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Donne in musica. Amy Beach: un talento musicale che ha sfidato il suo tempo

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Amy Marcy Cheney era il vero nome della pianista e compositrice americana Amy Beach, nata nel 1867 e scomparsa nel 1944. Il nome Amy Beach fu acquisito con il suo matrimonio con un medico molto celebre all’epoca, Henry Harris Aubrey Beach, e questo già sarebbe sufficiente a delineare il clima culturale in cui, alla fine dell’Ottocento, anche le donne che in qualche modo si occupavano di musica si trovavano ad operare. Accadde però che, a dispetto delle limitazioni e dei vincoli imposti della vigente moralità vittoriana, il talento e la naturale attitudine alla pratica musicale di Amy Beach fossero tali da non poter essere repressi in alcun modo. Nonostante questa figura femminile sia ad oggi pressoché misconosciuta all’ambiente musicale nostrano e in parte anche al restante contesto europeo, risulta molto celebre in America, sua terra natia, e in altre parti del mondo.

Amy Beach aveva manifestato una spiccata e straordinaria attitudine alla musica già da bambina. Si dice che già a un anno di età fosse in grado di memorizzare melodie, di crearne di nuove sotto la guida della madre, cantante e pianista, la prima ad avvicinarla agli studi musicali.

All’epoca lo studio della musica, affinché fosse ritenuto di prestigio e rappresentasse l’avvio a una qualunque carriera nell’ambiente, per molti musicisti era associato a un periodo di residenza artistica in Europa. Questo a Amy Beach non fu concesso. In quanto donna e legata ai principi del decoro e dell’onore familiare non le fu permesso di studiare in Europa. La sua educazione musicale si svolse dunque in America, prevalentemente a Boston, ma questa limitazione si trasformò alla fine in un’opportunità divenuta presto realtà: l’essere conosciuta come la prima donna pianista e compositrice autenticamente americana, con un suo stile e un suo linguaggio compositivo del tutto peculiare. Amy Beach, infatti, per quanto le sue composizioni si attestino su uno stile prevalentemente tardo-romantico, non tralasciò lo studio di quegli elementi della tradizione del suo Paese che nel tempo hanno rappresentato e consolidato i canoni estetici caratterizzanti un’area geografica e culturale tanto vasta quanto varia nelle sue forme espressive.

Nel periodo dell’adolescenza Amy Beach già si esibiva al pianoforte con la Boston Symphony Orchestra, intraprendendo una carriera concertistica di tutto rispetto, accolta con favore dagli ambienti culturali dell’epoca. Ma questa brillante carriera si interruppe quando all’età di 18 anni Amy decise di sposare Henry Harris Aubrey Beach, affermato medico che nutriva una profonda passione per la musica, ma che, in linea con i dettami socioculturali dell’epoca, non avrebbe visto di buon grado la propria moglie impegnata in un’attività musicale da pianista concertista. La questione fu risolta con la rinuncia a questa carriera da parte della donna. Amy abbandonò il palcoscenico e acconsentì ad esercitare esclusivamente attività compositiva e a pubblicare le sue opere col nome A. H. H. Beach. L’attività concertistica fu ripresa solo alla morte del marito e fu allora che la pianista si esibì anche in tour in Europa.

Non cessò mai la sua attività di compositrice, anzi questa si intensificò nell’ultima parte della sua vita, che Amy Beach trascorse per lunga parte alla MacDowell Colony, una comunità artistica creata dal compositore Edward MacDowell e dalla pianista Marian MacDowell, un luogo in cui gli artisti potessero lavorare e sviluppare la loro creatività. Non è un caso se Amy Beach alla sua morte decise di devolvere tutti i suoi beni a questa organizzazione.

Il catalogo delle opere composte da Amy Beach annovera oltre 300 composizioni di vario genere, dalla musica sinfonica (non dimentichiamo che divenne celebre per la sua Sinfonia “gaelica”, eseguita per la prima volta dalla Boston Symphony Orchestra nel 1896), alle composizioni pianistiche e cameristiche, alla musica corale, sia profana che sacra. Una grande parte delle sue opere si lega proprio al contesto sacro e questo legame devozionale, questa sua fervente fede, testimoniata, tra le tante, dalla sua composizione più celebre in questo contesto, la Mass in E-flat op. 5, ci svela molto anche della sua personalità, di un assoluto rispetto per i valori della famiglia più tradizionali che la portarono ad accettare nella sua vita alcune limitazioni alla carriera, straordinaria per una donna dell’epoca, che aveva intrapreso.

Amy Beach resta ancora oggi autrice di un repertorio che negli Stati Uniti compare spesso nei programmi di sala, in misura molto più limitata lo troviamo nei recital europei o di altre parti del mondo e le ragioni sono molteplici. Certamente resta una figura da conoscere, riscoprire e valorizzare per quanto ha lasciato in eredità e per rendere giustizia a una donna che ha fatto della musica la sua ragione di vita. Nonostante tutto.

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