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W.A.Mozart, Sonata in do min. K457

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W.A.Mozart, Sonata in do min. K457, 5.0 out of 5 based on 1 rating

W.A.Mozart, Sonata in do min. K457

 

La Sonata in Do minore K. 457 è in assoluto una delle pagine più misteriose e drammatiche dell’intera produzione mozartiana.

Sono ben tre in misteri che avvolgono questa pagina pianistica.

In primis cosa significa questo buio questo dramma in un anno, il 1784,[1] la cui produzione rifulge di una luce avvolgente e radiosa anche se in molti casi ammantata dal dolore e dalla nostalgia. Poi, perché il manoscritto sparì e fu ritrovato solo nel 1990 a New York? E infine perché è sparita una lettera scritta ad ottobre del 1784 nella quale Mozart spiegava questa sonata ed il rapporto con la Fantasia nella stessa tonalità K. 475? Va detto che in quel periodo Mozart improvvisamente lascia la sua abitazione per alloggiare in un appartamento ben più modesto e questo trasloco avviene anche in modo molto rapido.

Cosa accadde realmente non lo sappiamo con precisione, fatto sta che qualcosa deve essere avvenuto e guarda caso in quello stesso periodo Mozart compone questa sonata. Ora voglio dire che almeno nel caso di Mozart non ho mai creduto che aspetti riguardanti la sua vita privata abbiano influenzato la sua opera in modo totale come avvenne invece nel periodo romantico, diversamente non potremmo spiegarci pagine di una stessa opera che alternano momenti di enorme gioia ad altre di spaventoso dolore e sofferenza (penso ad esempio al concerto K.271 o alla giovanile sonata K. 280).

Mozart sapeva gestire il sentimento e le emozioni in musica perché fin da piccolo le aveva vissute tutte e quindi per una volontà di varietà musicale riusciva a essere sempre convincente in ogni sua manifestazione artistica. Ma qui c’è dell’altro, le tinte cupe fosche drammatiche, le pause, gli accordi, soprattutto nel finale, quasi strappati con violenza, indicano uno stato d’animo angosciato, agitato, timoroso, il tutto in un contesto che sembra anticipare per alcuni versi il primo movimento della sonata op. 31 n.2 di Beethoven, nella quale si alternano momenti di tensione ad altri di calma apparente e comunque permeata da un forte senso di attesa angosciata, quasi un lamento una supplica come nei “recitativi” ad libitum presenti in entrambe le opere. Va anche detto, e non è un fatto secondario, che la Sonata è dedicata a Theresia von Trattner figlia dell’allora proprietario di casa, quella casa che appunto la famiglia Mozart dovette lasciare, come detto, in tutta fretta. C’era un motivo? Che rapporti esistevano realmente tra i due e soprattutto cosa provava Mozart per la giovane Theresia? Fatto sta che del nutrito epistolario dell’epoca noi di quei giorni non abbiamo più nulla.

Il primo movimento pone già un grosso quesito. Sul manoscritto ritrovato infatti è indicato Allegro, nell’edizione stampata invece “Molto Allegro”. Considerando il carattere del brano è chiaro che si fa riferimento più a un’urgenza espressiva che non a un’indicazione vera e propria di tempo, anche perché Mozart su questo era molto preciso. Se voleva tempi rapidi scriveva Allegro assai, o Presto,ma non di più, quindi quest’ aggiunta potrebbe essere legata in qualche modo alla Fantasia che appunto introduceva la Sonata nell’edizione Artaria del 1785.

La Sonata si apre con un grande gesto di sapore sinfonico in stile Razzi di Mannheim,[2]che sembra alternare a una domanda perentoria degli archi una risposta a sua volta dubbia dei fiati da cui ripartono di nuovo gli archi per essere chiusa definitivamente dai fiati. Il tutto (le canoniche 8 battute) in un gioco di una lucidità ed una nettezza impressionante.

