Home Articoli Francesco Cavestri, Early 17. L’improvvisazione nasce da un istinto naturale

Francesco Cavestri, Early 17. L’improvvisazione nasce da un istinto naturale

0

Un’intersezione di linguaggi, un dialogo aperto tra codici linguistico-musicali di differente provenienza, una strepitosa vena compositiva sono gli ingredienti di “Early 17”, album d’esordio del pianista bolognese Francesco Cavestri, classe 2003. Una materia musicale che il pianista porta in studio con il suo trio composto da Max Turone al contrabbasso e Roberto “Red” Rossi alla batteria, nove tracce a cui non hanno saputo resistere nemmeno il grande Fabrizio Bosso che fa la sua apparizione in due pezzi del disco alla tromba e la cantante Silvia Donati che sigla la sua partecipazione in Letter To A Lover.

Francesco Cavestri porta aria nuova e fresca sulla scena jazz interpretando la più contemporanea delle suggestioni, quella della commistione che non conosce limiti o barriere. Ed ecco che nelle articolate strutture delle sue composizioni fanno capolino hip-hop, soul e R&B, tributi a influenti esponenti di quel macrocosmo di artisti che hanno fatto della giustapposizione, della ricerca in ambiti differenti il loro manifesto di estetica e poetica, personaggi come il producer J Dilla pioniere dell’hip-hop, o chick Corea, Herbie Hancock e Robert Glasper.

Francesco Cavestri mette insieme questi elementi e li riconduce a una sostanziale personale unitarietà stilistica che vive del principio della varietà di suoni, voci, timbri e così, mentre le atmosfere mutano costantemente, laddove niente è scontato, sentiamo comunque di entrare nel mondo e nella personalità di un artista con le idee ben chiare e un progetto musicale massimamente moderno in cui esprimere pienamente un felice impulso creativo.

Ne abbiamo parlato con Francesco Cavestri in questa intervista.

Paola Parri: Cominciamo dal titolo: Early 17. Come mai hai scelto proprio questo titolo?

Francesco Cavestri: Il titolo ha un doppio significato e ha un’origine molto precisa, perché trae ispirazione da un album di Kanye West, che mi piace citare perché le mie sono influenze sono molte. Il secondo album di Kanye West si intitola Late Registration, ovvero “registrazione tardiva”, e ho scelto di riprendere quell’elemento identificandolo nel mio caso, perché avevo composto il disco a diciassette anni, un’età precoce, soprattutto per il jazz, per registrare un album, e dunque volevo riprendere in modo ironico questo concetto identificandolo come early e poi mi piaceva anche da un punto di vista grafico accostargli l’età in cui l’ho composto, 17 anni. Da lì poi è nata l’idea del titolo, che per me rappresenta anche un invito ai giovani ad avvicinarsi a questo genere che è poco conosciuto, quando in realtà noi giovani ascoltiamo l’R&B l’hip hop, il rap, il soul, insomma tutti generi che sono figli del jazz. Nel mio disco ci sono molte citazioni dal mondo del l’ R&B, dell’hip hop. Penso banalmente alla prima traccia, che è Intro/Salute to Dilla. Un tributo a J Dilla, che è stato un grandissimo produttore negli anni Novanta di hip hop e R&B e per me questo è un invito ad ascoltare questa musica che in qualche modo deriva tutta dal jazz. Ci sono poi tanti casi, per quanto riguarda il pianoforte nello specifico, nell’hip hop di sample che hanno ripreso proprio testualmente delle citazioni dal mondo del jazz.

Il jazz è un genere in continua evoluzione. Penso a Herbie Hancock, ad esempio, un innovatore che ha sempre cercato nuove sonorità, nuovi gruppi con cui collaborare, nuovi impulsi creativi e questo è un elemento che volevo rendere nel mio disco.

P.P.: In questo disco ospiti due artisti importanti: Fabrizio Bosso in due tracce e Silvia Donati in un’altra. Come hai conosciuto Fabrizio Bosso e come è nata la vostra collaborazione a questo progetto?

