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Aeham Ahmad. Il pianista di Yarmouk (La Nave di Teseo)

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Aeham Ahmad. Il pianista di Yarmouk (La Nave di Teseo), 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Aeham Ahmad. Il pianista di Yarmouk (La Nave di Teseo)

La musica è strumento di pace, ma talvolta può essere arma, arma per combattere senza violenza e senza sangue l’ingiustizia, la persecuzione, può essere resistenza, sopravvivenza.

Senza ombra di dubbio lo è stata e lo è per Aeham Ahmad, il pianista divenuto celebre in tutto il mondo per i video che lo riprendono con il suo pianoforte verticale tra le macerie di Yarmouk, campo profughi palestinesi a Damasco, sotto assedio.

Aeham Ahmad, o meglio “Il pianista di Yarmouk” in questo libro pubblicato da La Nave di Teseo narra la sua storia di profugo, la sua travagliata biografia che lo ha portato alla fuga dalla Siria e all’approdo in Germania, dove oggi vive e insegna musica.

È un racconto dettagliato quello di Aeham Ahmad, che non si limita cronologicamente al periodo della guerra, ma che parte dall’infanzia e arriva fino all’attualità.

Figlio di rifugiati palestinesi in Siria, Aeham Ahmad cresce in una famiglia in cui la musica è luogo ideale di comunione, momento sociale forte, con la madre maestra elementare di musica e arte, e il padre, falegname e violinista cieco, figura fondamentale per la sua formazione.

La descrizione dell’infanzia è molto accurata. Il pianista evoca i cibi, i sapori, gli odori di Damasco e concentra in una sola frase l’essenza di un momento felice metaforicamente rappresentato dalla luce, quando scrive: “… è incredibile: ogni volta che ripenso alla mia infanzia c’è sempre il sole”.

La vicenda umana di Ahmad attraversa gli esordi della sua istruzione, con l’ammissione alla Scuola di musica, di cui si rappresenta l’elitarismo sociale, un luogo in cui studiano i ricchi, gli intellettuali, gli artisti, rispetto a cui il pianista esprime una sorta di insofferenza, di isolamento e dove rimarrà comunque fino al completamento degli studi, grazie alla pervicacia paterna che apre un negozio di pianoforti, tira su una fabbrica di liuti, lo sprona costantemente a proseguire.

Nel corso della narrazione alla vicenda personale si intreccia quella politica della Siria, dalle prime rivolte alla guerra vera e propria, la fame, i morti, l’assedio, in un racconto toccante eppure sobrio nella sua verità. Aeham Ahmad reagisce e lo fa con la musica. Organizza un coro, poi va a suonare in strada con il suo pianoforte, fa cantare i bambini e diventa protagonista di un video che mostra al mondo gli orrori della guerra. Suona per mitigare le sofferenze di quei bambini vittime di privazioni e violenza, per distrarli, per restituire loro un’infanzia rubata.

Scrive Ahmad: “Io sono un pianista. Non ho mai sventolato bandiere. La mia rivoluzione è la musica. Quel giorno capii che doveva essere questa la lingua della mia protesta. Anche se nessuno mi avrebbe ascoltato. Era il 28 gennaio 2014.”

Resiste a lungo Ahmad, cerca di restare nella sua terra accanto ai suoi affetti fino alla fine, ma decide di andarsene, dopo che nel 2015 i miliziani dell’Isis hanno bruciato il suo pianoforte e ucciso una bambina che era accanto a lui. La fuga è come quella di tanti altri profughi: rocambolesca, pericolosa, sfiancante e densa di insidie, per mare prima e lungo la rotta balcanica poi. Ce la racconta con dovizia di particolari lasciando emergere la paura, il tormento interiore per l’abbandono della sua famiglia, la speranza di riuscire a salvare anche loro, i tanti amici che grazie alla sua musica trova a sostenerlo ed accoglierlo.

La storia di Aeham Ahmad ci scuote, ci commuove, è una storia esemplare raccontata in prima persona dal protagonista. Un libro semplice eppure straordinariamente potente in virtù del carico di verità che testimonia e che va a scardinare false opinioni. A chi la infatti guerra non l’ha mai vista, ma ne ha solo sentito parlare, spesso l’immaginazione fornisce un’idea edulcorata, quasi a mitigarne gli orrori. Ma chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle ne porta le cicatrici per sempre.

Aeham Ammad è una storia di lotta e di resistenza che si combatte con la musica, linguaggio universale di pace, cura e rimedio spesso, talvolta salvezza.

Nel dicembre 2015Aeham Ammad ha ricevuto l’International Beethoven Prize for Human Rights.

 

 

 

 

 

 

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