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Giuseppe Guarrera. Intervista

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Giuseppe Guarrera. Intervista

Tra i pianisti di ultima generazione che si stanno facendo onore sulla scena musicale internazionale spicca senza ombra di dubbio Giuseppe Guarrera. Siciliano di nascita, Giuseppe Guarrera ha lasciato da adolescente la sua città natale per intraprendere studi musicali internazionali, prima a Gorizia con Siavush Gadjiev e successivamente a Berlino dove ha conseguito il master alla Hochschule für Musik Hanns Eisler con Eldar Nebolsin e ha fatto parte della prima generazione di studenti della nuova “Barenboim-Said Akademie”, sotto la guida di Nelson Goerner.

Il curriculum di Giuseppe Guarrera è già molto ben nutrito e ricco di successi, basti pensare al suo Secondo Premio e cinque premi speciali al “Concorso pianistico internazionale di Montreal” in Canada nel 2017, alla sua vittoria, nel 2018, allo “Young Classical Artists Trust (YCAT)”, premio internazionale assegnato ogni anno alla Wigmore Hall di Londra da un comitato di docenti, artisti e musicologi.

Sempre lo scorso anno ha inoltre ricevuto una borsa di studio dal “Ruhr Klavier Festival” e su invito personale di Daniel Barenboim, nel maggio 2019 terrà un recital solistico presso la Boulez Saal di Berlino. Altri importanti premi negli anni precedenti sono stati il “Premio Venezia” nel 2010 e il secondo premio al “J.Mottram International Competition” a Manchester.

Si è esibito in molti concerti, ha suonato come solista con l’Orchestre Symphonique de Montréal, la Royal Philharmonic Orchestra di Londra, la Liverpool Philharmonic Orchestra, l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, con celebri direttori tra i quali Petrenko e Kitajenko.

Collabora stabilmente con il Boulez Ensemble di Berlino, coordinato da Daniel Barenboim e insegna alla Barenboim-Said Akademie.

Ascoltando Giuseppe Guarrera suonare non ci stupiamo affatto dell’attenzione ricevuta da un Maestro come Daniel Barenboim e dal mondo musicale in generale. Il suo pianismo è maturo, guidato da una riflessione poetica ed estetica profonda e da una curiosità culturale di ampio raggio che esula dall’esclusivismo in ambito musicale. Lo abbiamo raggiunto al telefono per un’intervista durante la quale Giuseppe Guarrera ha confermato quanto avevamo solo intuito ascoltandone alcune esecuzioni, una serietà e un’attenzione rispetto alla propria attività musicale che ne fanno un artista in evoluzione in grado di assorbire molteplici stimoli culturali, di tenere aperta la mente su prospettive eterogenee sempre con rigore e intelligenza, qualità indispensabili per chiunque intraprenda una carriera internazionale.

Per il curriculum completo e tutte le informazioni sull’attività artistica di Giuseppe Guarrera vi rimandiamo al sito web dell’artista.

Paola Parri: Facciamo un viaggio a ritroso. Tra poco inizierà un nuovo anno e in maggio so che hai in programma un importante recital solistico presso la Boulez Saal di Berlino, un impegno che nasce da un invito di Daniel Barenboim. Vuoi parlarci di questo concerto e del tuo rapporto con Daniel Barenboim? Come vi siete conosciuti?

Giuseppe Guarrera: Il concerto sarà a maggio alla Boulez Saal di Berlino, dove ho già suonato in verità, perché ho conosciuto Daniel Barenboim alla Barenboim-Said Akademie, questa nuova accademia che, oltre ad essere un progetto musicale, è anche un progetto politico e accoglie dunque molti studenti dal Medio Oriente, un’estensione della West Eastern Divan Orchestra. Questa Orchestra è stata creata da Barenboim per favorire una collaborazione musicale tra israeliani e palestinesi. La Barenboim-Said Akademie rappresenta un’evoluzione dell’Orchestra e naturalmente, trovandosi a Berlino, non accoglie solo studenti dal Medio Oriente, ma anche studenti europei e io ho fatto parte della prima generazione di studenti.