Molto allegro

 

Il pedale di dominante che segue è, se vogliamo, ancora più drammatico; ancora un linguaggio chiaramente sinfonico si avverte nei bassi minacciosi e in una frase ineluttabilmente cromatica che si ripete due volte a distanza di un’ottava quasi a voler confermare questo dolore lacerante.

pedale

 

Il secondo tema è composto da due frasi dal carattere più sereno ma solo in apparenza perché il tutto si chiude su una serie di arpeggi che scende fino a un registro limite della tastiera dell’epoca quasi a pescare nell’abisso una soluzione che non si trova, perché l’esposizione finisce su una dominante insoluta e il silenzio che ne segue è impressionante

Lo sviluppo parte dalla fusione del primo tema e del secondo per approdare a una sezione centrale che è vero e proprio fuoco dinamico nella quale le terzine della mano sinistra sembrano dare l’energia al tema della destra che ripropone in diverse tonalità il primo tema che con la sua incessante proposizione sembra evidenziare ancora di più quel carattere tipico da razzo di Mannheim.

Nel secondo tempo, un meraviglioso adagio in Mi bemolle, Mozart ci presenta un vero e proprio capolavoro del genere, sia per bellezza melodica che per struttura formale. Questa è una pagina cantabile ma allo stesso tempo parlante con momenti di finezza incomparabile espressa attraverso una scrittura pianistica che anticipa certi stilemi che ritroveremo ad esempio nei notturni di Chopin.

In 4/4 la pagina si apre con una frase molto cantabile che sembra prepararci a un lungo discorso, ma che invece, dopo solo una battuta, si arresta per continuare in modo contrappuntistico e ricominciare da capo per poi, esattamente allo stesso modo, fermarsi di nuovo e concludersi su una quartina di biscrome cromatiche quasi supplicanti.

biscrome

 

Mozart riprende poi sulla dominante con un episodio cullante che contiene la cellula in biscrome trovata prima che a imitazione accentua il suo carattere parlante, per poi dispiegarsi su una nuova frase di grande lirismo che si concluderà 7 battute dopo con una modulazione cromatica di grande effetto drammatico per poi ritornare al primo tema. Dopodiché inizia un nuovo episodio, forse il più intenso di tutti, che Beethoven prenderà a modello per il secondo tempo della sua sonata op. 13 il celebre Adagio cantabile.

Adagio Cantabile

Ed è all’interno di questo episodio che Mozart presenta per ben 3 volte in meno di due battute delle “volatine”, come vengono in gergo definiti passaggi da eseguire con estrema rapidità. Tre scale ascendenti e discendenti che conducono, dopo una mirabile modulazione, al tema, ma in sol bemolle maggiore, e qui inizia un canto dolce, straziante, appassionato, che si concluderà su un pedale di sol maggiore che, seguito da una scala cantabile di biscrome, riporterà al primo tema con ancora delle variazioni melodiche.

Va detto che come in tutta la sonata ci sono versioni diverse tra l’autografo e la prima edizione e infatti anche in questo Adagio abbiamo, alla battuta 36, una versione diversa tra la due fonti, più cromatica al basso nella prima edizione.

La Sonata si chiude con un altro abisso della tastiera toccato in modo sorprendente così come avvenuto nel primo tempo e come avverrà in modo ancor più impressionante nel finale. A battuta 52 infatti, dopo un’ altra “volatina” discendente, Mozart tocca al basso i punti estremi della tastiera dai quali risale in modo meraviglioso con l’ultima velocissima scala che però, come le precedenti, deve essere considerata sempre in stile vocale e quindi mai eccessivamente rapida, si tratterebbe di uno sfoggio di virtuosismo che in Mozart non avrebbe senso almeno in un contesto simile.

Il finale, Allegro assai[3], è di sicuro la pagina più lugubre e buia di tutta la Sonata, ma anche tra le più angoscianti e drammatiche di tutta la sua produzione strumentale, e provoca una vera e propria inquietudine: ritmi sincopati, pause, incisi frantumano il pezzo che appare come un respiro affannoso che non trova pace nemmeno nelle battute terminali del brano che sono anzi le più violente. Più volte troveremo questi accenti di perdita della speranza e di fatalismo nelle successive composizioni dell’autore.

