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Hermon Mehari e Alessandro Lanzoni, Arc Fiction (MIRR)

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Un piccolo capolavoro questo Arc Fiction che il trombettista Hermon Mehari e il pianista Alessandro Lanzoni pubblicano con il collettivo francese Mirr. Definire capolavoro un’opera significa assegnarle quelle inconfondibili caratteristiche di eccellenza e di tenuta nel tempo che le undici tracce di Arc Fiction promettono già al primo ascolto. Un arco narrativo ampio che si snoda nella direzione di un ampio lirismo. Un jazz che può definirsi da camera quello del duo pianoforte e tromba che dialogano in rapporto simbiotico, di rapida intesa. Da questa intensa connessione nascono le idee del disco, tracce pensate, ma non interamente scritte su carta da musica, spesso corrispondenti a intuizioni colte nello stesso farsi del discorso musicale, in itinere, rendendo più labile e sfocato il confine tra ciò che è scritto, creato dal pensiero, composto, e ciò che sgorga dall’improvvisazione, dall’impulso creativo più puro. Sulle fondamenta delle parti scritte si ergono architetture sonore improvvisate.

Una ritmica melodicamente compiuta, una sorta di basso ostinato affidato al pianoforte, apre il disco con Savannah, quasi uno schiarirsi del tono vocale delle timbriche strumentali che presto, nello stesso pezzo, approdano alla piena espressione delle proprie qualità sonore e tutto si dilata nel senso dell’ampiezza. Mai disgiunta dal coltivare linee melodiche cantabili la scrittura di Arc Fiction partorisce episodi in cui l’espressione è rarefatta, quasi impalpabile, un impasto sonoro del duo che sempre proietta verso un lirismo intimo e intenso allo stesso tempo. È quanto accade in End of the Conqueror o in Volver, quest’ultima una sorta di canto di preghiera a due voci dal vago sentore blues.

Gli episodi dinamicamente più mossi in cui la cellula melodica sembra frammentarsi per cedere il passo a una sorta di impressionismo, a una visionarietà che gioca su una fervida immaginazione, non spezzano l’incantesimo, anzi risultano perfettamente consonanti con quella vocazione improvvisativa che attraversa tutto il disco. Si tratta di episodi che lasciano spazio all’immaginazione e all’estemporaneità di un linguaggio sonoro che sa creare dialoghi efficaci tra il pianoforte di Lanzoni e la tromba di Mehari, come in Peyote o in Reprise in Catharsis.

Libertà di espressione, quella che il jazz pretende, e un empatico legame da cui nascono di brano in brano nuove storie da narrare, rendono Arc Fiction meritevole di ripetuti ascolti.

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