Il primo contatto con l’istituzione è stato dunque nel contesto scolastico, successivamente, a seguito dei premi al Concorso pianistico di Montreal, ho ricevuto una certa attenzione dalla scuola e dallo stesso Barenboim che mi ha invitato a tenere un recital nella stagione della Boulez Saal.

In realtà ho suonato in tutte le stagioni perché mi sono esibito nella settimana di apertura della prima stagione, mentre nella seconda ho tenuto il concerto di apertura da solista sotto la direzione di Barenboim eseguendo un concerto per pianoforte e orchestra composto da uno degli ultimi studenti di Pierre Boulez, Benjamin Attahir. Il rapporto con la scuola è buonissimo, considera che ho terminato a luglio i miei studi e mi hanno immediatamente invitato a far parte del corpo docente dell’Accademia. Per me questo è un buon posto per evolvermi professionalmente,  ma anche dove imparare molto, perché la scuola è sempre collegata alla sala, arrivano continuamente artisti importanti ed è facile entrare in contatto con pianisti come András Schiff, Martha Argerich, quindi è un ambito studentesco che non è mai separato dal mondo artistico.

Saranno due i concerti alla Boulez Saal quest’anno, a maggio da solista, a febbraio con la Konzertmeisterin della Staatskapelle che si chiama Ji-Yoon Lee, un duo pianoforte e violino dunque, e poi spesso suono sempre in questo luogo come parte del Boulez Ensemble, che spesso propone prime assolute di opere di compositori viventi.

P.P.: Attualmente risiedi a Berlino dunque, dove svolgi la tua attività didattica ed artistica. Un pianista siciliano come finisce a Berlino?

G.G.: Ho lasciato la Sicilia quando avevo 16 anni, quando sono andato a studiare a Gorizia con Siavush Gadjiev, un eccezionale docente russo, per molti anni insegnante al Conservatorio di Mosca prima di trasferirsi in Italia circa 25 anni fa. Sono rimasto a Gorizia dai 16 ai 23 anni. Per me Gadjiev è tuttora una figura di riferimento importante e non avevo pianificato di lasciare Gorizia, ma si era creata un po’ una situazione di stallo, date le piccole dimensioni della città, dove era un po’ difficile avere contatti e quindi lui stesso mi ha consigliato Berlino, tra le capitali europee più importanti per la mia crescita musicale. La mia scelta poi è stata anche di tipo economico, perché Berlino offre molto a costo zero, studiare a Berlino è gratuito, nel senso che le rette scolastiche sono bassissime.

P.P.: Questo sembra indicare anche una certa concezione della musica in Germania…

G.G.: In realtà ad usufruire delle scuole sono soprattutto studenti europei più che tedeschi, ma va detto che la Germania ha investito molto nella crescita culturale del Paese.

P.P.: Quando è scoccata la scintilla? Com’è che ci si ritrova da bambini a studiare pianoforte e poi a desiderare di farne la propria professione?

G.G.: Ho iniziato a suonare il pianoforte tra i 5 e i 6 anni e ho iniziato in maniera molto casuale, non ho avuto genitori che mi hanno spinto a studiare e non c’erano musicisti in famiglia. La decisione di vivere di musica non l’ho mai presa in realtà, non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso che questa sarebbe stata la mia vita. Ancora oggi mi chiedo se vorrò tenere concerti fino a 40-45 anni, perché comunque ho sempre avuto interessi che vanno oltre la musica. Non è che si sceglie di diventare concertista, si può solo lavorare nella direzione giusta per arrivare ad avere delle opportunità, ma spesso è casuale. Per farti un esempio pratico, lo scorso hanno ho tenuto un solo concerto da solista, forse due, mentre nel 2019 ne terrò circa trenta. Il divario è talmente grande in un arco di tempo così ristretto che è difficile secondo me identificarsi con la professione fino a quando non diventa una routine che dura almeno 5-6 anni.

