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È il suono la cura. Cesare Picco e The Last Gate

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Che suono ha l’aria? Si può rappresentare con un suono lo spazio, l’etere? Il pianista e compositore Cesare Picco prova a farlo con The Last gate, il suo recente lavoro in studio pubblicato per i tipi della Decca.

L’artista prosegue così il suo personale percorso di ricerca mantenendo al centro il suono nella sua valenza fortemente espressiva e lo fa con undici tracce in cui la sperimentazione sonora nasce dall’incontro folgorante con uno strumento che raramente ci capita di ascoltare: l’harmonium. Cesare Picco ne valorizza le infinite potenzialità timbriche e coloristiche assegnandogli il compito di dialogare con il pianoforte e creando brani in cui echi e risonanze arrivano a narrare ogni elemento dello spazio a noi circostante, compresa l’inafferrabile aria. Accanto a Cesare Picco in alcuni brani il violoncello di Leonardo Sapere, altra voce che sapientemente traccia trame sonore a descrivere il mondo intorno a noi e quello spazio infinito dentro di noi.

Spettatori muti e spesso inerti di una generale decadenza, ammalati di inedia e malinconia, noi, uomini e donne di questo tempo, come possiamo guarire? È il suono la cura. Questo ci dice Cesare Picco in The Last Gate. Attraverso il suono affrontiamo le nostre paure, oltrepassiamo l’ultimo cancello. Il momento è ora e possiamo farlo solo grazie alla musica, all’arte, alla letteratura e a tutto ciò che ci tocca nel profondo.

Cesare Picco ci racconta The Last Gate in questa intervista.

Le fotografie sono di Matteo Girola.

Paola Parri: The Last Gate è il titolo del tuo ultimo lavoro in studio. Puoi raccontarci la genesi di questa musica?

Cesare Picco: Questa musica è nata nella mia testa da un incontro folgorante con l’armonium, uno strumento che tutti conosciamo, ma che in qualche modo è stato poi relegato nelle soffitte. Come sai io mi sento un po’ tenutario della missione di recuperare questi strumenti. L’ho fatto con il clavicordo anni fa, strumento ancora più sconosciuto, e ora l’ho fatto con l’harmonium. L’harmonium ha avuto il suo momento di gloria fino agli Settanta e poi è stato amabilmente soppiantato da un giorno all’altro dall’arrivo delle tastiere elettroniche. Quindi ha fatto il suo sporco lavoro nelle scuole di musica, nelle chiese, negli oratori per poi essere abbandonato. Ho incontrato l’harmonium alla Casa degli Artisti di Milano, dove ero in residenza insieme a Taketo Gohara per un altro progetto, e approcciando questo strumento subito è scattato qualcosa di molto importante dentro di me.

Mi sono reso conto che l’elemento “aria” non viene preso in considerazione nella nostra produzione del suono, se non in sporadiche situazioni. L’armonium ti consente di essere un pianista, di continuare cioè a tenere fisicamente il nostro modo di suonare, ma agendo direttamente sui pedali, usando dunque l’aria per produrre il suono, il gioco diventa straordinariamente diverso e altro. Ho capito quanto si possa dipingere, modulare il suono nella sua durata, nel suo colore, cosa che al pianoforte non è concessa. Questo elemento è stato il colpo di fulmine, che poi si è tramutato nella comprensione della possibilità offerta da questo strumento di creare territori orizzontali, paesaggi sonori molto ampi. Su questo magma sonoro, che più sperimentavo e più si faceva potente ed entusiasmante perché dentro ci puoi sentire a tratti cori, voci, orchestre, è una sorta di volano in tempo reale di suoni e armonici che si creano e si mettono in moto, una dinamo. Successivamente, quando ho messo le mani sul pianoforte, con questi tappeti sonori l’amore è diventato definitivo. La strada era proprio quella di immergere il mio suono, il mio pianoforte in questo liquido amniotico. Quando ho riunito tutto il materiale, al di là della predisposizione della tracklist, mi sono reso conto che se vogliamo questo è un album sull’etere e che questo è il quinto elemento che ho trovato. È come se avessi trovato modo di dare un suono all’etere, a tutto ciò che ci circonda, o per lo meno ho cercato di dare suono allo spazio

Cesare Picco_Ph Matteo Girola

P.P.: Il suono è elemento fisico, ma non solo, è rappresentazione ed espressione anche interiore. Sto pensando a brani come Angels, ad esempio, dove all’ascolto mi sembra di sentire il suono degli oceani, ma allo stesso tempo mi suona come una preghiera, un momento di meditazione profonda. In che modo hai messo in collegamento pianoforte e armonium a creare questo suono così totale, ma anche naturale e decisamente inconsueto?

