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Żelazowa Wola di Jarosław Iwaszkiewicz

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Żelazowa Wola  di Jarosław Iwaszkiewicz

Jarosław Iwaszkiewicz
Jarosław Iwaszkiewicz

Il testo che segue è opera di Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980). Quella di Iwaszkiewicz è stata una delle figure più interessanti, multiformi e sfaccettate del panorama culturale polacco a cavallo della seconda guerra mondiale. Narratore, poeta, saggista, giornalista, critico musicale, Iwaszkiewicz incarnò l’idea dell’ uomo di cultura totale quale si formava in quelle regioni d’Europa agli inizi del ‘900. Imparentato con Karol Szymanowski, fu l’autore del libretto dell’opera lirica più celebrata di quest’ultimo, “Król Roger”. La sua produzione narrativa si caratterizza da una parte per l’attenzione ai più riposti movimenti dell’anima, dall’altra per la ricchezza abbacinante con cui viene descritto il paesaggio: non è un caso che molti dei suoi romanzi e racconti (“Madre Giovanna degli angeli”, “Le signorine di Wilko”, “Gli amanti di Marona”, “Il calamo”) siano stati adattati per il cinema. Ma Iwaszkiewicz fu attivo anche in campo musicale: scrisse tra l’altro una monografia su Bach e uno dei testi introduttivi ancora oggi più validi come iniziazione alla vita e all’arte di Chopin (“Chopin”, pubblicato in Italia da Studio Tesi).

Le pagine su Żelazowa Wola furono scritte da Iwaszkiewicz come prefazione ad una guida turistica dedicata al luogo natale di Chopin (Adam Kaczowski, “Żelazowa Wola”, Wydawnictwo Sport i Turystika, Warszawa, 1965). Ma anche per un’occasione tanto estemporanea e in fondo marginale, Iwaszkiewicz scrisse un testo di assoluto valore letterario che è al tempo stesso una profonda  riflessione sul legame fra l’artista e il paesaggio nel quale si è svolta la sua infanzia.

 

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Żelazowa Wola

di Jarosław Iwaszkiewicz

 

Żelazowa Wola. Qui era la culla di Fryderyk Chopin. Più di cento anni fa. Non possiamo neanche immaginarci l’aspetto che aveva allora questo posto. L’aspetto che aveva Żelazowa Wola quando qui c’era ancora il palazzo abitato dalla famiglia dei conti Skarbek, quando qui regnavano l’animazione e il movimento. Il cortile e il giardino del palazzo erano pieni dei personaggi più disparati: bambini, adulti, persone di casa, insegnanti. Si mantenevano contatti col vilaggio, fervevano le attività agricole, c’erano aratri, cavalli, mucche, rimesse e balle di fieno.

Di quella vita nulla è rimasto. Come ho detto, per noi è difficile finanche immaginare questa remota animazione. Żelazowa Wola ha attraversato vicende tempestose, la sua storia – come quella di tutta la Polonia – è piena di avvenimenti inquietanti e inspiegabili cadute. Nel diciannovesimo secolo questo posto fu completamente dimenticato. Si dissolse in cenere, come una bara. Incendi, devastazioni e incuria distrussero il palazzo e le sue dipendenze. Nessuno più ricordava non solo l’alto e magro insegnante di francese che si stabilì qui per un paio d’anni ma neanche gli stessi proprietari, su cui si abbattè una tragica Nemesi. Di tutto l’insieme di edifici, di tutta la complessa esistenza dei proprietari terrieri rimase solo questa piccola casetta, usata come umile abitazione proprio dall’insegnante di francese e dalla moglie, imparentata alla lontana coi signori del luogo. Ma evidentemente sopra questa casetta doveva brillare una luce, doveva splendere un fuoco, qualcosa doveva distinguerla dalle altre abitazioni nei dintorni, visto che si è salvata. Ha attraversato tempi difficili, quando nessuno ricordava chi ci era nato, ed ha resistito fino ad oggi, per diventare nella sua umile solitudine uno dei più preziosi monumenti del popolo polacco. È diventata posto di pellegrinaggi e di nutrimento spirituale, meta di gite e viaggi non solo per i polacchi. Il primo che diede impulso al restauro di questa casetta e all’edificazione in questo luogo di un monumento perenne fu un pianista straniero[1]: e ancora oggi musicisti stranieri, pianisti e compositori, considerano un loro dovere visitare questa culla di grande arte, questo posto da cui si è irradiata la ricchezza che non conosce fine della grande musica di Fryderyk Chopin.

