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Filippismo. La colonna sonora senza film di Claudio Filippini

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Una colonna sonora senza film, così il pianista e compositore Claudio Filippini definisce il suo ultimo lavoro in studio intitolato Filippismo che esce per la Sun Village Records. Nove tracce autografe a firma dell’artista e uno standard, Lush Life, per un lavoro che, in pieno “stile Filippini” (o Filippismo, appunto, faremmo meglio a dire) ci regala un ascolto davvero entusiasmante. Uno stile mai scontato che nel tempo ha fatto della ricerca sonora il suo tratto distintivo e che porta il vecchio e caro jazz nel mondo del contemporaneo attraverso ampi e vasti movimenti attraverso i territori sconfinati dei più disparati linguaggi musicali. Dalla classica al pianismo jazz, dall’elettronica a un sound sinfonico, attraversiamo il vasto e mutevole universo delle esperienze musicali di Claudio Filippini sorprendendoci ogni volta un po’ per le soluzioni sonore originalissime, per le  invenzioni che l’inesauribile curiosità e creatività di questo artista trasportano dal mondo dell’immaginazione a quello dell’ascolto. Ed ecco che su questa colonna sonora il film si fa da solo, perché in fondo i protagonisti siamo tutti noi.

Abbiamo intervistato Claudio Filippini a proposito del suo Filippismo.

Paola Parri: Filippismo è il titolo del tuo recente lavoro Cos’è? Un mood, uno stile di vita, uno stile musicale?

Claudio Filippini: Non lo so, lascio alla libera interpretazione. È un nomignolo che mi è stato dato già da un po’ di tempo e mi ci sono affezionato. Lo associo forse alla parte un po’ più folle e istintiva di me. C’è un po’ di “filippismo” in ognuno di noi credo, o almeno lo spero. Simboleggia per me questo volersi lasciar andare senza troppe barriere. Ho voluto fare questo disco cercando di mettere in mostra certi lati me che talvolta ho tenuto nascosti.

P.P.: Immediatamente salta all’orecchio un diverso sound, una nuova concezione che oserei definire orchestrale, già dalla Ouverture che apre il disco. Per un attimo mi hai fatto pensare al Bill Evans di Symbiosis con Claus Ogerman. Poi, nei 9 pezzi che hai composto per questo lavoro fai qualcosa di straordinario includendo nel tuo suono una gamma infinita di linguaggi e di sonorità musicali: dall’approccio “classico” a quello jazzistico, dall’elettronica ad appunto un sound sinfonico. Vuoi parlarci del processo creativo che ha portato a Filippismo? Cioè: come ti è venuta l’idea?

C.F.: Questa idea mi è venuta perché fondamentalmente volevo produrre un disco, cioè scriverlo, scrivere un’opera dall’inizio alla fine, facendo dunque qualcosa di diverso rispetto a quanto ho fatto fino ad ora. Spesso quando si realizza un progetto si va in studio, si registra in tre giorni, si mixa ed è fatta. In questo caso invece volevo creare qualcosa di più pianificato e organizzato che mi esprimesse pienamente, utilizzando, come hai detto anche tu, diversi linguaggi, o comunque tutto ciò che in qualche modo mi descrive. Quindi è un disco che nasce più che altro nel mio studio ed è forse quello che finora mi ha impegnato direi totalmente, dalla ideazione dei brani alla realizzazione pratica. L’idea è stata quella di scrivere la colonna sonora di un film senza film.

P.P.: Comunque nei tuoi pezzi sono tante le immagini che vediamo scorrere, proprio come fosse un film…

C.F.: Ho avuto moltissime idee quando ho cominciato a lavorare a Filippismo. Originariamente avevo scritto una settantina di brani tra i quali ho poi ho selezionato quelli che per me più significativi, quelli che mi emozionavano di più.

P.P.: Nel disco hai manipolato i pezzi con dei synth, con l’elettronica, un processo non nuovo nella tua musica. Qual è nella tua sensibilità l’elemento espressivo che queste manipolazioni portano all’economia dei pezzi soprattutto se accostate alla timbrica del pianoforte?

C.F.: Io parto sempre da un suono che mi colpisce. Da questo suono poi nascono altre idee, una dopo l’altra.

P.P.: Un approccio visionario, ma che si configura anche molto terreno proprio nella varietà dei registri che sentiamo nelle 9 tracce. Potresti definire Filippismo il tuo disco della maturità? Proseguirai in questa direzione? Data la nota curiosità che ti contraddistingue cosa dobbiamo aspettarci?