La passione per la musica c’è sempre ma non c’è sempre un’equazione costante musica – professione. La situazione è talmente instabile che tendo a non identificarmi al 100% con quello che sto facendo, perché so che da un momento all’altro questa macchina può fermarsi e occorre tornare un po’ indietro.

P.P.: La musica richiede un impegno molto forte, una dedizione assoluta. Viene mai voglia di mollare? A cosa si rinuncia?

G.G.: Molto dipende dai periodi e dalle fasi della vita in cui uno si trova, dalle difficoltà, dalle sfide. Per me personalmente la difficoltà maggiore a cui sto cercando di far fronte è il continuo rimodellamento dell’identità personale e culturale. Da pianista siciliano, con un certo tipo di abitudini, di cultura, già il trasferimento a Gorizia è stato un grande passo verso una trasformazione durata diversi anni. La mentalità siciliana, senza generalizzare ovviamente, è molto diversa da quella russa, quindi per me già a Gorizia il mio primo incontro/scontro con quel tipo di mentalità improntata alla disciplina, alla devozione al lavoro, è stato difficile da assorbire.

Non facile è stato anche il passaggio da Gorizia a Berlino. Una persona secondo me ha due opzioni: restare costantemente se stessa mantenendo il proprio stile di vita (molti italiani all’estero continuano a vivere come se fossero in Italia, ma non solo gli italiani, tutti coloro che si spostano), oppure cercare di assorbire il più possibile quello che il luogo ha da dare. Io tendenzialmente ho scelto la seconda possibilità, per non perdere il senso del viaggio che ho fatto, altrimenti sarei rimasto a casa.

La cosa più difficile in sintesi per me è stato proprio questo continuo rimodellamento dell’identità culturale. Credo che sia una situazione comune chiedersi a un certo punto chi siamo, cosa stiamo facendo qua, perché i primi anni sono contrassegnati dall’entusiasmo, come con le relazioni amorose, però poi c’è un momento, ad esempio quando finisci gli studi, a livello personale, quando non hai più la motivazione proveniente dall’insegnante e nemmeno lo stimolo alla scoperta dei luoghi in cui ti trovi, che è il momento delle scelte più difficili: restare o tornare. Questi sono un po’ i sacrifici non solo del musicista ma in generale di chi viaggia in continuazione.

Dal punto di vista strettamente musicale il sacrificio maggiore è il lavoro al pianoforte, o a qualunque altro strumento musicale, che richiede molta costanza. Questa costanza nel lavoro allo strumento alla lunga può essere logorante, è come prendersi cura di un giardino, bisogna seguirlo attentamente e nel modo giusto per arrivare il più lontano possibile anche con l’età, assecondare e ascoltare anche le esigenze del corpo, perché se l’energia non è gestita bene a un certo punto si esaurisce.

P.P.: Hai ottenuto importanti riconoscimenti in prestigiosi concorsi internazionali, tra cui il “Concorso pianistico internazionale di Montreal” in Canada dove nel 2017 ti sei aggiudicato il Secondo Premio e cinque premi speciali (premio del pubblico, premio Bach, premio Chopin, premio per la miglior semifinale e per la migliore esecuzione del brano commissionato dal concorso), oltre al “Premio Venezia” nel 2010, al secondo premio al “J.Mottram International Competition” a Manchester e più recentemente, nel 2018, sei stato tra i vincitori dello “Young Classical Artists Trust” a Londra. Che tipo di esperienza è partecipare a una competizione pianistica? Come ci si prepara tecnicamente e anche psicologicamente?

