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Un pianoforte a 4460 metri. Intervista a Elisa Tomellini

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Un pianoforte a 4460 metri. Intervista Elisa Tomellini

La musica e la montagna, apparentemente mondi distanti, eppure affini in virtù di quella forza di volontà, determinazione e dedizione che richiedono per conquistarle. Ce lo dimostra quella che non esitiamo a definire letteralmente “impresa” compiuta dalla pianista classica Elisa Tomellini. L’8 luglio scorso l’artista ha intrapreso la scalata del Monte Rosa dove ha tenuto recital a 4.460 metri di quota, il “concerto per pianoforte più alto al mondo”, andando a coronare il suo sogno di pianista alpinista.

Perché Elisa Tomellini non è soltanto un’artista degli 88 tasti, ma anche una profonda conoscitrice della montagna e le montagne se le è andate a scalare in tutto il mondo.

Di formazione classica, ha cominciato lo studio del pianoforte all’età di cinque anni sotto la guida di Lidia Baldecchi Arcuri. Ha proseguito la propria formazione con Ilonka Deckers-Kuszler a Milano e con Laura Palmieri a Verona; a sedici anni è ammessa alla prestigiosa Accademia Incontri col Maestro di Imola dove studia con Alexander Lonquich, Riccardo Risaliti, Franco Scala, Joaquín Achúcarro e Piero Rattalino. Ha seguito inoltre numerose master class tenute da importanti maestri quali Maurizio Pollini, Sviatoslav Richter, Lazar Berman. Ha conseguito il diploma, con il massimo dei voti e la lode, presso il Conservatorio G. Verdi di Milano nel 1997 e continua a perfezionarsi con Vincenzo Balzani, col quale amplierà il proprio repertorio e la tecnica strumentale. Vincitrice o premiata in numerosi concorsi internazionali, si è esibita in recital e con orchestra in Italia e all’estero.

Ph_Joseph Giachino

La passione per la montagna l’ha portata a prendersi un lungo periodo sabbatico e girare il mondo per conoscere e scalare le montagne del sud America, degli Stati Uniti, del Nepal, del Nord Africa.

Sul Monte Rosa i due grandi amori di Elisa Tomellini, la musica e la montagna, si sono incontrati.

Non è stata una passeggiata. Le fasi organizzative e la realizzazione dell’evento hanno richiesto una lunga fase di preparazione per Elisa Tomellini e per tutto lo staff che ha cooperato all’impresa.

Ph_Stefania Schintu

Il pianoforte a coda, fornito da Musica e Muse, ha raggiunto il Monte Rosa in volo, trasportato su un elicottero Pellissier Helicopter dalla base di Gressoney-La-Trinité (AO) ed è stato posato a 4460 metri sul ghiacciaio del Colle Gnifetti, che divide la punta Zumstein 4561 mt e la punta Gnifetti 4559 (Capanna Margherita).

La pianista e il team hanno raggiunto a piedi la quota sotto la guida esperta di Marco Camandona (alpinista di fama internazionale, guida alpina, maestro di sci alpino ed allenatore federale di scialpinismo).

Un’operazione molto complessa che è stata coordinata da Top1 Communication, sostenuta dal main sponsor 958 Santero, e che ha coinvolto anche un regista, Giuseppe Varlotta e gli operatori di ripresa Michel Domaine e Michel Dalle.

Il concerto più alto al mondo infatti diventerà un film i cui proventi saranno devoluti interamente a sostegno della Casa Famiglia nepalese dell’Associazione Sanonani.

Come si può riuscire in un’impresa tanto ardua? Cosa significa superare i limiti fisici e psicologici imposti dal nostro corpo e dall’ambiente circostante per raggiungere un obiettivo importante? Quali sono le motivazioni che inducono alla scelta di mettersi alla prova e sfidare qualcosa che sembra impossibile?

Ci siamo fatti raccontare da Elisa Tomellini in persona come è andata e potete leggerlo nell’intervista che segue.

Le immagini contenute nell’articolo sono di Joseph Giachino.

Paola Parri: Da dove è venuta l’idea di tenere un concerto a 4460 metri di altezza?

