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Embracing the future. Il piano solo di Simone Graziano ha un suono nuovo

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Il suono non è soltanto vibrazione, elemento fisico, onda, flusso. Il suono è molto di più. Il suono è emotività, traduzione di una visione del mondo e delle cose, voce nitidamente percepibile di moti interiori, cifra stilistica peculiare di chi attraverso di esso forgia il proprio linguaggio, soprattutto per un musicista che in un costante percorso di ricerca veicola proprio nel suono il portato espressivo della sua arte.

È come un vocabolario di parole nuove il suono che Simone Graziano cerca, trova e porta alla luce in Embracing the future. Simone Graziano siede al pianoforte, in solitudine, ma quello che sentiamo è qualcosa di profondamente diverso dalla voce dello strumento acustico che siamo abituati a riconoscere. È una voce che sembra emergere da profondità oceaniche, una sorta di richiamo ancestrale che ristabilisce una connessione intima e profonda con noi stessi. E non è un caso che le dieci tracce di questo lavoro pubblicato da Auand Records ci facciano proprio questo effetto. La loro genesi nella scrittura di Simone Graziano è profondamente legata al nostro tempo, al vissuto contemporaneo che da un paio di anni, nella negazione del “fuori”, della relazione con l’esterno, ci costringe a guardarci dentro sempre più a lungo e con maggiore cura.

Il piano solo di Simone Graziano, originariamente concepito e registrato in studio su uno Steinway&Sons, ha trovato poi una nuova strada attraverso cui esprimersi. E sono le pareti  di casa, lo strumento a cui l’artista quotidianamente affida il proprio pensiero, uno Yamaha C3 che, all’inizio del secondo lockdown accoglie questa musica e ce la restituisce con un suono letteralmente inaudito. Il pianista ci getta dentro il suo telefono, preme il tasto della registrazione e chiude il coperchio, violenta quel suono che siamo abituati a sentire mettendo tra le corde del piano dai filtri delle sigarette alle gomme da cancellare alla carta igienica disegnata dalla figlia.

E così quel nuovo suono, scoperto forse per caso, sconosciuto, destabilizzante per il pianista e per chi ascolta, diventa metafora del nuovo mondo che questi recenti eventi ci hanno presentato, della necessità per tutti noi di ripensare il nostro modo di guardare alle cose, di vivere, magari cercando e trovando bellezza anche in ciò che non avremmo mai nemmeno immaginato.

La scrittura di Simone Graziano si fa essenziale, tesa a valorizzare proprio la profondità del suono creato, ciclica quando occorre, attenta nella cura della cifra melodica, estremamente dinamica nelle strutture ritmiche, prolifica da un punto di vista sonoro, toccante. Dentro c’è tutta l’esperienza e lo studio di questo artista: dalla musica jazz alla classica all’improvvisazione.

Il disco apre con ‘When the party’s over’ di Billie Eilish, magnificamente resa da Graziano con la delicatezza dovuta. Il pezzo pone in un certo senso il punto sull’atmosfera generale di Embracing the future, un senso di galleggiamento, una sospensione che scalpita per trovare una via di fuga (Damn Spring), che ripiega su se stessa nella grazia che evoca la gioia infantile (Dora et Les Adieux, Tancredi), che si protende con slancio in avanti in quella dimensione onirica di un altrove inesplorato. Nell’oscurità non manchiamo di intravedere finestre di luce che sono speranza, sono il futuro stesso citato nel titolo dell’album, quello che dobbiamo donare a chi verrà dopo di noi, o quello di chi già c’è e ha davanti una lunga strada.

Un’altra particolarità del lavoro oltre alla modificazione dello strumento, sta nella ripresa del suono che è stata fatto utilizzando due soli microfoni omni inseriti dentro la tastiera del pianoforte quasi a contatto con la martelliera: l’effetto che si sviluppa è che l’ascoltatore ha la sensazione di stare con la testa dentro lo strumento e di percepirne ogni dettaglio, dal rilascio del tasto, alla falange che prende la tastiera, allo scricchiolio del panchetto, al suono del pedale quando viene premuto. Lo straordinario effetto finale è dovuto anche al sapiente lavoro di mixing di Francesco Ponticelli presso il Cicaleto Recording Studio e del mastering di Stefano Bechini.

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