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Victoria Terekiev, Venti da est (2016 Gega New). Intervista

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Victoria Terekiev, Venti da est (2016 Gega New). Intervista, 4.0 out of 5 based on 5 ratings

Victoria Terekiev, Venti da est (2016 Gega New). Intervista

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Spirano venti da est in territorio musicale. Sono venti che ci portano i colori, i sapori, le atmosfere della Bulgaria di Victoria Terekiev, milanese di nascita, ma cosmopolita nell’anima, con i suoi 3/4 di sangue bulgaro e 1/4 italiano. Questa definizione ritmica di un elemento fisico così personale illumina il legame profondo che Victoria Terekiev ha tessuto con la sua terra di origine, la Bulgaria appunto, e ci dona questo “Venti da est” che esce per i tipi della Gega New.

Il cd contiene brani di tre compositori bulgari del Novecento la cui scrittura è molto differente, accomunati non solo dalla loro origine e dalle radici musicali a cui la Bulgaria è legata, ma anche dagli studi e dalle esperienze maturate all’estero.

I trenta brani di “Venti da est” corrispondono ad altrettante composizioni di Pancho Vladigerov, di cui possiamo ascoltare “Chants e dances bulgare”, di Lubomir Pipkov, con la sua “Bulgarian Suite”, e di Parashkev Hadjiev, con i suoi 19 Studi melodici. Suggestioni e testo musicale profondamente diversi, eppure collegati da un invisibile filo che è una terra con tutta la sua tradizione culturale, quel folklore bulgaro che permea e connota all’istante ogni nota come una precisa appartenenza, laddove la geografia si fa mera indicazione di qualcosa di più profondo che attiene all’essenza della propria formazione.

Victoria Terekiev

Questo medesimo spirito permea l’interpretazione di Victoria Terekiev, che affronta con agilità le insidie di partiture poco semplici all’esecuzione, e si appropria della materia musicale in maniera totale, in un processo di assoluta identificazione. Una profonda sensibilità unita alla raffinata ricerca timbrica che questi brani richiedono e all’esplorazione della ricchezza ritmica che li sostengono sono gli ingredienti che fanno di “Venti da est” il luogo ideale per scoprire, sotto la sapiente guida di Victoria Terekiev, un repertorio affascinante e denso di suggestioni.

Per saperne di più ne abbiamo parlato con la pianista in questa intervista.

Paola Parri: Partiamo dal titolo “Venti da est”. Qual è l’est che ci racconta in questa registrazione? Un omaggio alle sue origini?

Victoria Terekiev: È un omaggio alle mie origini, a tutta la mia famiglia, alla mia prima insegnante bulgara che poi si è trasferita a Milano e alla riscoperta di questo mondo meraviglioso pieno di folklore, di colori, di gioia e anche di un po’ di malinconia.

P.P.: Nel cd sono contenuti brani di tre compositori bulgari vissuti nel ventesimo secolo. Questo repertorio è poco frequentato e dunque poco conosciuto. Chi sono?

V.T.: Parashkev Hadjiev è un compositore vissuto nel Novecento. Ho inciso i suoi 19 “Studi melodici” ed è stato un compositore estremamente prolifico. Come gli altri due compositori di cui ho registrato dei brani in questo cd, Pipkov e Vladigerov, Hadjiev ha perfezionato i suoi studi di composizione fuori dalla Bulgaria.

Ha scritto molto e ha preso spunto dalla metroritmia, cioè da ritmi associati molto particolari, ad esempio 7/8, 11/8, 11/16, che sono i tipici ritmi bulgari. Quelli che un tempo si dicevano “i ritmi bulgari di Bartók” in realtà sono radicati nella tradizione e Hadjiev non scrive solo per pianoforte, ma anche molte opere teatrali e corali per bambini.

Recentemente ho tenuto un concerto a Sofia e ho scoperto che Hadjiev, tra questi tre compositori, in questo momento è forse quello più intrigante, nel senso che ha un tipo di melodia molto moderna, molto legato, per certi ritmi, al tipo di musica ad esempio che oggi fa Bregovic. Se si pensa che le composizioni di Hadjiev sono state scritte negli anni Quaranta e Cinquanta la cosa è abbastanza impressionante. Anche lui prende spunto dalla musica popolare, dal canto popolare, dalla “canzoncina” intesa non in senso dispregiativo piuttosto come piccola canzone che viene poi elaborata ritmicamente.

