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Piano Solo – Does what is says on the tin. Il piano solo di Geoff Westley racconta le emozioni

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Piano Solo – Does what is says on the tin. Il piano solo di Geoff Westley racconta le emozioni, 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Piano Solo – Does what is says on the tin. Il piano solo di Geoff Westley racconta le emozioni

Ama definirsi “un ragazzo della classica” Geoff Westley, pianista, compositore, arrangiatore, produttore, che esordisce con un disco in piano solo dopo una lunga e importante carriera nel mondo della musica pop italiana e internazionale.

In Italia lo abbiamo conosciuto per la sua lunga  collaborazione, come arrangiatore e produttore, con artisti italiani del calibro di Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Renato Zero, Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Lucio Dalla, Fabrizio de André, Fiorella Mannoia, Mango, Fabio Concato e molti altri. Nel 2018 e nel 2019 inoltre Geoff Westley è stato voluto da Claudio Baglioni come Direttore Musicale per la 68/a e la 69/a edizione del Festival della Canzone italiana di Sanremo.

Come arrangiatore e direttore ha lavorato con le più importanti orchestre del mondo. Importante anche la sua attività alla direzione musicale dei Bee Gees, che ha accompagnato nei loro tour mondiali per 7 lunghi anni.  Come pianista ed arrangiatore ha collaborato con Carpenters, Peter GabrielPhil CollinsLeo SayerAndrew Lloyd-WebberEverly Bros, Vangelis, Gerry Goldsmith, Hans Zimmer, Marvin Hamlish e Henry Mancini.

Ma andando a ritroso nel tempo scopriamo che Geoff Westley inizia il suo percorso in ambito accademico, infatti ha studiato flauto, pianoforte e composizione presso il Royal College of Music di Londra.

A questo punto della sua carriera Westley torna alle origini e pubblica un disco intitolato Piano Solo – Does what is says on the tin, ovvero un disco in cui fa esattamente quello che c’è scritto sulla lattina (nel nostro caso sulla copertina): suona il pianoforte.

Quattro lunghe tracce che corrispondono ad altrettante improvvisazioni registrate da Westley in estemporanea e poi rivisitate ed editate, persino trascritte per essere eseguite in concerto, che rispondono a un’esigenza espressiva profonda, al desiderio di mettere la sua musica al servizio degli altri. Melodie ampie e cantabili che ci conducono in maniera quasi naturale a un discorso classico, a un certo romanticismo, che narrano una infinita gamma di emozioni. Molte e differenti le atmosfere di questo disco che alterna momenti di forte intensità sonora, in cui le infinite possibilità dello strumento pianoforte vengono esaltate al massimo, ad istanti di essenzialità, in cui il più piccolo suono è come una parola importante che si fissa indelebile nella mente.

Abbiamo raggiunto al telefono Geoff Westley che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

Paola Parri: Questo suo disco in piano solo ha un titolo curioso: Piano Solo – Does what is says on the tin”. Vuole spiegarci questa espressione?

Geoff Westley: Il titolo viene da una pubblicità degli anni Ottanta che voleva indicare l’onestà del prodotto, qualcosa che fa quello che dice di fare. Non fa di più, non fa di meno, fa esattamente quello che dice sulla lattina. Pensando a un titolo, in questo disco ci sono io al pianoforte da solo ed è esattamente quello che faccio. “Geoff Westley – piano solo” è soltanto ciò che il titolo descrive: un disco di piano solo”.

P.P.: Il pianoforte è il suo strumento. Quando e perché ha iniziato? So che lei tra l’altro suona anche il flauto.

G.W.: Il flauto è venuto dopo. I miei genitori quando avevo tre anni si sono separati ed io sono rimasto a casa con mia madre. Quando mia madre mi metteva a letto per rilassarsi iniziava a suonare il pianoforte, quindi io per anni mi sono addormentato ascoltando mia madre suonare valzer di Brahms, musica di Chopin, e mi sono innamorato di questa musica. È un ricordo bellissimo che ho ancora oggi. Dopo un po’ le ho detto che volevo suonare il pianoforte anche io e lei mi ha insegnato qualche esercizio semplice, mi ha insegnato a leggere la musica e ho imparato prima ancora di imparare a leggere le parole, poi mi ha lasciato un libro, che era quello che aveva usato anche lei per imparare. Da solo poco a poco ho suonato tutto il libro e sono andato avanti. Il pianoforte è stato il mio strumento dai quattro anni in poi.

P.P.: Ho ascoltato il suo disco e mi sembra di percepire che il suo ambiente naturale, anche se lei ha lavorato in altri contesti, sia quello della musica classica. C’è l’attacco del suo primo brano che immediatamente rimanda a Chopin. Mi sbaglio?

G.W.: Esatto. Le prime due misure infatti sono quelle della Fantasia- Improvviso di Chopin e per questo ho intitolato il pezzo “Impromptu”, perché non volevo che qualcuno mi dicesse che avevo preso quel movimento da Chopin. È un mio omaggio a Chopin quello con cui inizio il pezzo per seguire poi la mia melodia. In realtà sono sempre stato un “ragazzo della classica” e fino all’adolescenza ho rifiutato di ascoltare anche una sola nota della musica pop che consideravo poco valida. Quello che mi ha fatto cambiare idea è stata la scoperta dei Beatles, ma in fondo resto sempre un “ragazzo della classica”.