G.G.: Nel tempo ho cambiato molto la mia opinione sui concorsi. Ho avuto fasi alterne, passando da momenti in cui ero molto entusiasta di partecipare a un concorso a fasi in cui ho odiato anche solo l’idea di farlo. Se prepari molto repertorio e poi magari sei eliminato nel primo round poi non hai la possibilità nemmeno di suonare tutto quello che hai preparato…

Attualmente penso che i concorsi siano una possibilità in più di suonare in pubblico. Che poi si tratti di un pubblico di giurati o di semplici ascoltatori secondo me dovrebbe influire il meno possibile per mantenere una certa freschezza, una spontaneità, per evitare di cadere nel cliché del pianista da concorso che suona in un certo modo. Adeguarsi a un certo standard secondo me è proprio quello che l’Arte dovrebbe evitare.

Quindi da un certo punto di vista molto pratico i concorsi hanno un certo valore, anche se l’aumento del numero di competizioni negli anni a volte sembra più diventato un business piuttosto che un modo per aiutare i giovani ad essere conosciuti. Se esistono 150 primi premi ogni 6 mesi è come l’inflazione, valgono veramente poco alla fine.

I grandi concorsi sono comunque rimasti grandi concorsi che offrono buone opportunità a chi vi partecipa, anche se farsi conoscere ed avere una posizione stabile nel concertismo internazionale è un lavoro enorme che secondo me poco ha a che fare con i concorsi.

P.P.: Sono moltissimi i modi in cui un interprete si avvicina al testo musicale. Hai un tuo metodo che ti conduca poi a una visione finale dell’opera che stai affrontando?

G.G.: Da un lato cerco sempre di avere un approccio diverso a seconda del brano che sto per suonare, evito cioè di fissare per forza un percorso che mi porti poi al risultato finale e questo ovviamente ha dei grandi vantaggi, ma anche altrettanto grandi svantaggi. Ci possono essere delle idee o delle intuizioni che magari questo processo volutamente disordinato ti regala, ma accade anche che spesso ci sia il caos. Affrontare un nuovo brano è sempre un po’ come costruire un rapporto, che può essere un rapporto di amicizia, di amore, di odio, e la cosa più difficile per me è creare un rapporto che sia quanto più possibile umano in un processo che è comunque abbastanza disumano.

Non so se disumano sia la parola giusta, però dover ripetere lo stesso brano decine di volte in concerto da un lato dà la possibilità di approfondire, dall’altro è qualcosa di innaturale, perché comunque l’arte vive nel momento. Per i compositori ad esempio c’è un momento in cui si manifesta l’esigenza di scrivere qualcosa e questa cosa viene scritta, poi si passa ad altro. La motivazione della creazione è fondamentale e generalmente viene da dentro e prende forma nel brano scritto.

Per il pianista o il direttore d’orchestra, che devono leggere e interpretare la musica di un autore, invece non sempre queste fasi sono sincronizzate. Per me questa è la difficoltà più grande: il fatto che non sempre il mood personale corrisponda al mood del brano, cosa che credo accada spesso anche agli attori. Puoi trovarti in uno stato fisico e spirituale completamente diverso da quello che il carattere del brano richiede di portare sul palcoscenico e devi essere capace di trasformarti in maniera quasi immediata. Ancora sto cercando il modo di arrivare a questo e spero di trovarlo più tardi possibile perché questo significa che sto ancora cercando qualcosa.

P.P.: Mi hai fatto pensare a “Il lavoro dell’attore su se stesso” di Stanislavskij…

G.G.: Quel libro lo tengo sempre sul comodino o nella mia valigia, è una sorta di testo a cui ritorno sempre quando ho dubbi o cerco spunti.

P.P.: Come scegli il tuo repertorio? Hai un periodo della storia della musica la cui letteratura pianistica ti affascina in particolar modo e dunque ti spinge a frequentarne i compositori?