C.P.: La composizione dei brani è stata abbastanza veloce. Il brano che hai citato, Angels, che è stato uno dei primi, è nato come un’improvvisazione su cui poi è arrivato tutto il resto. Se ci fai caso senti delle voci nel pezzo. Quella è la mia voce, cosa che mai avrei pensato di fare, ma che ho sentito di dover fare, unire, in assoluta libertà e piena consapevolezza, un mio canto interiore, che poi si è tramutato in vocalizzi molto lontani, al suono dell’armonium. In generale poi tutto è venuto in maniera molto veloce, ho agito da compositore in tempo reale.

La traccia che dà il titolo all’album è illuminante sul processo che ha dato vita all’album. Ho registrato prima di tutto l’armonium, quindi pensando in tempo reale a una forma, a un’onda, una sorta di orizzonte. Il passo successivo è stata la registrazione del pianoforte. Quello che si sente è quello che mi è venuto in quel momento. In un secondo momento, ritrascrivendo tutto, ho trovato una logica di composizione per me molto significativa e importante. Il mio linguaggio oggi è molto più secco. Sicuramente questo è l’album meno pianistico che ho fatto, cosa che non mi interessava fare.

Quindi i brani sono venuti fuori in maniera molto naturale e naturale è stato chiamare gli archi di Leonardo Sapere, con il violoncello. Già nel mio precedente lavoro, Alchemy, avevo visto che questo suo suono andava ancora di più ad arricchire il mio modo di agire sulle frequenze. Ho cercato poi di trovare delle combinazioni varie: c’è un brano di piano solo, brani con gli archi.

P.P.: Cos’è “The Last Gate” che dà il titolo questo tuo lavoro?

C.P.: Sono un musicista che, come altri, guarda attentamente ciò che stiamo vivendo, non mi sono mai sentito scollato da questa realtà, anzi in questo momento penso una cosa molto precisa. Penso che noi musicisti dovremmo avere la forza di rivedere il nostro ruolo nella società, perché abbiamo un potere molto grande. Abbiamo infatti a che fare con la forma di comunicazione più potente tra gli esseri umani su questo pianeta, cioè il suono. Il suono agisce in maniera potente e profonda a livelli sottilissimi di cui noi spesso non siamo consapevoli o a cui non diamo importanza. In questo preciso momento storico, dopo questi due anni vissuti come sappiamo, ritengo che possiamo essere noi la cura. È il suono la cura. Quando parlo di ruolo sociale intendo dire che non può bastare un recovery fund, non possono bastare le cure economiche.

Mi sta benissimo che il PIL cresca, mi sta benissimo che come sempre il grande potere mediatico sia dato all’economia, ma non dimentichiamo che in questo anno e mezzo ognuno di noi ha accumulato disagi e ferite. Quando penso a bambini delle scuole, a una generazione falciata con il lockdown, sono ferite e disagi che non si curano con l’innalzamento del Pil, qui dobbiamo intervenire noi. Provoco intellettualmente dicendo che in questo momento per me un musicista o un poeta sono potenti quanto il premier o quanto il Ministro degli Esteri. Quando dico che noi dobbiamo rivedere il nostro ruolo, intendo che dobbiamo essere consci che chi fa musica sperimentando con estrema sincerità, con cuore, con un percorso e un ideale, oggi ha un potere terapeutico perché le persone non si consolano con un trattato di economia, piuttosto aprono un libro, leggono una poesia, ascoltano della musica. Questo momento storico è importante, è un punto nevralgico di grande potenza.