Non ritroveremo più il tono irruente con cui questa angoscia viene fatta emergere dal più profondo dell’animo. Un tema scarno, debole, misterioso, angosciato, su un basso mobile che sembra salire a fatica per poi ripiegare su se stesso fin quando, come una furia arriva un nuovo episodio violento, perentorio, sulla dominante con quattro Sol in ottava ribattuti che si chiude su un accordo di settima seguito da una pausa con un punto coronato (aspetto questo che rende il tutto ancora più terrificante, soprattutto se si considera che questo episodio si ripete esattamente allo stesso modo per poi concludersi su un accordo perfetto di settima che prepara il secondo tema al relativo maggiore).

finale

Il secondo tema, pur avendo carattere più disteso, resta nella sua struttura melodica inquieto, anche per la presenza di un passaggio ostinato che trascina di nuovo il discorso verso le parti estreme dello strumento toccandone di nuovo i limiti. E qui ancora una volta lo studio del manoscritto è illuminante perché, confrontandolo con la prima edizione , si nota subito che sia nel passaggio in questione, alle battute 92-96 e soprattutto in quelle, al limite dell’assurdo, dell’ultima pagina (battute 291-309), la revisione della prima edizione sembra aver voluto ridimensionare il tutto in un contesto di “normalità” esecutiva.

Francamente, a livello personale, da quando sono venuto a conoscenza del manoscritto, ho sempre preferito eseguire la versione originale, che trovo sconvolgente, nonostante le vere e proprie acrobazie richieste, perché le braccia s’incrociano inseguendo i limiti estremi della tastiera ma in direzione contraria, cioè la destra verso il basso e la sinistra verso l’alto! Tutto questo non poteva che avere un significato che va al di là della semplice, per quanto straordinaria, sperimentazione strumentale. Sembra anticipare quanto avverrà in un passaggio dell’Arietta della 111 di Beethoven, sebbene le braccia si muovano nella direzione tradizionale, dove sembra che il compositore voglia trascendere i limiti stessi della tastiera alla ricerca di una dimensione e di una sonorità presente probabilmente nel suo solo pensiero. Inutile sottolineare che tutto questo è di una modernità impressionante.

Sonata

Tutto il finale procederà in questo modo, senza luce, senza speranza, ma con tantissimi interrogativi che toccano l’apice in una sorta di recitativo alle battute 229-243, nelle quali credo avvenga il vero e proprio miracolo della pagina! Il tema, ridotto alle prime 4 note, si presenta per ben 4 volte come una supplica, fermandosi ogni volta su un accordo con punto coronato, come se Mozart volesse prolungare quel dolore e farlo capire bene. Poi l’abisso! Un procedere come di chi ha davanti a sé un burrone e vuole caderci dentro senza alcun timore e senza esitazione. Due accordi di Do minore di una violenza inaudita chiudono una pagina che solo nella Sonata D.958, anch’essa in do minore, di Schubert troverà una giustificazione.

Questo finale, ma un po’ tutta la Sonata, presenta una scrittura spesso scarnificata che a guardarla fa pensare certe pagine di Alban Berg il compositore che secondo me, insieme a Schubert prima di lui. possiamo definire il testimone dell’arte mozartiana e che risponde a una domanda che molte volte ci siamo sentiti porre: “ Cosa avrebbe scritto Mozart se fosse vissuto di più?” Ecco questo capolavoro mi permette di una suggerire una risposta appunto, la storia della musica è un testimone che passa di mano in mano tra vari compositori e quello di Mozart lo ritroveremo tra le mani di Schubert prima e di Mahler e Berg poi, così come quello di Beethoven lo ritroveremo in Brahms e Webern.

[1] Al 1784 di Mozart è dedicato un mio saggio che sarà pubblicato nell’estate del 2015

[2] termine che sta ad indicare una veloce sequenza ascendente come ritroveremo ad esempio nel finale della sinfonia K. 550 in sol minore a sua volta modello per la prima sonata per pianoforte di Beethoven.

[3] Nell’autografo è scritto Molto allegro

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