Home Articoli Cesare Picco e l’alchimia del suono. Intervista

Cesare Picco e l’alchimia del suono. Intervista

0
GD Star Rating
loading...
CONDIVIDI
Cesare Picco e l’alchimia del suono. Intervista, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Cesare Picco e l’alchimia del suono. Intervista

ph Matteo Girola

Un universo sonoro composito, denso di intersezioni e fusioni, di incroci e commistioni, immateriale, spirituale eppure profondamente fisico quello che Cesare Picco crea nel suo ultimo lavoro in studio intitolato “Alchemy”, registrato presso Treehouse Lab di Lodi e Yamaha Village di Lesmo sede di Yamaha Music Italia e pubblicato dall’Etichetta Bluemargot.

Un lavoro da sapiente alchimista quello che l’artista mette a punto. Attraverso un’operazione che partendo dal nucleo primordiale della musica, dalla materia del pianoforte, corde, metalli, feltri, va in cerca di un suono consonante con il nostro tempo, delle infinite voci che lo compongono, accompagnandoci in un percorso che è di intima connessione con noi stessi e con il mondo che viviamo. Le frequenze e le vibrazioni del pianoforte puro creano una nuova sostanza musicale.

I suoni vengono veicolati, in tempo reale, attraverso l’interazione con il pianoforte Yamaha Disklavier. Significativa la presenza nel progetto di Leonardo Sapere, primo violoncello dei Virtuosi Italiani, dell’artista iraniana Maryam Roshanaei e di Daniele Valentini, ingegnere del suono che ci ha regalato la percezione sonora di cui possiamo godere all’ascolto.

Quello di Cesare Picco è un dialogo costante con lo strumento, una ricerca che si incastona alla perfezione nel suo percorso artistico e personale, strada a cui mai resta aliena quella felice introspezione che sa proiettare il mondo interiore su quello esteriore, che è parola rivolta all’altro, messaggio di profonda empatia, collegamento indissolubile e sincero.

Di “Alchemy” abbiamo parlato con Cesare Picco in questa intervista.

Paola Parri: Nella nota che accompagna la pubblicazione di “Alchemy” hai scritto: “Per trovare questi suoni ho agito come un alchimista, miscelando e sovrapponendo gli elementi dello strumento (corde, metalli, feltri) e proiettando su di essi la mia visione del mondo.“Leggendo questa tua nota ad Alchemy mi sembra di capire che il suono sia protagonista indiscusso di questo tuo recente lavoro. Questo titolo racconta molto del contenuto?

Cesare Picco: Il titolo racconta moltissimo di questo lavoro e ci sono arrivato alla fine. È stata una ricerca molto lunga che osservata retrospettivamente posso dire sia partita molto tempo fa da numerose considerazioni. La prima considerazione è che il suono del pianoforte così come lo conosciamo non sia cristallizzato, ma che possa invece seguire l’onda del tempo, le dinamiche emotive delle varie epoche. Da decenni ormai abbiamo cristallizzato il suono del grande pianoforte a coda. Tutti i grandi marchi hanno certamente cercato nel tempo di trovare il loro suono, la loro forma, ma al di là di questo quando mi capita di parlare con dei costruttori o dei venditori mi piace sempre dire che vorrei che tra qualche anno il suono del pianoforte non fosse più quello, proprio perché ritengo che sia indispensabile non fermare quella meravigliosa storia di evoluzione che da trecento anni il pianoforte ha avuto. Questo è un mio desiderio da ascoltatore più che da pianista.

Se tu cominci a ragionare seguendo questa visione arrivi nel tuo intimo la sera, di fronte al tuo pianoforte verticale, e scopri che un notturno di Chopin con quel suono, con quella timidezza, con quella piccolezza di risonanza arriva più al cuore del gran coda nella grande sala da concerto che siamo abituati ad ascoltare. Questo piccolissimo modo di vedere il suono è chiaro che me lo ha fatto mettere al centro di tutto.