Tornando al titolo, è venuto in maniera naturale riuscire a dare una fotografia di ciò che stiamo vivendo. The Last Gate è quest’ultimo portale, quest’ultimo cancello, quest’ultima chiamata, perché a proposito di consapevolezze, sul mondo e su come sta andando a rotoli, bisogna chiedersi cosa stiamo facendo individualmente al di là di conoscere la situazione. Da musicista posso creare terapia e cominciare a dire che forse uno scatto di consapevolezza ancora più globale è il coraggio e la forza per varcare questo cancello e andare ancora più in profondità dentro di noi, nelle nostre paure.

La copertina, che è una fotografia di Alberto Giuliani, racconta esattamente quello che voglio dire. In soggettiva siamo tutti su questa sponda, quella in cui siamo nati e stiamo comodi, e davanti a noi c’è un fiume che non è invitante per le sue acque cristalline, mentre in fondo c’è questa macchia, questo colpo al cuore, questa foresta che ha due valenze per me, una oggettiva, è l’Amazzonia quella, la parte più fragile del nostro pianeta, l’altra rappresenta noi, la parte più fragile del nostro essere. Il coraggio di abbandonare la nostra comoda sponda, di attraversare il fiume per arrivare dall’altra parte è quella cosa che ti permette una volta arrivato di essere spaventato, dei suoni che potrai incontrare, ma non c’è più tempo. Occorre trovare il coraggio.

P.P.: Pandemia e cambiamenti climatici sono le guerre del nostro tempo, quelle che dobbiamo combattere e sono comunque legate al nostro stile di vita. È un processo reversibile? Possiamo tornare indietro? Abbiamo un antidoto per rispondere a questa chiamata?

C.P.: C’è una consapevolezza sempre maggiore rispetto al passato e questo mi rincuora. C’è un’intera generazione che si sta muovendo e ci sta insegnando molto. Sono molto triste a sentire i commenti di persone di generazioni più anziane che classificano come inutili questi movimenti giovanili e sono convinto che questa rassegnazione, questo cinismo sono propri di chi ha perso definitivamente, appartengono a un determinato establishment che ha perso senza sapere di avere già perso . Detto questo il fatto che mi rincuori non significa molto se non si riesce a fare qualcosa. Tornare indietro mi pare sia dimostrato scientificamente che non sia possibile, l’unico obiettivo potrebbe essere arrestare questa discesa all’inferno.

P.P: Siamo reduci da una pandemia, un’esperienza drammatica in cui abbiamo vissuto credo qualunque tipo di sentimento possibile: incredulità, paura, smarrimento, solitudine. Oggi, nonostante il permanere di certe restrizioni, sembra già qualcosa di appartenente al passato perché tutto si consuma velocemente. Eppure qualcosa dentro resta. Cosa ti resta dentro? E quanto è passato del recente vissuto in questa tua musica?

C.P.: Mi sono rimasti nuovi suoni. Io cerco sempre di vedere il mondo fuori e dentro di me ragionando da un punto di visto acustico/sonoro e dando ai suoni una vera e propria entità, i suoni sono cellule che vivono di vita propria, entità viventi. Quindi ho scoperto suoni nuovi, senz’altro assimilabili a suoni più sottili, al silenzio interiore. Non è stato semplice avere a che fare con questo silenzio che il nostro settore ha vissuto ed è senz’altro una grande ferita e come dici tu ci dimentichiamo in fretta. Io non sono fatto così e non è un caso che The Last Gate sia arrivato in questo momento e sia l’album più profondamente connesso alla forza dei suoni che ho realizzato e sono anche convinto che questa sia l’unica ricerca possibile per chi fa musica. Concludo con una battuta. Mi ha sempre fatto ridere, durante il lockdow, quando nell’ambiente sentivi musicisti dire che questa chiusura offriva loro la possibilità di fare finalmente la musica che volevano in libertà. Ma fino a quel momento cosa avevano fatto? Hanno scoperto ora che è possibile fare musica in un altro modo? Siamo noi per primi musicisti a dover imparare a darci un’etica e non solo a lottare per i nostri diritti come stiamo facendo.

 

 

 

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