G.G.: In realtà vado molto a fasi. Ho avuto un periodo di amore molto intenso per la musica russa, anche proprio a livello di scuola pianistica e di approccio musicale. Adesso, come ti dicevo prima, cerco di assorbire quanto più possibile dal luogo in cui mi trovo e quindi, vivendo in Germania, i miei gusti musicali e le mie scelte di repertorio sono un po’ cambiati. Adesso mi sono scoperto molto appassionato della musica tedesca, in particolare della musica di Bach e Beethoven. Comunque ho sempre trovato molto difficile scegliere, perché ogni parte del repertorio spinge davvero sempre al limite delle qualità non solo del musicista ma anche proprio dell’essere umano. Il livello di immaginazione che c’è, ad esempio, nella musica di Schumann, oppure il livello di virtuosismo che c’è nella musica di Liszt, o ancora il livello di complessità e allo stesso tempo il senso melodico che sono nella musica di Bach, sono cose difficili da scegliere. Quindi tra monogamia e poligamia musicale preferisco la poligamia.

P.P.: Cosa provi quando sali sul palcoscenico e hai davanti il pianoforte e un pubblico silenzioso che attende la tua musica?

G.G.: Dipende molto dal momento, dalla preparazione, dallo strumento, dalla temperatura in sala, dalla luce. Queste due ultime cose per me influiscono molto non sulla qualità del concerto, che resta comunque invariata, ma per la mia esperienza personale mentre suono.

Infatti se la preparazione è solida, che tu ti senta bene o male mentre suoni, se anche non sei al 100% della concentrazione e hai un pubblico che tossisce o fa fotografie col flash, tu puoi continuare tranquillamente, viene solo compromessa quella rilassatezza concentrata, quella tensione controllata che ti permettono di andare dall’inizio alla fine del concerto con concentrazione assoluta.

Il momento prima di andare sul palco è sempre un’incognita che dipende dal fatto che non siamo dall’inizio indirizzati ad affrontare il palco e quindi il palco diventa un momento di mistero. Può essere positivo per avere quella carica che ti fa fare cose che abitualmente non fai nello studio, ma dall’altro, come mi diceva un grande psicologo dello sport che si occupa anche di attori, la diversità di condizione tra lo studio e il concerto ci costringe a fare qualcosa a cui ci siamo allenati molto ma in un ambiente totalmente diverso da quello finale. Tutto questo per forza di cose genera sempre un “excitement” o adrenalina, spesso anche panico, anche se è una parola esagerata. C’è comunque sempre tensione, a volte giustificata da ragioni artistiche, altre da fattori estemporanei e imprevedibili, ad esempio il treno che è arrivato in ritardo, la mancata possibilità di provare in sala, un pessimo sonno. Ogni situazione è sempre diversa e dunque difficile da tenere sotto controllo.

Spesso prima di suonare mi chiedo “ma perché lo faccio?”, poi dopo il concerto arriva la risposta, che non è una risposta verbale, ma una sensazione legata all’esperienza stessa del suonare.

P.P.: In una tua intervista, credo in Francia, hai detto di apprezzare anche il jazz. Mi ha molto colpita il fatto che tu abbia citato Bill Evans, uno dei più importanti pianisti e compositori del mondo jazz che nasce però con una formazione classica. Pensi che mondi musicali diversi possano dialogare e arrivare a toccarsi in qualche modo?

G.G.: Questo contatto secondo me c’è sempre stato. Molta parte del materiale melodico dei compositori del passato era di provenienza popolare, o comunque c’era molto contatto con le melodie popolari, penso a Beethoven, a Brahms, a Rachmaninov. A un certo punto c’è stata una grande separazione tra questi due mondi, ma credo che oggi molti di noi si sentano sempre più liberi di sperimentare.

Mi sembra che non viviamo più in una società estremamente dogmatica, ci sono molti pianisti classici che sono anche ottimi jazzisti, penso a Volodos o a Lucas Debargue, o viceversa vedi Bollani che suona musica del repertorio classico o Keith Jarrett. Rachmaninov venerava Art Tatum e diceva che la sua mano sinistra era un mistero per lui.