Se ne sta, questa casetta, ai margini della strada maestra, sperduta da qualche parte in mezzo ai campi e ai cespugli, per dare ancora una volta testimonianza della verità della sentenza latina: spiritus flat ubi vult. Perché in fondo nulla congiurava a che proprio qui, in questa povera rimessa di un palazzo nobiliare, nascesse uno dei più grandi geni musicali del mondo, uno di quegli uomini grazie a cui la cultura europea è diventata ciò che é. Non soltanto cultura musicale, ma cultura in senso lato: perché l’opera di Chopin, potente per quanto consapevolmente confinata al pianoforte, è un ingrediente fondamentale di ciò che va sotto il nome di cultura universale.

Senza dubbio l’opera di determinati artisti risulta profondamente legata all’ambiente dal quale essi provenivano, dal paesaggio in mezzo al quale vivevano. Il legame dell’artista col paesaggio che l’ha formato è più profondo di quanto potrebbe sembrare. L’infanzia e la giovinezza imprimono sempre un marchio fondamentale su tutta la vita successiva, e nei lavori dell’artista maturo di tanto in tanto fa ritorno una nota che gli era caduta in cuore nei suoi primissimi anni. Si svela qui, talvolta consapevole solo a metà e talvolta del tutto inconsapevole, un legame fra il paese dell’infanzia e il periodo maturo della creazione.

Quando si arriva in Francia per la prima volta, diciamo all’inizio della primavera, quando si giunge a Parigi, attraversando le foreste dorate di Fontainebleau, i tranquilli specchi d’acqua, i cespugli e i prati cari a Teodore Rousseau, solo allora si comincia davvero a capire l’arte degli impressionisti. Ma non è solo la grande pittura francese a diventare una rivelazione: si percepisce anche come tutta la musica francese, fino agli ultimi sviluppi, sia legata a questa nebbiolina che vela il paesaggio, con la nitidezza di alberi e prati, con la luce che dalla terra cade sulle nuvole e sulle brughiere. Si comprendono allora la tristezza mite di Debussy e Deodat de Severac, i colori imprecisati di Ravel e ciò che dalla canzone popolare francese è giunto a Francis Poulenc.

In nessun altro posto si capisce meglio quanto la musica di Fryderyk Chopin sia legato al paesaggio della campagna polacca che qui, in questo umile villaggio del Mazowsze, a Żelazowa Wola. A prima vista potrebbe sembrare un paradosso: cosa possono avere a che fare questi poveri campi, queste stradine di pianura, queste capanne dal tetto di paglia con la sconfinata ricchezza, con la sensazione di abbondanza che ci dà la musica di Chopin? Ma quando analizziamo questo enigma più da vicino vediamo che le cose stanno diversamente. Io penso che non apprezziamo a sufficienza il paesaggio del Mazowsze. Bisogna ammettere che non è un paesaggio d’effetto. Ma nasconde in sé quelle piccole nuances, quelle delicate sfumature di forma e di colore che si vedono e si apprezzano solo quando vi si è in simbiosi, come può esserlo uno che abiti qui da sempre.

Non so se questo paesaggio potrebbe piacere ad uno straniero. Su questo stesso punto si è interrogato lo scrittore polacco del periodo fra le due guerre Juliusz Kaden-Bandrowski:

“Lo troverà armonioso il fatto che qui la strada si stende dritta e un attimo dopo serpeggia, e sparisce confondendosi coi margini del prato? Gli piacerà che lì alberi e qui capanne col tetto di paglia che conducono a piccole salitine;  e in cima alle salitine si vede un ruscello contorto e sussurrante, che scorre a stento anche se non deve superare nessun ostacolo perché dietro di lui di nuovo sonnolenta pianura, avvolta da vasti cespugli come da un basso fumo oscurato? Ecco, un tipo di veduta che non vuol né cominciare né finire in nessuna forma. Su tutto pioviggina, la nebbia si attacca dove può”

Questo in autunno. Ma ci sono anche le altre stagioni. Ognuna di essa ha il suo fascino e i suoi colori.