Elisa Tomellini: Dalla montagna e dalla musica. Entrambe le cose infatti costituiscono la mia persona. Negli anni ho messo insieme l’amore per la natura e quello per la musica. La musica è nata con me, perché già a 5 anni ero sul pianoforte, però a un certo punto questa passione è stata soppiantata dall’amore per la natura e per la scoperta. Per un lungo periodo sabbatico infatti ho abbandonato la carriera concertistica per dedicarmi a scalate dalle Ande all’Himalaya e in molti altri luoghi per scoprire inesplorati angoli di mondo di bellezza incommensurabile.

Poi ovviamente l’amore per la musica è qualcosa che nasce e vive dentro di me per cui sono tornata allo studio accanito del pianoforte. Non voglio comunque rinunciare a far conoscere agli altri quanta altra bellezza oltre alla musica c’è, anche perché nel mio ambiente troppo poco è conosciuta la natura e altri tipi di bellezza oltre alla musica.

P.P.: Come è stata organizzata questa iniziativa?

E.T.: L’iniziativa è stata coadiuvata da Top1 Communication, che è il mio Ufficio Stampa, senza il quale non sarebbe stata possibile, sia per il supporto logistico che nello starmi vicino umanamente. È nata da un’idea comune con “Le Mont Rose” della Val D’Aosta, associazione che premia il lavoro svolte dalle musiciste e dalle compositrici donne, dedicandosi alla riscoperta del repertorio un po’ trascurato dalla storiografia.

In questa occasione sul Monte Rosa ho infatti eseguito anche io un pezzo di Fanny Mendelssohn, sorella del noto compositore.

Questo progetto è nato inoltre in collaborazione con la guida alpina Marco Camandona, che ha fondato una casa famiglia in Nepal alla periferia di Kathmandu che si occupa della crescita e dell’educazione di dieci bambini e quando ho capito che questo progetto del Monte Rosa poteva andare completamente a sostentamento di quella casa famiglia mi ci sono dedicata anima e corpo.

Una volta deciso come ci saremmo spostati, dato che l’importante era raggiungere la meta a piedi, come portare il pianoforte, cosa che abbiamo fatto con un elicotterista specializzato che lavora su tutto l’arco alpino, abbiamo atteso che il tempo fosse buono e nonostante ciò ho suonato con -15 gradi e raffiche di vento dai 25 ai 70 all’ora.

Ho suonato con i guanti, è stata abbastanza dura e ho temuto di non farcela un sacco di volte, un po’ perché ora mi dedico anima e corpo al concertismo e dunque non sono più allenata come un tempo, un po’ per l’ossigenazione, un po’ per il freddo, perché ho già avuto una brutta ipotermia in montagna nel 2012.

Non sapevo inoltre se il pianoforte lassù avrebbe suonato e invece ha suonato perfettamente, era molto gelato, ma funzionava alla perfezione. Ma soprattutto ho temuto fino alla fine che l’elicottero non potesse posare il pianoforte per il vento e che non si sentisse nulla. Invece ho scoperto con piacere che anche da lontano si sentiva la musica perché mi hanno scritto in molti per ringraziarmi dicendo che erano stati deliziati dal concerto in quota.

P.P.: Cosa hai suonato sul Monte Rosa Elisa?

E.T.: Ho suonato tante cose. Ho fatto più di 25 minuti di concerto e ho suonato Rachmaninov, che è un compositore che amo molto e al quale ho dedicato anche il mio ultimo disco, in particolare l’Elegia op. 3 n.1 e un Momento musicale, il n.4 op.16, poi sono passata alla Berceuse di Chopin, che ho voluto dedicare a tutti gli amici che purtroppo sono scomparsi in montagna, o in ghiacciaio o in parete, poi ho suonato due pezzi di Piazzolla arrangiati da me a cui tengo molto, cioè Oblivion e Libertango e infine un pezzo di Fanny Mendelssohn.

Quest’ultimo brano per me ha un significato particolare, perché Fanny è stata trascurata dalla storia, ma non solo, anche dalla famiglia, infatti non poteva comporre perché il padre era contrario e doveva far passare i suoi pezzi sotto il nome del fratello.

Questo Monte Rosa ha molto a che fare con le donne, per tanti motivi, innanzi tutto il colore: rosa! Si chiama così perché si tinge di tramonti meravigliosamente rosa e poi perché la Capanna Margherita, che è il più alto insediamento umano in Europa, è stata voluta dalla Regina Margherita, che è arrivata lassù a piedi e l’ha voluta fondare. La Regina era un’amante dell’arte.