F.C.: Ho visto Bosso per la prima volta quando avevo quattordici anni. Stava tenendo un concerto all’Arena del Sole a Bologna in onore di Duke Ellington ed era con il Paolo Silvestri Ensemble. Io all’epoca ero decisamente un bambino ancora e lo ammiravo già moltissimo. Poi l’ho rivisto al Bravo Caffè, dunque in un contesto più familiare ed intimo, e in quell’occasione mi sono presentato e ci siamo scambiati i contatti. Stavo scrivendo dei pezzi in quel periodo e quindi gli ho parlato di quello che facevo. Lui si è dimostrato subito molto disponibile, una persona generosa. Quando ho scritto i pezzi del mio disco c’erano due brani in cui proprio ci vedevo benissimo una sua collaborazione, uno strumento solista che andasse a giocare con queste armonie anche complesse, perché uno dei due pezzi è una ballad dal sound tradizionale che ha però dei movimenti armonici che non sono tradizionali nella storia del jazz. A Massimo Tagliata, che è il produttore del disco e ha lavorato con me a tutte le tracce aveva già lavorato con Fabrizio Bosso, avevo detto che avrei desiderato lavorare con Bosso e quindi ci siamo messi in contatto. A Bosso i pezzi sono piaciuti subito e infatti mi ha mandato un vocale dicendomi testualmente “le tracce sono bellissime, ma sono difficili!”. Questa cosa mi ha colpito molto perché è venuta da un grande artista come lui. Chiaramente poi ha fatto cose bellissime in quelle due tracce, sono venuti fuori due lavori meravigliosi! Abbiamo anche realizzato insieme a Roma il videoclip di In the Way of Silence.

P.P.: Il disco è molto vario, varie sono le atmosfere, i colori, le sonorità. Tutte le tracce sono tue. Come hai lavorato a queste tracce, hai una sorta di metodologia fissa nella composizione?

F.C.: Per quanto riguarda il disco era un po’ di tempo che avevo in mente di andare in studio e registrare le mie idee, di dare un ordine in qualche modo a quello che facevo e avevo già buttato giù diverse cose a cui desideravo dare un filo unitario. Questo ordine è arrivato con il primo lockdown, un lungo periodo che mi ha permesso stare di più con me stesso, un tempo che mi ha permesso di scavare dentro e tirare fuori delle emozioni, ma anche di trovare un ordine ai brani, a formalizzare la composizione del disco. I

l primo brano che è nato è FINALLY GOT SOMETHING, che è il quinto pezzo nella scaletta. La posizione centrale nell’album ha un valore perché tradotto in italiano il titolo significa “finalmente ho trovato qualcosa”, che in inglese ho scritto tutto maiuscolo, perché corrisponde a una sorta di grido liberatorio che esprime la gioia di aver trovato un punto di partenza da cui iniziare a costruire un progetto. Gli altri pezzi sono venuti in maniera molto naturale. In quei giorni mi sedevo al piano, suonavo una melodia e poi gli accordi venivano in maniera quasi spontanea. Ieri, in occasione di una conferenza che ho tenuto in una scuola, una ragazza che studia l’arpa al Conservatorio mi ha fatto una domanda simile e le ho risposto di prendere l’arpa e di non pensare a nulla, di liberare la mente da tutto, perché se mi fossi seduto al piano dicendo a me stesso di dover comporre qualcosa con troppe indicazioni forse ci avrei messo moltissimo tempo e non so se sarei riuscito a farlo. Invece il fatto di liberare la mente e sedermi al piano per suonare quello che sentivo dentro mi ha permesso di scrivere nove pezzi e registrarli. 

P.P.: Dalla dimensione intima e privata della composizione alla registrazione in studio credo che certamente questi pezzi siano cambiati in qualche modo. Quanto c’è di improvvisato in studio?

F.C.: Tantissimo! Sono entrato in studio con sei o sette pezzi per i quali avevo esattamente in mente cosa volevo fare, tutti gli altri sono nati in studio, come STREAMS, ultimo pezzo del disco. Tu prima parlavi di un disco dai differenti mood ed è vero. STREAMS è un brano molto evanescente, rarefatto nelle atmosfere che si differenzia da pezzi più ritmati, a significare tutte le diverse suggestioni che volevo far confluire in. Il titolo significa “flussi”. Un giorno ero con Massimo Tagliata nello studio dove stavamo registrando altre tracce, cercavamo dei suoni per produrre altre tracce e mi sono imbattuto in quel suono e da là è nato il pezzo. Anche per il brano in cui appare la cantante Silvia Donati io avevo in mente quel minuto e mezzo e cosa volevo farci, poi la sezione che viene dopo, in 7/4, molto più ritmata, è stata unita alla prima, ma in realtà doveva essere tutto un altro brano, quindi è stata messa insieme alla parte finale dove si crea un tappeto sonoro di strumenti elettronici su cui poi abbiamo registrato la voce, una voce narrante una sorta di poesia sulla musica. Un mio amico che ci stava ascoltando a distanza ha scritto due parole che abbiamo registrato e inserito. Quindi collaborazioni nate anche sul momento, anche con non musicisti. Secondo me avventurarsi in un progetto con le idee troppo chiare sin da subito è limitante in un certo senso, in questo caso per me è stato molto bello lasciarmi trasportare da quello che sentivo in quel momento e anche dal caso.

 P.P.: Che cos’è per te l’improvvisazione?