In questo caso sono arrivato alla fine a pensare come un alchimista. Da tempo per mio diletto ho fatto studi e letture sull’alchimia. Per questo disco ho avuto la fortuna di appoggiarmi allo Yamaha Village di Lesmo e la prima mossa è stata di vedere cosa potesse venire fuori mettendo insieme un pianoforte verticale e un pianoforte a coda, e di sentire anche solo in una piccola melodia o un piccolo giro di accordi quali fossero le risonanze di questi due strumenti. In questo senso “Alchemy” ha per me un enorme peso perché ho preso gli elementi dello strumento e ho cominciato a miscelarli, a mischiarli proiettandovi la mia idea del mondo e del suono del pianoforte.

P.P.: Siamo abituati a pensare al suono come a qualcosa di immateriale, mentre qui ha una sua fisicità, o sbaglio?

C.P.: Se ti arriva la fisicità sono molto contento! È un album in cui forse per la prima volta ho ragionato molto sul potere delle sequenze. È un album per cui consiglio l’ascolto in cuffia perché certe risonanze si percepiscono in maniera migliore con quel tipo di ascolto. Faccio un esempio: nel brano più lungo, “Healing Pulse”, a un certo punto, poco prima della metà del pezzo, ho inserito una piccolissima frequenza ascoltabile meglio in cuffia che fa vibrare il quinto chakra, che è il chakra della gola. Tutte queste sono cose piccole, ma molto importanti per una guida all’ascolto particolare e soprattutto per arrivare a quel traguardo in cui credo fermamente e che è che il suono, la vibrazione, può veramente portarci verso l’assoluto.

P.P.: In un momento in cui la musica spesso va verso l’astrazione frammentando la melodia, in “Alchemy” invece questo elemento melodico è molto forte. Siamo ancora molto legati alla melodia da un punto di vista emotivo?

C.P.: Io non ne posso fare a meno. Il suono vive di consonanze e parlo ancora di consonanze e vibrazioni con ciò che abbiamo intorno. La consonanza da un punto di vista sia matematico che spirituale ed esoterico, quindi a trecentosessanta gradi, è quel valore, quell’elemento che ci mette in vibrazione non solo con noi stessi ma anche con ciò che ci circonda. Il respiro di una melodia, può essere anche di sole quattro note, magari con il giusto intervallo. Penso ad esempio a “Dance of the plants”, secondo brano del disco, che è costruito semplicemente su un intervallo di quinta e un intervallo di quarta, due intervalli che in tutto il mondo, seguendo anche la scala pentatonica, entrano esattamente in risonanza con noi stessi, sono intervalli che abbiamo da secoli nel DNA. Costruire su queste piccole cellule un intero mondo attorno al pianoforte è stato certamente uno degli obiettivi per me.

P.P.: In “Alchemy” ci sono collaborazioni importanti. Una è quella con il violoncellista Leonardo Sapere. Viene da un contesto accademico, come membro dei Virtuosi Italiani, un ensemble che affronta il repertorio barocco e classico, ma non disdegna aperture ad altri linguaggi. Questa è un po’ anche una tua prerogativa da sempre. Pensi che questo dialogo tra linguaggi diversi sarà la musica del futuro?

C.P.: Mi piacerebbe molto pensarlo. Ci sono sicuramente in questo ambito molte collaborazioni di questo tipo. Ho scelto Leonardo Sapere, al di là dell’amicizia, per la bellezza del suo suono. Mi sono accorto a un certo punto che pur creando un album che parlava del pianoforte, del mondo del pianoforte, aver aggiunto la corda di uno strumento come il violoncello è stata come una marcia in più, a maggior ragione quando ha cominciato a mettere sulle corde stoffe di ogni tipo, a farle risuonare. Ad esempio “Inner chant” è un pezzo nato con la risonanza di una corda messa in vibrazione con un pezzo di stoffa. Per me è stato il modo alchemico di portare dentro il vento, perché ciò che desidero tirare fuori dal pianoforte anche tutto ciò che intorno. Quel suono per me è il vento tra le corde del pianoforte. Il suono di un violoncello che poi ho duplicato, lavorato e post prodotto è quel suono che mi permette di aggiungere una potenza sonora molto forte, così come ho fatto anche ad esempio nel live streaming realizzato a Lesmo.

