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Changing Shapes. Le numerose e cangianti forme di Lorenzo Vitolo

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Changing Shapes. Le numerose e cangianti forme di Lorenzo Vitolo

Forme mobili e cangianti, ispirazione e inventiva nella scrittura di Lorenzo Vitolo che firma il suo album di esordio in trio con il contrabbassista Rafael Abdalla e il batterista George Potamianos. Il disco si intitola “Changing Shapes” ed è uscito da poco per la Challenge Records.

Una felice sorpresa questo ascolto. La creatività di Vitolo è originale, moderna, a tratti visionaria, trasuda freschezza sia nelle composizioni originali che formano la tracklist di questo lavoro, ovvero quasi tutte, sia quando affronta quell’icona del repertorio jazz che è “Blue in Green”. Un lavoro di sintesi quello di questo pianista classe 1998 che denota una notevole maturità e un’altrettanto importante capacità di assimilazione e rielaborazione che sono poi gli assiomi del processo creativo.

Lorenzo non a caso ha vinto numerosi premi e ottenuto riconoscimenti internazionali: primo premio al Leiden Jazz Award 2019 (NL), terzo posto a UNISA National Piano Competition 2020 a Pretoria (SA), primo premio a Lucerne School of Music International Jazz Piano Competition.

Ottimo il bilanciamento del trio, formazione classica della scena jazz, grazie alla presenza di Abdalla, contrabbassista originario di San Paolo, con all’attivo tre album da leader e decine di collaborazioni, e George Potamianos, batterista originario di Patrasso, che come Lorenzo Vitolo completa la sua formazione jazz in Olanda.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Vitolo per conoscere più da vicino la sua visione musicale e vi raccontiamo cosa ci ha detto in questa intervista.

Paola Parri: Partiamo dal tuo ultimo lavoro in trio: “Changing Shapes”, uscito di recente per l’etichetta Challenge Records, in trio con il contrabbassista Rafael Abdalla e il batterista George Potamianos. Chi sono i tuoi compagni di viaggio?

Lorenzo Vitolo: Rafael Abdalla è un contrabbassista brasiliano che mi è stato molto di aiuto in questo disco perché musicista di grande esperienza, ha collaborato in progetti importanti in Brasile e ha una conoscenza di repertori che prima di incontrare lui non conoscevo, ad esempio proprio la musica brasiliana. Mi ha molto ispirato in questo senso per la scrittura di alcuni brani che ho registrato. Invece George Potamianos è un batterista che greco che vive come me in Olanda con cui mi sono trovato molto bene e ho deciso di coinvolgere in questo lavoro. Io mi sono spostato in Olanda inizialmente per motivi di studio, sto infatti completando un master in jazz a Groningen. Tramite la scuola sono venuto in contatto con questi musicisti e ho deciso di realizzare questo progetto con loro qui in Olanda.

P.P.:Changing Shapes”. Come possiamo interpretare questo titolo? Come lo hai concepito?

L.V.: Il titolo mi è stato suggerito da uno dei pezzi contenuti nel disco fondamentalmente, “Unusual Muse”, la traccia di apertura, perché qui c’è un’idea melodica iniziale che poi si ripropone in forme diverse, si evolve. Ci sono 3 sezioni diverse nel pezzo tenute insieme da questa melodia che una precisa struttura,  con una voce che va verso l’alto e verso il basso a livello intervallare. Questa stessa forma cambia il contesto in cui viene inserita, da qui dunque forme cangianti.

P.P.: C’è una grande varietà linguistica in queste composizioni. Nella scrittura come lavori?

L.V.: Il mio processo compositivo inizia quasi sempre da un’idea che può provenire da dovunque, può venire sia da un concetto musicale sia da qualcosa di esterno. Sono idee che possono essere sviluppate partendo da qualcosa di astratto, altre volte sono precise idee armoniche, ritmiche, melodiche che registro sul telefono e successivamente sviluppo tornandoci sopra molte volte.