F.C.: Io ho iniziato a suonare il pianoforte a sei anni, mi sono formato inizialmente come pianista classico, ho approfondito questo ambito con tomi di Bach, Schumann, però contemporaneamente, oltre a crearmi questo bagaglio necessario, approfondivo anche altro suonando i classici del pop, del rock. Sulle melodie di questi pezzi improvvisavo e dunque ho sviluppato una componente improvvisativa molto forte. Chiaramente quando entri nel mondo del jazz trovi un linguaggio che è tutto da scoprire e da studiare in profondità. Studiare è importantissimo, ma, per rispondere alla tua domanda, l’improvvisazione per me deve nascere da un istinto naturale, è difficile svilupparla se non ne senti la necessità né l’intenzione. Dunque non è qualcosa che puoi imparare solo con lo studio, deve nascere da un istinto, da un sentimento e poi essere raffinata da uno studio metodico e serio.

P.P.: Hai iniziato giovanissimo, con l’ammissione al Conservatorio quando eri poco più che un bambino. Perché hai scelto proprio il pianoforte? Cosa rappresenta per te?

F.C.: In realtà il pianoforte non è stato un bisogno che sentivo. Mi piaceva la musica, in casa mia se ne ascoltava molta e il pianoforte è stata una proposta di mia madre. Quindi ho iniziato a prendere lezioni privatamente, ma da piccolo ero restio, a sei anni volevo fare il calciatore. Meno male che ho cambiato rotta all’inizio delle scuole medie. Sono stato travolto dalla bellezza della musica e di questo strumento. Al primo anno di Conservatorio, quando contemporaneamente frequentavo la terza liceo, mi sono reso conto di come concetti armonici che risultavano complessi per altri strumenti per me che li immaginavo al pianoforte risultassero facilmente comprensibili. Per me il pianoforte è lo strumento più completo con cui si possa avere a che fare, ti apre a una visione della musica a 360 gradi, tu aiuta a fare tutto. Attraverso il pianoforte puoi arrivare a capire la musica da una prospettiva più globale.

 P.P.: Chi sono gli artisti che più ti hanno ispirato e ti ispirano?

F.C.: Moltissimi! Dal punto di vista pianistico non posso non citare sicuramente Bill Evans, che è quello che per primo ha siglato il mio passaggio dalla musica pop e rock all’amore per il jazz. Quando ho sentito Bill Evans sono stato travolto dalla sua meraviglia, dalla sua eleganza. Tra gli altri ho apprezzato tantissimo Chick Corea, Herbie Hancock e poi, ancora più moderno, Robert Glasper, sia nelle sue prime cose che nelle successive contaminazioni con altri generi che continua a portare avanti. Con Miles Davis e Herbie Hancock, Glasper è uno di quegli artisti che per me hanno sempre cercato di portare la musica un po’ più avanti, verso orizzonti nuovi. Nell’ultimo periodo mi sono anche appassionato molto alla musica elettronica

P.P.: Hai studiato anche in America. Secondo te è una tappa obbligata per chi studia il jazz?

F.C.: Secondo me in generale no, perché quando si parla di musica o di arte in generale credo non ci sia nulla di obbligato. In realtà dipende molto da ciò che si cerca e si vuole fare e chi si è. Per me è stata una tappa obbligata perché io cerco sempre di sperimentare e di non fermarmi su uno specifico genere, ma di attingere anche a tutti quei linguaggi che sono figli del jazz e in America questa sperimentazione è molto più all’ordine del giorno. In Italia viviamo secondo me ancora una forte separazione, mentre in America la contaminazione è una cosa quasi normale. Io in America volevo proprio vedere come funziona questo processo e là ho conosciuto anche musicisti con cui molto probabilmente avvierò anche delle collaborazioni a breve. Per quanto riguarda la didattica del piano jazz invece non ho trovato sostanziali differenze tra l’America e l’Italia dove si studia molto bene.

P.P.: Un progetto e un sogno.

F.C.: Ho già scritto altre cose e spero di tornare in studio molto presto. Spero di tornare da Massimo Tagliata, con cui mi sono trovato molto bene perché ha questo approccio “americano”, mi permette di viaggiare tra i generi e di trovare sempre sonorità nuove. Credo di voler continuare in questa direzione mantenendo sempre al centro il pianismo jazz comunque. Un sogno per me è continuare e approfondire il discorso collaborazioni, la collaborazione in sé è uno degli aspetti più affascinanti della musica perché si tratta di far capire a un altro quello che vuoi comunicare ma lasciare che l’altro inserisca nel tuo progetto qualcosa

Pianosolo consiglia

Articolo precedenteSuonare il Pianoforte Senza Conoscere la Musica
Articolo successivoIl giro armonico epico al pianoforte

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here