Bisogna riguardare attraverso questi colori per tutto l’anno: bisogna vedere quando in primavera fioriscono i lillà, quanto fitti sono gli alberi che s’intrecciano d’estate, l’oro e la foschia dell’autunno e infine il bianco manto della neve, sul cui sfondo i salici piangenti coi rami tagliati sembrano fanciulle durante un passo di danza. Quanto è dimessa la bellezza di questo paesaggio a quattro dimensioni, ma quanto è durevole e profonda!

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Il paesaggio di questa terra è una fenomenale introduzione alla musica di Chopin. Chiunque voglia davvero penetrare nello spirito di questa musica, capire quanto profondamente sia legata alla Polonia deve fare esperienza di questo “tono blu” – come lo chiamava Eugene Delacroix – comune al paesaggio polacco e alla musica di questo artista. Il pittoresco di questo paesaggio non salta subito agli occhi: è pianura, liscia pianura. Non ci sono qui altipiani e avvallamenti. L’orizzonte è lontano, ma monotono. Il corso tortuoso del fiume Bzura o del torrente Utrata, di casa qui vicino a Chopin, passa attraverso prati spianati.

Ad ogni sguardo si vedono o alberi isolati, vecchi ed alteri, o bassi cespugli. Si vedono vecchie casupole nascoste sotto gli alberi, ammuffite ma recanti testimonianza di una cultura ormai passata; si vedono fino al limite dell’orizzonte campi lavorati: campi di grano, di segale, di avena, di grano saraceno, oppure le foglie color smeraldo delle barbabietole.

Della campagna polacca, di questi “campi variegati”, di quei posti in cui “si stagliano silenziosi gli alberi di pero” ha scritto magnificamente Mickiewicz. Ma Micziewicz non conosceva la Polonia profonda, non era mai stato in questo Mazowsze nostalgico, su queste pianure da cui Varsavia emerge come un fiore.

E Chopin nacque proprio qui. Certo, ogni sapientone vi dirà che nella realtà trascorse a Żelazowa Wola giusto il primo paio di mesi della sua vita, prima che i suoi genitori si trasferissero a Varsavia. Eppure egli si sentiva legato al luogo in cui aveva visto la luce e spesso ci tornava, insieme alla sua amatissima sorella Ludwika. Da giovanotto sedeva sulle rive di questo ruscelletto, sotto quell’albero, intorno a questo ponticello. Arrivava da Varsavia percorrendo questa strada così tipica, fiancheggiata dai salici. E i salici erano allora uguali ad ora. Anche un paio di settimane prima della partenza per Parigi venne qui da Varsavia, quasi a dire addio a Żelazowa Wola. Forse questo villaggio era per lui una sorta di simbolo della patria rurale. Tutto ciò che adesso vediamo noi, contemplando e meditando su quest’angolo del Mazowsze, anche lui lo vide, anche lui lo amò; anche lui abbracciò quest’umile bellezza. La salutò in quei giorni autunnali nei quali si mosse “en passant par Paris”, in un viaggio che doveva diventare una partenza senza ritorno alla volta di un illusorio vello d’oro.

Forse era proprio questo il paesaggio che aveva negli occhi Chopin, quando scrisse nel 1848 da Edimburgo al suo amico Grzymala: “E invece non penso affatto alla moglie, ma a casa mia, a mia madre, alle mie sorelle. Possa Dio farle stare sempre di buon animo! E nel frattempo, che fine ha fatto la mia arte? E dove ho lasciato andare in rovina il mio cuore? A stento ricordo come cantano in Patria”. Non soltanto vedeva il paesaggio con gli occhi dell’anima, ma ricordava anche un canto, forse proprio qui udito per la prima volta.

Perché è proprio il canto di questa pianura che troviamo nelle mazurche e nei notturni di Chopin, ovunque dove questa terra vi ha impresso la propria immagine.

La vita, la grande cultura, le vicende tormentate e la grande opinione che Chopin ebbe sempre della propria missione complicarono e velarono con la nebbia della lontananza questi paesaggi. La grande produzione di Fryderyk ebbe luogo lontano da Żelazowa Wola. Vedute di capitali magnifiche, viaggi ed esperienze produssero altre impressioni. Ma se verso la fine della vita, nella lontana e fredda Edimburgo, i pensieri tornavano “alla casa, alla mamma, alle sorelle” allora è lecito pensare che ritornava anche il remoto paesaggio del villaggio natale. Questi alberi, questi cespugli, questi specchi d’acqua che adesso riguardiamo con commozione. E quando oggi ascoltiamo o suoniamo le ultime mazurke, scritte poco prima di morire da Chopin, sentiamo in esse una nota lontana dei canti che si suonavano in patria. Filtrate attraverso il prisma della lontananza e della nostalgia, attraverso tutte le complicazioni della vita, ormai lontane dalla semplicità contadinesca, esse nello stesso tempo e senza dubbio sono legate a questa terra e da questa terra provenienti.