P.P.: Pipkov, Hadjiev e Vladigerov, tre compositori dal differente stile.

V.T.: Sì, uno stile molto differente. Pancho Vladigerov è forse il più noto tra in tre in Europa dell’ovest. In Italia Vladigerov è conosciuto, anche perché è stato il maestro di Alexis Weissenberg. Rispetto ad Hadjiev è un altro mondo. Nasce alla fine dell’Ottocento e ha una vita molto lunga.

Pianista eccelso e compositore meraviglioso, scrive tantissimo per pianoforte, fa trascrizioni per pianoforte e orchestra e come gli altri studia in Bulgaria e poi all’estero e precisamente a Berlino. Ha lavorato a lungo per il Teatro di Berlino, assumendo questo coté teatrale di grande improvvisatore e imparando cosa possa essere il pianoforte in scena rispetto al pianoforte solista, cosa possa essere un accompagnamento teatrale. Infatti Vladiguerov rispetto a Pipkov e Hadjiev ha uno stile molto improvvisativo, pieno di arpeggi.

Nella sua musica c’è tanto Scriabin, tanto Ravel. C’è molto impressionismo nella sua scrittura. Ho sentito molto queste influenze studiando i suoi pezzi e ascoltando le sue opere più famose, ad esempio la “Rapsodia Vardar”, in cui si sente anche un’influenza ebraica. Sua madre infatti, Eliza Pasternak, era di origine russa ebrea, e io ho sentito molto questa influenza nella sua musica, nelle tonalità, in questo continuo cambio armonico.

Fa molto uso anche della ratchenitza, tipica danza bulgara in 7/8, e del choro, che è il secondo pezzo che ho inciso del “Bulgarian Songs and Dances” op.25. Queste sono le tipiche danze-ballate bulgare delle feste.

Mi piace molto questo repertorio. Ho cercato di fare una ricerca continua sul timbro, dai pianissimo a momenti molto accesi. Chi ha conosciuto Vladigerov me lo ha descritto come una persona molto simpatica. Si metteva al pianoforte con questa mano molto grande e suonava qualsiasi cosa, improvvisava, ed era anche un grandissimo insegnante, come ci conferma poi Weissenberg.

P.P.: Da un punto di vista prettamente musicale esistono comunque dei tratti in comune, dei colori che connotano questa musica come legata profondamente alla Bulgaria?

V.T: Certamente. C’è un legame di colore appunto. La Bulgaria è un Paese che ha tracce bizantine, romane, è un paese antichissimo che contiene tutto, si sente un grande vissuto.

Ho scelto questi 3 compositori perché volevo sottolineare la differenza, ad esempio, della modernità di Pipkov, che ha studiato a Parigi con Marguerite Long e con Paul Dukas. L’Op.2 della “Bulgarian Suite” è proprio uno dei primi pezzi che Pipkov scrive ventenne e fu approvata ed elogiata da Dukas che lo incoraggiò alla composizione.

Il sesto brano della Suite è una ratchenitza, dunque un legame evidente con la danza di cui le parlavo prima, proprio come gli altri compositori. Chiaramente tutti e tre vedono la ratchenitza in maniera differente.

C’è chi la vede in maniera più festosa, chi più infantile tipo Hadjiev che scrive gli “Studi melodici” per gli adolescenti nonostante la loro difficoltà di esecuzione. Questi Studi sono molto più essenziali rispetto alla scrittura di Pipkov e di Vladiguerov nella ritmicità della danza. Il filo conduttore è comunque sempre la tradizione bulgara.

P.P.: Come potrebbe definire l’elemento folklorico tipico della Bulgaria? In che modo questo elemento passa nelle composizioni classiche e in che modo in particolare influisce sulle composizioni pianistiche?

V.T.: Questo elemento lo vedo come un colore rosso in tutte le sue gradazioni. Il folklore è la base di queste composizioni e non solamente per il ritmo, che comunque è fondamentale.

