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Vijay Iyer, Solo (Act, 2010, Egea Distribution)

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Vijay Iyer, Solo (Act, 2010, Egea Distribution), 5.0 out of 5 based on 286 ratings

Vijay Iyer, americano di origine indiana, laureato in Fisica a Yale e autodidatta del pianoforte, con questo disco si conferma uno dei più originali ed intelligenti artefici del jazz moderno. Non c’è nulla di già sentito in questo suo piano solo: undici tracce, di cui sei cover e cinque composizioni originali, caratterizzate da una carica innovativa prorompente.

L’apertura è affidata a una rielaborazione/rivoluzione ritmica e armonica di “Human Nature”, omaggio al pop di Michael Jackson. Viaggiamo poi immersi nelle dissonanze di “Epistrophy”, di Thelonius Monk. Con un abile gioco di mascheramento del tema, prima solo accennato per pochi secondi, eppure sempre supposto, latente eppure così presente da creare attesa, questa musica ci sorprende, per la sua imprevedibilità, per l’assunzione di direzioni divergenti, non conformi. Iyer applica una metamorfosi profonda anche a “Black and Tan Fantasy”, capolavoro di Duke Ellington del periodo jungle del Cotton Club, catapultandola nella contemporaneità, segno di una riappropriazione dei valori creativi degli standard. E questo accade anche nella seconda composizione di Ellington presente nel disco, “Fleurette Africain”, cupa, misteriosa, riflessiva, come un’introspezione mistica su temi universali.

La capacità di passare da una ferocia espressiva veemente a un lirismo delicato e profondo, in una completezza linguistica che ha il sapore del genio: questa una delle prerogative di questo disco, simbolicamente dedicato ai grandi maestri di Iyer, da Ellington e Monk, appunto, a Sun Ra, Cecil Taylor, Steve Coleman, Andrew Hill.

Tra le composizioni di Iyer “Autoscopy” è quasi un manifesto. Come Iyer spiega in prima persona nelle note di copertina, il riferimento del titolo del brano è a quella possibilità che la musica occasionalmente offre, nell’atto del suonare, di osservare se stessi quasi dall’esterno, sia a livello di gesto che di intenzione. E questa intenzione, mutevole e complessa, ha il dono del trasformismo di brano in brano, in passaggi bruschi e imprevisti dal tonale all’atonale, dal minimalismo alla ridondanza espressiva, da squarci impressionistici, che rimandano a certa musica contemporanea, alla poliritmia tipica della musica indiana, che Iyer non cita come atmosfera tipica, come nota di colore, ma che piuttosto risiede, metabolizzata, nelle strutture compositive.

Pionieristico nel colore e nel suono, ardito nella concezione armonica, intelligente, dotato dell’eccellenza del talento ben coltivato, esempio della perfetta assimilazione della tradizione finalizzata alla rielaborazione, Vijay Iyer dimostra di meritare ampiamente il premio come “musicista dell’anno” che l’American Jazz Journalists Association gli ha attribuito.

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