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Alberto Chines. A passo di danza da Bach a Bartók

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Alberto Chines. A passo di danza da Bach a Bartók, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Alberto Chines. A passo di danza da Bach a Bartók

Artista dinamico ed eclettico, Alberto Chines da sempre mostra una spiccata curiosità intellettuale per il repertorio poco frequentato, per le connessioni inedite, per le opere pianistiche da scovare come pietre preziose nell’immensa letteratura di questo strumento. Ecco dunque che ci offre all’ascolto una registrazione che, il titolo lo esplicita magnificamente, si struttura come uno sguardo profondo sull’evoluzione della danza nella scrittura pianistica mettendo insieme la scrittura di Bach e quella di Schumann, Ravel e Bartók.

Dances and Tales” è il titolo della registrazione in studio pubblicata da Alberto Chines e pubblicata per BAM International che possiamo leggere come un intenso ed emozionante viaggio della danza attraverso i secoli e la penna di grandi compositori. Ed ecco dunque le rutilanti danze della Suite francese n.5 in Sol minore di Bach con i ritmi dei Paesi dell’Europa del tempo, e ancora la serata danzante dei Papillons di Schumann, dove il ballo si lega al romanzo Flegeljahre di Jean Paul, e ancora i Valses Nobles et sentimentales con cui Ravel omaggia il genio di Schubert e infine la Dance Suite di Béla Bartók che celebra il gusto delle danze popolari e folkloriche con l’inconfondibile firma di un grande compositore.

In “Dances and Tales” Alberto Chines conferma la sua già nota abilità pianistica, non solo nella lettura di brani tecnicamente spesso complessi, ad esempio le danze di Bartók, ma intervenendo sul fronte espressivo sempre in maniera puntuale, con un’adesione al testo che ne rivela una lettura attenta e che va oltre la musica per indagare più profondamente il contesto culturale.

Di questo ed altro abbiamo parlato con il pianista in questa intervista.

Paola Parri: Dances and Tales è il tuo recente lavoro in studio. All’interno del cd c’è una sorta di viaggio temporale della danza come forma musicale. Quindi ci muoviamo da Bach a Schumann a Ravel a Bartók. La danza come forma espressiva nasce con l’uomo, con il suo corpo, ma a un certo punto si svincola dal gesto per diventare forma musicale autonoma.

Alberto Chines: La danza è uno degli istinti primordiali dell’uomo, una delle forme espressive più antiche che abbiamo. La connessione tra musica e danza è talmente profonda che è stata naturale un’evoluzione del reciproco rapporto tra le due arti. A un certo punto la danza è diventata infatti una sorta di idealizzazione da realizzarsi solamente in musica, quindi musica non più scritta per danzare, bensì musica che ingloba la danza nella sua stessa struttura e pensata per essere danzata solo intellettualmente.
È il caso delle Suite di Bach, che sono appunto sequenze di danze codificate e stilizzate, quindi trasportate in una dimensione puramente musicale e arricchite dal genio bachiano con soluzioni strabilianti. Un esempio di ciò è proprio la Suite Francese n.5 in Sol maggiore, che ho inserito nel disco e che è una delle mie preferite. Questa Suite comprende una serie di danze barocche tra le quali la Loure, una danza molto particolare in tempo lento, unico esempio di loure presente nelle Suite di Bach.

P.P.: Nel disco possiamo ascoltare anche i Papillons Op.2 di Robert Schumann, un’opera che si nutre di riferimenti letterari. Sono questi i “Tales”, i racconti menzionati nel titolo?

A.C.: Esattamente. I Papillons sono una messa in musica dell’ultimo capitolo dei Flegeljahre di Jean Paul, uno dei capisaldi della letteratura romantica tedesca. La narrazione è un’azione che che viene descritta nel suo svolgimento da un giovane Schumann in maniera mirabile, utilizzando vari e numerosi riferimenti musicali, come la musica popolare polacca, una citazione da Chopin, i valzer e molte altre cose di una bellezza travolgente. Una vera e propria festa in maschera che Schumann descrive musicalmente in maniera anche piuttosto letterale, infatti c’è in molti momenti una corrispondenza effettiva tra quello che accade nel libro e quello che succede nella musica di Schumann.

P.P.: Tutt’altra ambientazione quella proposta da Ravel nei suoi Valses Nobles et sentimentales che hai eseguito in questa registrazione, o sbaglio?

A.C.: Ravel più che la tradizione mondana viennese ha voluto in qualche modo lanciare un richiamo a Schubert, a partire dal titolo. La raccolta di valzer di Ravel è estremamente affascinante, con quella sorta di luce interiore a tratti macabra e un po’ sinistra che lo contraddistingue.