Pipkov ha scritto un trattato sulla metroritmica, in cui sosteneva che soltanto attraverso un accoppiamento di numeri, ad esempio il 7/8 pensato come 5+2 o 2+5, si potesse dare più espressione alla melodia.

Pipkov riteneva che tutti i ritmi binari e ternari che sentiamo nei grandi compositori non concedessero libertà espressiva all’interprete. Quindi Pipkov ha scritto un vero e proprio trattato su come usare questi ritmi, che è una sorta di Tavola di Mendeleev.

P.P.: Una domanda per i pianisti che ci leggono: qual è il livello di difficoltà di queste composizioni da un punto di vista esecutivo?

V.T.: Tosta! Come prima lettura Vladigerov è molto impegnativo. Come le dicevo prima, lui era un grande improvvisatore, nell’improvvisazione ci sono costanti cambi armonici a volte anche all’interno della battuta con bemolli da una parte e doppi bemolli dall’altra, quindi è un pianismo molto difficile e soprattutto scomodo. Le 3 danze di Vladigerov sono difficili e scomode da suonare.

Pipkov è più difficile a livello interpretativo, perché essendo molto intellettuale occorre ragionare sulla sua essenzialità, sulla sua concretezza. Pipkov è stato un grandissimo intellettuale, è stato Presidente dell’Unione dei compositori bulgari, scriveva, era un giornalista, un critico, una figura di grande rilevanza.

Anche tra gli “Studi melodici” di Hadjiev ce ne sono alcuni veramente duri da eseguire, perché c’è un continuo incrocio delle mani da effettuarsi in grande velocità. Sembrano molto facili all’ascolto, ma non lo sono nell’esecuzione. Io sostengo poi che nelle cose più semplici, ad esempio i primi 3 Studi melodici, c’è poi la difficoltà di trovare la giusta interpretazione. È stato un lavoro che mi ha appassionata molto.

P.P.: Lei dedica questa registrazione a Stefka Mandrajieva, la sua maestra di pianoforte. Un suo ricordo e, poiché lei stessa è docente, una sua riflessione su cosa, nella sua opinione ed esperienza, è imprescindibile nella trasmissione dei saperi musicali agli allievi.

V.T.: Ho un ricordo meraviglioso di questa insegnante, con cui comunque ancora oggi prendo il caffè, un ricordo sulla linea musicale. Non era ossessionata con le cadute, con l’articolazione, con gli aspetti tecnici in generale. Se lei mi ha fatto innamorare in assoluto del pianoforte è stato grazie al suo approccio immediato alla melodia.

“Canta”. Questa è stata la prima cosa che lei mi ha detto. Mi faceva leggere tantissimo, in genere una lettura a prima vista ogni lezione, e questo è stato una fortuna per me, perché mi ha facilitata molto. Mentre magari troviamo delle scuole in cui ti mettono al pianoforte e come prima cosa ti chiedono di mostrare una caduta, il peso, la scuola dell’Est Europa è completamente diversa. Certamente ti fanno lavorare molto tecnicamente, ma lo fai attraverso i brani, lavori subito sul suono.

P.P.: Purtroppo oggi ai concerti il livello dell’età media del pubblico è alquanto elevata. Riscoprire compositori o valorizzare la letteratura pianistica poco eseguita che ruolo può avere nel rinnovare l’interesse per la musica colta?

Come si forma il pubblico del futuro?

V.T.: In realtà io trovo che la situazione oggi sia migliorata, vedo molti giovani ai concerti. A parte i miei studenti, che naturalmente sono interessati direttamente, penso che comunque ci siano giovani che amano ascoltare questa musica.

Per rinnovare l’interesse forse occorrerebbe cambiare un po’ i programmi dei concerti. Io sento tante Sonate di Beethoven, tanti Studi di Chopin, un repertorio meraviglioso, ma bisogna riuscire assolutamente a uscire da se stessi e guardarsi intorno. Guardiamoci intorno e scopriamo che accanto a noi, a 1000 chilometri, c’è un mondo meraviglioso.

 

 

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