P.P.: A un certo punto affronti un monumento del repertorio jazzistico: “Blue in Green” e lo fai spiazzandoci completamente. Abituati forse a versioni molto vicine all’originale, anche in celebri revisioni, dunque a una sorta di poetica dell’essenziale, qui invece siamo di fronte a una soluzione innovativa, moderna. Qual è la tua visione di questo pezzo?

L.V.: Questo è l’arrangiamento più vecchio presente nel mio disco che ho realizzato circa tre anni fa. La mia volontà  era suonare questo pezzo molto frequentato cercando di metterci dentro qualcosa di mio. E così ho avuto l’idea ritmica di farlo più veloce e mettendo all’inizio una figura arpeggiata che ne determina tutto il groove. Questo mi ha permesso di dare la mia visione personale. Ci sono alcuni pezzi più facili da arrangiare e molti meno, e questo secondo me dipende dalle versioni che ascoltiamo. Ci sono alcuni pezzi che godono di versioni storiche e questo crea difficoltà nel reinventarli. Ad esempio alcuni pezzi di Monk sono così caratterizzati che è difficile reimmaginarli diversamente.

P.P.: Cosa pensi degli standard? Per un jazzista sono fondamentali?

L.V.: Gli standard, oltre a dare la possibilità di suonare con gli altri creando un repertorio comune, consentono di imparare un linguaggio e danno accesso a una conoscenza di tutte le versioni reperibili di uno stesso brano, cosa estremamente utile per l’ispirazione nella scrittura.

P.P.: Nel glossario del jazzista la parola improvvisazione è fondamentale. La tua idea di improvvisazione?

L.V.:  Per me imparare a improvvisare bene è un po’ come imparare a parlare. Ci sono molte similitudini in generale tra la costruzione di un discorso parlato e quella di un discorso musicale. L’abilità nell’improvvisazione è riuscire a creare un discorso coerente, il che significa riferirsi al tema, che sarebbe il materiale principale del brano, e riferirsi al contesto, cioè valutare se si parla di musica jazz e di quale stile, se si parla di salsa o brasiliana o altro. Occorre far proprio il concetto che è come imparare una lingua diversa, ma ciò non significa che in musica non ci possano essere momenti in cui cose differenti si mettono insieme. Una volta assimilato questo concetto ciò che differenzia un grande improvvisatore dagli altri, che rivela un grande artista, per me è la capacità di usare queste conoscenze tecniche per esprimere un messaggio.

P.P.: Ci sono pianisti che ti hanno ispirato e che ti ispirano, sia dal passato che nel presente e perché?

L.V.:  In questo momento quello che mi ispira di più è Art Tatum, perché è sempre attuale sotto certi aspetti, sia a livello armonico che di arrangiamento, nel feel ritmico, è modernissimo! Impossibile emularlo! Ascolto spesso i suoi Pablo solo Masterpieces e c’è davvero tutto là dentro. Tra i pianisti attuali ultimamente sto ascoltando spesso Sullivan Fortner, che mi ispira perché mette insieme più cose, influenze che provengono da qualunque stile jazzistico e questa cosa la ammiro moltissimo.

P.P.: Hai fatto studi classici? Li ritieni importanti per un jazzista?

L.V.: Sì sono fondamentali perché aprono le porte a un linguaggio compositivo che sono di aiuto per la composizione e per l’improvvisazione, per il pianoforte aiutano a comprendere rappresentare un altro strumento attraverso il piano.

P.P.: E infine la domanda che noi di Pianosolo dobbiamo sempre fare: perché il pianoforte?

L.V.: Quando ho iniziato a studiare musica mi furono mostrati tutti gli strumenti nella mia scuola ed ero indeciso tra pianoforte e batteria. Non sono poi strumenti così agli antipodi. Una volta ho sentito Fred Hersch parlare di un suo concerto con Eric McPherson e dire che questo concerto era un concerto tra due strumenti a percussione. Il pianoforte mi dà la possibilità di colorare con l’armonia ciò che faccio e questo mi concede una libertà di scelta armonica che probabilmente non avrei potuto avere con altri strumenti, anche se degli altri strumenti amo molte caratteristiche che il pianoforte non ha.

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