C.F.: Non lo so. Sicuramente ogni disco riflette un determinato momento della mia biografia personale ed artistica, il punto in cui mi trovo adesso, ma non mi precludo altre sperimentazioni, altri giochi con questi suoni. Tra l’altro posso dare una piccola anticipazione. Quando ho registrato Filippismo mi sono chiesto come avrei potuto portare questa musica sul palco, dal vivo, e ho trovato una risposta nel rifare il disco ex novo, una nuova produzione e una nuova band. Nel disco ci sono Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo al basso e batteria, ma avevo bisogno di un ulteriore supporto e quini ho convocato Gianluca Di Ienno che suona il Fender Rhodes, il Prophet che è una tastiera analogica e altri sintetizzatori e che si occupa di tutta la parte orchestrale ed elettronica, poi c’è Filippo Bubbico che suona la chitarra, canta e usa il Moog come basso, Federico Malaman al basso elettrico e Olavi Louhivuori, con cui ho fatto i dischi con Palle Daniellson alla batteria. Abbiamo realizzato una produzione dopo una settimana di prove in studio e quindi prossimamente pubblicheremo questo disco live che conterrà non solo i pezzi di Filippismo ma anche una selezione di miei pezzi. Una sorta di viaggio nella mia musica nel tempo ma con questo nuovo gruppo e un modo molto sperimentale, elettronico, ma anche con molto groove.

P.P.: Accanto a te nel progetto i tuoi compagni di viaggio da molti anni, i componenti il tuo trio storico: Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo, ma anche Carolina Bubbico che presta la sua voce a uno standard, l’unico, molto amato: Lush Life, e Filippo Bubbico alla batteria in Fotografia, ma anche curatore del mix e del master. Per curiosità: perché proprio questo standard?

C.F.: La traccia di Lush Life sul disco è in realtà una manipolazione di una versione standard del pezzo, pianoforte e voce. Qualche anno fa feci un concerto in duo con Carolina Bubbico, una cantante fantastica, musicista e arrangiatrice straordinaria, e registrammo questa versione del pezzo. Durante la fase di realizzazione del disco avevo bisogno di un momento di apertura, di spazio, e provai quindi a inserire in scaletta questa versione dello standard così come l’avevamo registrata, pianoforte e voce, però poi, passato un po’ di tempo, riascoltando il disco mi è sembrato che spezzasse un po’ troppo rispetto alla pienezza del disco. Quindi ho ripreso la versione in duo e l’ho manipolata, ho fatto delle sovraincisioni, ho aggiunto basso e batteria ottenendo una sorta di remix.

P.P.: Il disco esce per la Sun Village Records…

C.F.: Il disco come ti dicevo l’ho realizzato nel mio studio e Filppo Bubbico, che è anche un grandissimo tecnico del suono, così per gioco all’inizio ha missato alcuni pezzi per me, perché io avessi un’idea del risultato finale. Io sono un produttore, ma ho dei limiti dal punto di vista tecnico, mentre Filippo fa questo di lavoro, quindi ha missato e masterizzato queste tracce che gli ho mandato portando il suono a un livello superiore. Visto che Filippo, Carolina e Irene Scardia hanno fondato questa etichetta, la Sun Village Records, e lavorano molto bene, gli ho proposto questa produzione e poi è uscito il disco.

P.P.: Veniamo fuori da un periodo molto duro per il mondo della musica e delle arti dal vivo in genere. Come hai gestito questo biennio? In qualche modo si può dire che uno dei suoi aspetti positivi sia stato un certo stimolo alla creatività?

C.F.: Ho vissuto questa fase un po’ come tutti. Il primo lockdown l’ho trascorso più o meno serenamente, ho rallentato, ho ritrovato un mio ritmo, ho preso tempo per me, per la composizione, per lo studio. Ho studiato davvero moltissimo in quei giorni, sono arrivato a sedere al pianoforte anche 9 ore al giorno, cosa che non ho fatto nemmeno per l’ottavo di pianoforte! Questo è quanto ho fatto sul versante professionale e artistico, ma dal punto di vista umano è stato terribile. Sono stato lontano da mia figlia a lungo e questo non era mai successo. Comunque da tutto questo cerco di trarre insegnamento e di fare nel mio piccolo del mio meglio. Questo disco un po’ l’ho concepito anche durante la pandemia, quindi questo isolamento forzato mi ha portato a fare di necessità virtù come si dice. È stato difficile per tutti, ma sono stato fortunato, perché io e le persone che mi sono vicine ne siamo usciti indenni.

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