P.P.: Quali sono i compositori classici che ha più amato ed ama?

G.W.: Amo il periodo dal 1880 in poi, l’ultima parte del XIX secolo e l’inizio del XX. Amavo molto suonare Chopin, Rachmaninov, ma anche Grieg, bellissime composizioni per pianoforte ed è questo periodo che mi ha affascinato di più.

P.P.: Tornando al suo disco. Sono 4 lunghe tracce con diverse sezioni. Sono tutte improvvisazioni, come sono nate?

G.W.: Queste improvvisazioni sono nate mentre ero a casa a scrivere arrangiamenti orchestrali. Ho passato mesi a scrivere per un grande progetto e ad ogni pausa mi sono divertito a suonare il pianoforte, a inventare, a improvvisare. Sono improvvisazioni che nascono davvero dal nulla, non sono state preparate prima, e ho iniziato a registrarle pensando all’eventualità che ne venisse fuori qualcosa di interessante. Poi ho scelto le improvvisazioni e quelle selezionate le ho trascritte, trasformate in musica scritta, cosa che mi ha permesso di vedere davvero cosa avevo fatto, decidere cosa tagliare, evitare gli errori e così via. Sono nate come improvvisazioni dunque, forse con errori e con qualche vicolo cieco, ma quello che lei sente nel disco alla fine sono brani classici, nel senso che, ogni volta che li suono, suono esattamente la stessa cosa. Ho imparato tutto a memoria per fare i concerti senza il bisogno di leggere la musica.

P.P.: C’è un trionfo della melodia in questi pezzi musicali, una scelta sorprendente in un’epoca  in cui molta della musica nuova sperimenta silenzi, esplora contaminazioni con l’elettronica.

G.W.: Io lamento l’arrivo del computer nella musica, e soprattutto del click. Oggi c’è una generazione che non considera sia possibile suonare musica senza un click. Non naturalmente nel mondo classico, ma nel mondo del pop molti pensano che una musica debba avere un determinato beat, un tempo preciso, fisso, che non è mai flessibile, ma questo fa perdere l’idea stessa della musica che ti tocca il cuore. Io vengo da un’epoca diversa. I primi dischi che ho fatto con Battisti o con Baglioni non avevamo un click o un computer, avevamo i musicisti in studio e, come accade per i musicisti classici, abbiamo fatto prove e prove e prove… finché non era perfetto e poi abbiamo registrato, ma sempre con questa flessibilità nel tempo. Mi dispiace molto che questa idea si sia persa.

P.P.: Lei ha lavorato molto con i grandi della musica italiana, come arrangiatore, come direttore musicale. Mi viene in mente Lucio Battisti e Claudio Baglioni, solo per fare due nomi. Anche in ambito internazionale (Peter Gabriel, Phil Collins) Non solo è stato direttore musicale dei grandissimi Bee Gees. Direttore musicale del Festival di Sanremo. Perché fare un disco in piano solo?

G.W.: Ho sempre suonato il pianoforte, è sempre stato il mio strumento preferito e ho sempre creato al pianoforte, anche se non ho fatto uscire niente. Adesso ho deciso che era il momento di fare musica mia e soddisfare questo desiderio che ho dentro di dire cose mie. In futuro sentirà più cose mie, di me che metto la mia musica al servizio di altri.

P.P.: L’esperienza del concerto in piano solo è sempre molto particolare per un pianista. Come la racconterebbe?

G.W.: Ho fatto un concerto a Roma un paio di settimane fa per lanciare questo progetto ed era la prima volta, dopo tanti anni, che mi presentavo da solo sul palco al pianoforte, quindi ero un po’ nervoso, ma mi ero preparato bene quindi tutto è andato bene e adesso mi sento molto più a mio agio nel caso io debba rifarlo e spero che ci siano molte altre serate come quella, anzi ci stiamo lavorando proprio in questo periodo. Ho sempre amato molto la musica per piano solo, anche quando ascolto pianisti tipo Petrucciani o Keith Jarrett preferisco ascoltare i loro dischi in piano solo e meno quelli in trio. Trovo più affascinante il lavoro che fanno sul piano solo.

P.P.: In fondo il pianoforte è un po’ come un’orchestra, ha dentro tante voci e soprattutto tante voci diverse…

G.W.: Il pianoforte è uno dei grandi strumenti del mondo musicale. Per me un grande strumento è uno strumento che può esprimere tutte le emozioni. Un flauto, e io ero un flautista, fa molto bene quello che fa un flauto, ma se ad esempio vuoi esprimere la rabbia non puoi farlo. I grandi strumenti sono in grado di esprimere qualsiasi emozione. Per me sono il pianoforte, il violino, il violoncello, la voce umana e adesso la chitarra elettrica, ma nelle mani giuste!

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