Abbiamo scelto il Monte Rosa per omaggiare la donna, la donna che osa e la donna che vuole far scoprire la bellezza in tutto il mondo.

P.P.: Come ti sei preparata? Credo che fisicamente e psicologicamente sia un’impresa molto faticosa…

E.T.: È piuttosto faticosa soprattutto come pianista, perché i pianisti in generale fanno un lavoro molto sedentario, non tutti i musicisti hanno modo di fare sport. Dal momento che ero in un periodo denso di impegni concertistici, ho dovuto prepararmi sul monte di Portofino, che è la montagna di casa mia, dato che sono genovese, che però purtroppo è alta solo 600 metri, quindi ne mancavano 4000 ancora per raggiungere le stesse altezze. Comunque ho cercato prima di farmi un bel fiato, poi mi sono trasferita in montagna e ho fatto in preparazione molte volte 4000 metri, poi 4100, 4200 e così di seguito fino ad aumentare e arrivare ai 4500 circa del concerto e ai 4600 della Capanna Margherita.

P.P.: Quindi in sintesi le difficoltà maggiori quali sono state?

E.T.: A parte l’ascesa, che ti stanca ma l’ho fatta molto lentamente, con calma, la difficoltà maggiore è stata quella creata dal freddo.

Quello è un ambiente che teoricamente ti respinge completamente. Sei su un ghiacciaio, il pianoforte è un puntino minuscolo in quella vastità di ghiaccio. Ovviamente io non sapevo come avrebbero reagito le mie mani a quel freddo, però devo dire che quando ho iniziato a suonare, come sempre mi succede sin da quando ero piccola, posando le mani sullo strumento la tranquillità mi pervade. Per cui non ho avuto più dubbi, in quel momento ho capito che ce l’avrei fatta.

Sentivo freddo ma era come se non lo sentissi più, riuscivo comunque a suonare bene, con ispirazione. Avevo anche una grande tristezza dentro, perché ho capito che ormai era fatta e che avrei dovuto dopo mezzora scappare da quel luogo e che tanta beatitudine avrei dovuto lasciarla in fretta, perché ovviamente non puoi stare più di un certo tempo in un ghiacciaio a 4500 metri, quindi mi è venuta un po’ di malinconia mentre suonavo.

Ph_Joseph Giachino

P.P.: Cosa accomuna la montagna e la musica? In effetti sono entrambe cose di una certa difficoltà da affrontare. Quali sono nella tua esperienza i requisiti per farcela?

E.T.: Vero. Sono due cose vicine per molti motivi. Secondo me per farcela è necessaria sicuramente la forza di volontà. Noi musicisti in fondo siamo degli artigiani, dobbiamo lavorare duramente, step by step, così come l’alpinista deve conquistare le sue cime con molta calma, passo dopo passo. Poi ci vogliono l’umiltà e la determinazione.

Sono in ogni caso sentieri, sentieri di note ma anche sentieri di ghiaccio e di pietra, strade da percorrere. Questo naturalmente ci porta a scoprire noi stessi, sia attraverso lo studio di un’arte che l’ascesa di una montagna e comunque nel misurarsi con la natura, noi ritroviamo le nostre energie, la nostra forza e la verità delle cose che è dentro di noi.

P.P.: La prossima sfida? Un sogno da realizzare?

E.T.: Ce l’ho già in mente e sarà una sorpresa, lo rivelerò un po’ più avanti e sarà una cosa diversa, ma l’importante è che io possa raggiungere il mio palcoscenico con le mie forze, che sia nuotando, volando, scalando e in ogni caso con le mie gambe, con le mie mani e con la mia forza di volontà.

Io desidero che ogni volta che compio un’impresa di questo genere qualcuno ne venga beneficiato, i più deboli, le persone che non hanno le stesse possibilità. Noi siamo molto fortunati in fondo a poter avere le gambe, la testa, la forza, il fiato, la salute, le condizioni socio-politiche ed economiche per fare questo, siamo dei privilegiati. Ho dedicato questo concerto anche a tutti coloro che magari sul Monte Rosa non andranno mai ma che possono godere così di un momento di bellezza.

P.P.: Tutto questo diventerà un film?

E.T.: Sì, un film i cui proventi andranno interamente a beneficio della casa famiglia a Kathmandu dell’Associazione Sanonani di cui ti dicevo, ci stiamo lavorando in questi giorni e sarà un lavoro molto impegnativo.

 

 

 

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