Questo stesso sapore si può avvertire in alcuni dei brani della Dance Suite di Béla Bartók. La Suite nasceva con una finalità celebrativa, infatti è stata composta nella versione orchestrale per celebrare il cinquantenario dell’unificazione di Buda e di Pest e per questo motivo include tanti richiami non solo alla musica tradizionale ungherese, ma anche a quella delle regioni limitrofe e vuole simboleggiare l’unione tra i popoli, la pace, la comunicazione tra le genti. A differenza di altre opere, qui non ci sono temi realmente presi dalla tradizione folcloristica ungherese, è piuttosto tutto materiale originale di Bartók, anche se stilisticamente richiama molto quella tradizione. La versione pianistica è stata scritta un anno dopo quella orchestrale e presenta interessanti scelte. Per qualche ragione a me non molto chiara non è comunque una composizione che furoreggia nel repertorio dei pianisti, non siamo in molti a suonarla. Sarà perché è estremamente difficile?
Ricordo invece che la Slovakian Dance mi fu recapitata da una persona che qualche tempo fa fece un piccolo cartone animato su di me, Cecilia Bohemien, un’artista visuale, ed è un piccolo bozzetto trovato postumo dal figlio di Bartók, Peter. Era uno schizzo per un movimento centrale della Suite di danze che poi è stato abbandonato e non orchestrato perché Bartók temeva destabilizzasse la struttura generale dell’opera. Io ho pensato di registrarlo e di metterlo a chiosa di tutto questo.

P.P.: Tu riveli sempre una certa passione per il repertorio meno frequentato. Fai un grande lavoro di studio. Da dove nasce questo desiderio di ricerca?

A.C.: Credo sia legato a certi lati del mio carattere. Provo un’irrefrenabile attrazione per tutto ciò che è sconosciuto a tanti altri e mi piace approfondirlo, non solo in musica, ma in generale. Credo di avere una passione per la nicchia in generale e poi spesso si tratta di amore sincero per quello che suono. Quando suono qualcosa di non troppo conosciuto che mi piace cerco di metterlo in programma. Inoltre penso che un programma ben bilanciato sia impreziosito da cose interessanti e l’interesse spesso viene proprio dal meno noto.

P.P.: Quanto è importante conoscere il contesto in cui l’opera nasce?

A.C.: Per me questa conoscenza non è nemmeno studio, è un’esigenza vera e propria. Se sto studiando l’opera di un compositore vissuto in un certo periodo mi viene spontaneo studiarne la biografia e l’ambiente storico o sociale a cui è appartenuto. Questo approfondimento è per me parte integrante della conoscenza dell’opera.

P.P.:  Cosa ascolta Alberto Chines di solito?

A.C.: Pochi dischi pianistici. Ho tanti amori musicali diversi e convergono tutti in un unico interesse globale per la musica.

P.P.: Oggi più che mai essere artisticamente vivi significa essere presenti sulle principali piattaforme online. Tu sei su YouTube dove possiamo vedere i tuoi video. Questa necessità è accresciuta dalle contingenze che hanno causato la serrata delle sale da concerti, dei teatri, dei festival. Come stai vivendo questo momento e quale soluzione potresti auspicare per l’immediato futuro della musica?

A.C.: Naturalmente, come per tanti miei colleghi, tanti concerti che avrei avuto in programma in questo periodo sono saltati e mi dispiace molto anche perché alcuni di questi prevedevano programmi che mi stanno molto a cuore. Avrei dovuto suonare i due quintetti di Dvorak e Shostakovich ad esempio. La sofferenza in sé per me non è stata grandissima fortunatamente. Sono a Palermo, sono con la mia famiglia e studio, avendo molto tempo a disposizione per imparare nuovo repertorio. Sto anche insegnando, cercando di seguire i miei allievi come posso con le lezioni on line che trovo stimolanti e penso possano mantenere viva la comunicazione. Una delle cose più importanti da preservare in questo periodo è il contatto, non solo con chi solitamente verrebbe ai nostri concerti, ma con tutto il nostro mondo, con i nostri colleghi, evitando di isolarsi intellettualmente in questo periodo.
Mi rendo conto che la situazione attuale ha messo in crisi il settore e che alcune realtà che hanno meno risorse a disposizione sono in pericolo e questo mi rattrista molto perché proprio queste realtà sono una parte importantissima ed estremamente vitale del mondo musicale. Mi auguro con tutto il cuore che dopo questo momento di crisi non solo i grandi teatri e le grandi istituzioni possano riprendersi, ma anche tutte quelle realtà di cui parlavo.

 

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