La casetta, salvatasi per miracolo nel corso di tanti anni nei quali tra l’altro servì da stalla e da porcile, ha cambiato enormemente la propria fisionomia.

“Beata semplicità! – scrive Kaden-Bandrowski – metà dependance è data in prestito agli animali e dà rifugio a mucche, galline e maiali; nell’altra metà vive accampata la famiglia del proprietario”.

Bisogna in effetti stupirsi di come si sia riusciti a riscattare questo posto da una simile incuria. La piccola dependance si è trasformata  in una tipica palazzina polacca, i cui interni tanto modestamente belli sono ispirati allo stile di arredamento allora in voga in Polonia. In realtà non c’è neanche un mobile o un oggetto che provenga davvero dall’abitazione degli Chopin: eppure quando riguardiamo da una stanza all’altra attraverso la porta aperta, quando vediamo da lontano la sagoma del pianoforte abbiamo l’impressione che lui sia qui, che cammini entro queste mura e che quando non c’è nessuno si sieda alla tastiera e riprenda le sue improvvisazioni, liriche o drammatiche.

E quando nella stanza in cui nacque vediamo questo enorme vaso traboccante di fiori o di foglie, ci sembra che non sia un vaso ma una sorgente incorniciata da cui sgorghi un ruscello dorato, il ruscello inesauribile della sua musica.

A questo ruscello arrivano persone da tutto il mondo per attingerne e bere questo vino inebriante. Nulla è più commovente della vista delle persone che nelle domeniche d’autunno o d’estate circondano questa umile casa ascoltando i concerti. I più grandi pianisti del mondo considerano un grande onore poter suonare in questa casa, poter rendere omaggio a questo luogo suonando qui una composizione di Chopin.

E la casa è allora circondata dagli ascoltatori. Nuovi e antichi: nuovi, quelli che hanno appena avuto la loro iniziazione al mondo meraviglioso creato dal genio di Chopin e antichi, quelli per cui questo mondo è già nei ricordi. Nei ricordi di tutta la vita, nei ricordi di esperienze indissolubilmente legate a questa musica. E a volte anche nei ricordi dei tempi nei quali la musica di Chopin era proibita e risuonava in piccole, segrete camerette, in piccole sale in cui era ascoltata solo da una manciata di persone, per testimoniare non solo la grandezza della nostra cultura ma anche che non è possibile soffocare la vita di un popolo. Perché questa bella musica è servita anche come appello alla battaglia: non a caso Schumann ne parlava come di cannoni celati dai fiori.

Prendendo parte ai concerti domenicali, nonostante il numeroso e composito pubblico che ci circonda, potremmo ripetere le parole del marchese de Custine dirette proprio a Chopin: “Ascoltandola, ho sempre l’impressione di trovarmi da solo a solo con lei, forse anche con qualcuno migliore di lei: o almeno con la sua parte migliore”.

Una delle più grandi attrattive di Żelazowa Wola è proprio questa: che qui ci si sente sempre “da soli a soli” con Chopin.

Se a volte, nella fretta degli eventi quotidiani, pressati da piani e incombenze che non sempre possono essere realizzati con competenza e precisione; se talvolta sommersi da un diluvio di manifestazioni culturali non pochi delle quali sono accadimenti superficiali e irritanti ci capita di dubitare dell’importanza di portare la cultura alle masse, basta andare ad uno dei concerti domenicali a Żelazowa Wola per riguadagnare fiducia sia nella cultura polacca sia nella sua capacità di penetrazione in profondità negli strati sociali.

Chi ascolta Chopin in questo modo è in grado, al di sopra degli avvenimenti esterni, delle piccole sconfitte quotidiane, al di sopra delle minute miserie e degli insopportabili problemi, di distinguere ciò che nella vita c’è di più profondo e di più prezioso.