Più un artista è curioso e più è facile che accada questo incontro, perché i confini esistono solo per gli stupidi secondo me o per una sorta di comodità culturale.

Non mi piace molto invece che il mercato della musica classica si stia uniformando a quello della musica pop, per ciò che riguarda la pubblicità, l’utilizzo del corpo, soprattutto delle donne. Il  pericolo è che per avere una maggiore audience, anziché tentare di elevare il livello culturale del pubblico si tenda invece ad abbassare il livello culturale del concerto, almeno nella forma in cui si presenta e trasformarlo più in un evento simile al pop. Comprendo la strategia di marketing che c’è dietro e può avere anche un certo senso, secondo me però se diventa tendenza generale è un fenomeno deleterio. L’immagine della musica classica deve liberarsi dalla pesantezza, soprattutto se vuole rivolgersi ai giovani, però deve mantenere sempre, a mio parere, una certa nobiltà d’animo, senza scadere nel cliché del bel direttore d’orchestra o della pianista sessualmente attraente. Sono molto preoccupato da questa tendenza.

P.P.: Dunque come possiamo avvicinare o creare nuovo pubblico secondo te? Come possiamo anche solo far conoscere la musica classica? Le moderne piattaforme digitali possono essere di qualche utilità in questo ambito?

G.G.: Tutto può essere utile se usato con intelligenza. Ad esempio: YouTube è utile? Sì, ma se l’ascolto si limita a due minuti saltando da un video all’altro, allora no. Spotify è utile? Sì, ma se nel bel mezzo di una sonata di Beethoven mi parte la pubblicità la qualità dell’ascolto è compromessa. Il problema della divulgazione dipende molto dal processo educativo, che in ambito musicale è un po’ affidato al caso, soprattutto per quello che riguarda la formazione di base.

Il sistema russo ragiona al contrario: le conoscenze di base devono essere solidissime. In Italia l’educazione musicale è un po’ lasciata al caso spesso. Io che sono in una posizione buona da un certo punto di vista professionale, dovrei investire le mie conoscenze sul territorio, contribuire in maniera attiva all’educazione musicale.

Un buon avviamento allo studio della musica sicuramente creerà persone che saranno molto più interessate anche poi a noi artisti, ai concerti, al mondo musicale in genere.

L’approccio iniziale secondo me deve essere facilmente fruibile.

L’educazione di base è fondamentale e ci vuole anche una sensibilità politica che si prenda cura dell’arte come un neonato, perché l’arte non ha la forza economica di autosostentarsi.

Il bello delle piattaforme è che sono gratuite, offrono a tutti la possibilità di conoscere qualche bella registrazione. L’arte prima era molto più elitaria perché i costi erano molto più alti.

P.P.: Hai parlato di un cd… Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

G.G.: Ho finito ieri di registrare un cd con un bravissimo violoncellista olandese che si chiama Alexander Warenberg. Abbiamo registrato due Sonate del repertorio russo: la Sonata di Shostakovich e la Sonata di Rachmaninov e la registrazione dovrebbe essere pubblicata tra marzo e maggio.

Tra i miei prossimi impegni del 2019, oltre alla Boulez Saal di Berlino, ci saranno alcuni concerti con orchestra in Inghilterra, dove sto suonando molto in seguito al premio dello Young Classical Artists Trust, un recital per il Klavier-Festival Ruhr in Germania, e poi in estate in Francia e in Italia, dove suonerò a Firenze e in Liguria.

 

 

 

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2 COMMENTI

  1. Complimenti a non finire per questa fantastica intervista . Grazie Paola per quello che fai !!
    il Maestro Guarrera mi ha davvero emozionata
    tantissimo. Sono rapita dalla Sua bravura oltre che dalle interpretazioni.
    Un abbraccio con tanta stima
    VS fedelissima
    Giulia Cantelli Sala

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