mettere prima a posto le mani tecnicamente, però questo deve andare in parallelo con lo studio dell’espressione del pezzo. Lo dico perché adesso io mi sto ad esempio addentrando nelle Mazurke op.50 di Chopin e più ci metto le mani e più noto particolari nuovi, quindi bisogna avere un approccio molto scientifico alla partitura, ma giusto poi per saper leggere, saper analizzare, dare una forma a quello che si suona. Se tu hai una struttura architettonica del pezzo ben strutturata alla fine puoi scegliere da interprete se aggiungere o togliere dei particolari che usi o vuoi usare. Poi ovviamente c’è la questione mnemonica del pezzo. Ti confesso che mi capita di imparare spesso il pezzo a memoria ancora prima di averlo saldo tecnicamente. Ho la fortuna di avere una memoria che funziona molto bene e questo da un lato è un bene, dall’altro può essere un rischio, perché devi saper dosare bene lo studio. Ricordare il pezzo non significa che automaticamente verrà.

P.P.: Parliamo del tuo repertorio. Quali sono i compositori che senti più affini alla tua sensibilità?

F.T.: Devo dire che a me piace suonare tutto e tutta la musica che ho affrontato è sempre stata molto interessante, però naturalmente alcuni compositori mi incuriosiscono di più. Tra questi c’è Mozart. Per me è stata una sorta di riscoperta. L’avevo studiato al Conservatorio al pre-accademico, ma quando l’anno scorso mi hanno chiamato per un concerto, poi andato in streaming su Roma Tre Orchestra, per suonare il Concerto K450 di Mozart, ho riscoperto questa figura che mi ha affascinato completamente. Quindi Mozart è sicuramente uno dei compositori che prediligo, ma anche l’immancabile Brahms, con cui ho ancora un rapporto di amore/odio come mi accade con Chopin. Tra i compositori dell’avanguardia sono stato colpito da Arvo Part e non so spiegarti perché. Rispetto magari a tanti compositori del ventesimo secolo che secondo me hanno anche abusato del concetto di musica mettendola in secondo piano per favorire aspetti più pragmatici e illustrativi a livello di partitura musicale, quello che apprezzo di Arvo Part è la sua estrema semplicità, il saper riportare in poche note un senso spirituale altissimo. Mi è capitato di partecipare a un concorso dove ho suonato la Partita n.3 di Part e la giuria ha concordato con me sulla genialità di questo compositore.

I concorsi e i progetti per il futuro

P.P.: Nel 2018 hai vinto l’International Competition for Youth “Dinu Lipatti” e il concorso “Franz Liszt” all’Accademia d’Ungheria a Roma. Una tua riflessione sull’utilità delle competizioni pianistiche nella carriera di un pianista.

F.T.: Sicuramente il concorso è il punto di arrivo di un percorso ma anche il punto di inizio di un altro. È una finestra che lancia tanti giovani pianisti e porta loro tante opportunità, però secondo me purtroppo si limita al concetto di eliminazione. Per far passare determinati ragazzi ne devo eliminare altri. Ognuno di noi è un artista, quindi già di per sé giudicare l’arte è qualcosa di fasullo. Come fai a dire che cosa è giusto e cosa è sbagliato? Mi riferisco agli aspetti interpretativi, non a quelli tecnici. Giudicare l’arte è una questione molto soggettiva. Gli stessi candidati magari con un’altra giuria farebbero un altro effetto. In sintesi il concorso può essere un’occasione per testarsi e farsi conoscere in un contesto altro. È una manifestazione culturale che mobilita anche l’economia del luogo in cui si svolge, muove le persone a conoscere il nostro mondo. Mi piace pensarlo dunque non tanto come una gara, ma come qualcosa che sostiene anche la realtà in cui si svolge.

P.P.: Progetti per l’immediato futuro?

F.T.: Sto finendo gli studi al Conservatorio Mascagni di Livorno con il carissimo Maestro Baglini e sto preparando la mia tesi dedicata a Wagner sotto l’occhio di Liszt, quindi tutte le trascrizioni lisztiane delle opere di Wagner. Tra i miei progetti c’è la registrazione dell’integrale delle opere Wagner/Liszt. E poi tanti altri progetti anche con il Maestro Baglini, che oltre ad essere un grande didatta è anche una persona che mi sta aiutando molto, mi sta facendo fare tante attività, tanti concerti anche di musica di camera. Alla Normale di Pisa a maggio faremo con Paola Primitivi le Brahms 120 per clarinetto e pianoforte, le due sonate. Tanti progetti, anche i concorsi naturalmente. Ho anche realizzato il docufilm di cui ti parlavo prima sulla seconda sinfonia di Beethoven nella trascrizione di Liszt per una televisione nazionale che spero vada in onda presto. Sono molto felice di tutti questi progetti!

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