ph Matteo Girola

P.P.:  Tra i differenti piani sonori che si intersecano e si fondono in nel tuo lavoro c’è anche il suono della voce umana, quella dell’artista iraniana Maryam Roshanaei che hai coinvolto in “Alchemy”.

C.P.: Questa è la mia prima pubblicazione che include la voce umana, che non è una voce cantata, ma sono piuttosto dei versi che Maryam ha recitato improvvisando che raccontano della voce del fiume così come lei la sente. Un’artista straordinaria dalla sensibilità speciale. Le ho fatto ascoltare semplicemente il ciclo di battute che poi si ripete e lei ha tirato fuori questa poesia. In Persia da sempre il valore del verso è avvicinabile al valore del suono. “Aram Aram” significa piano piano, lentamente. La voce di Maryam è uno strumento che per me ha più valore in questo modo declamato piuttosto che se avessi trovato una melodia con degli intervalli da farle cantare.

P.P.: Maryam Roshanaei compare anche in un altro pezzo, in “Blessing”.

C.P.: Là siamo ancora un gradino oltre. Gli Icaros nella tradizione sciamanica del centro e del Sudamerica sono quei canti devozionali che gli sciamani e le sciamane declamano a seconda dell’effetto che vogliono avere. La tradizione è millenaria e sono canti in cui la forza del suono di un essere umano ha il potere di mettersi in contatto con il mondo vegetale, il mondo minerale, il mondo spirituale ed esoterico. Gli sciamani usano questi mantra, per usare una parola appartenente ad un’altra cultura, per elevare il proprio stato mentale. Dunque anche in questo caso la parola si fa suono che si fa vibrazione che a sua volta ti mette in contatto con il resto dell’universo.

In questo caso ho preso dei piccolissimi riferimenti vocali, come se il mio pianoforte dovesse prendere forma mano a mano che dialogava con questa voce. Quello è l’unico take, irripetibile, che ho fatto ascoltando quella voce e probabilmente non riuscirei a ripeterlo.

P.P.: “Connected” è il titolo della traccia di apertura di “Alchemy”.  Siamo tutti interconnessi attraverso la rete, ma nella vita reale forse siamo dissociati l’uno dall’altro. La musica può ancora metterci in connessione?

C.P.: Lo fa e deve farlo. Penso che sia un dovere per chi fa il nostro lavoro, per un musicista, per un compositore, per chi lavora il suono avere questa precisa responsabilità di sapere che la materia sonora, ed è questa la magia e il mistero che rimane nel nostro mondo meraviglioso, che è una materia che non esiste, guarda caso è la più potente per trasmetterci un messaggio molto più alto. Noi siamo straordinariamente bravi a sciacquarci la bocca con dei grandi significati che dopo una settimana passano di moda. Mi rendo conto che parlare di connessione, di mondo spirituale può essere letto dalla metà delle persone come semplicistico, banale, e questa cosa mi fa molto sorridere e dispiacere allo stesso tempo, il fatto che ad oggi ancora non ci sia la reale comprensione che invece queste cose debbano essere precisamente vissute, sentite e che solo mettendoci in gioco con il resto dell’aria che abbiamo attorno possiamo pensare di iniziare un cammino importante su questo mondo.

“Alchemy” è disponibile sulle principali piattaforme digitali

Info sul sito dell’artista.

 

 

 

 

 

 

Pianosolo consiglia

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here