A Żelazowa Wola ci si può convincere visivamente quanto importante sia la grande arte in quanto il più forte legame di cui dispone una nazione, in quanto roccia e fondamento. La poesia di Mickiewicz, la musica di Chopin sono per i polacchi questa roccia. Guardiamo con stupore e tenerezza a questa casetta – quintessenza di polonità – che sembra navigare come una barchetta sul verde del parco seminato qui da una mano attenta: parco che ha voluto essere degno della musica di Chopin.

Insieme ad altri veniamo qui a rendere omaggio a un grande artista. Ci fermiamo sulla soglia, intimiditi e incantati dalla semplicità di questo luogo.

Ogni casa va verso la stessa meta di pellegrinaggio / tra le altre case sembra così ordinaria / da questa stanza sei partito per il mondo / Anche i re magi hanno seguito la stella cometa fino ad un’umile mangiatoia.

Così dice il poeta e noi ci chiediamo per un attimo: quando questa casa e questo parco sono più belli? In autunno, in estate, in primavera?

In primavera le giovani foglie dei castagni, quasi gialle, pendono sulla casa come ali di farfalle appena volate via dal bozzolo. La fioritura rosata del ciliegio giapponese è come una nuvola che al tramonto passi sopra il tetto della casa, ed è tanto delicata nelle tinte quanto la più incantata melodia, quanto un passaggio etereo che cada sui tasti bianchi e neri.

D’estate sull’acqua fioriscono i gigli bianchi e gialli, le loro foglie piatte servono da zattere verdi alle libellule . I riflessi della vegetazione acquatica si specchiano nell’acqua come ritornelli di canzoni. L’estate a Żelazowa Wola è piena di suggestioni delle composizioni chopiniane più mature. Soprattutto al tramonto l’acqua ha il profumo degli arpeggi della Barcarola, gli alti tronchi d’albero si ergono con la stessa uniformità e precisione delle prime battute della Ballata in fa minore. E tutti questi mormorii e questi profumi ci provocano lo stesso leggero stordimento di quando – in concentrazione e grande riflessione – ascoltiamo le battute, le ondate ascendenti e discendenti di questa musica unica al mondo.

D’autunno le suggestioni sono multiformi. È la stagione dei festini di nozze nei villaggi, e talvolta capita che arrivi qui, sui ricami dorati degli alberi, sui taciturni prati, qualche nota di violino che ci ricorda come in fondo siamo nella terra natale della mazurka. Quando percorriamo i vialetti del parco, quando passiamo sul ponticello col suo bell’arco, ci frusciano sotto i piedi le foglie cadute. Foglie che “raccontano” tutti gli eventi passati come quelle indimenticabili terzine del finale della Sonata n. 2, foglie che col loro secco crepitare richiamano alla mente tanti pensieri, tanti ricordi, tanta musica. Guardiamo i rami spogli e mormoriamo la canzone:

Cadono le foglie dagli alberi,

che lentamente erano cresciute…[2]

e cominciamo a comprendere la mortale malinconia di quell’uomo che moriva nella lontana Parigi e ricordava a stento “come cantano da noi, in patria”.

Ma la stagione più bella dell’anno qui, vi assicuro, è l’inverno. Guardate. La casa dorme avvolta nella neve. Gli alberi si trasformano in gemme di cristallo. Sembra che suonino come i sonagli d’argento che una volta si mettevano al collo dei cavalli. Ma non ci sono più cavalli, né le slitte, né le pellicce, né tantomeno le belle donne avvolte in quelle pellicce. Non c’è Maria Wodzinska, né Delfina Potocka, non c’è nemmeno la prima di tutte, Kostancja Gladkowska. Non c’è la mamma, non ci sono le sorelle, c’è un tale grande silenzio. Tutto è passato.

E solo lui abita qui, da solo cammina per queste stanzette. La musica sommessa del suo pianoforte fronteggia la neve e i venti e li zittisce. Lei sola esiste.

E quando ti trovi davanti a questa casa in un giorno del tardo inverno, quando guardi a quel tetto rotto, ai rami nudi e alle finestre scure all’improvviso ti senti da solo a solo.

Da solo a solo con Chopin.



[1] Iwaskiewicz fa qui riferimento a Mily Balakirev (1837-1910), grazie al cui impulso fu possibile erigere nel 1894 un obelisco commemorativo nel luogo natale di Chopin.

[2] Sono i primi versi del canto “Leci liście z drzewa”, musicato da Chopin come op. 74 n. 17, su testo di Wincent Pol.

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