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Un’estate in Polonia – Irene Veneziano suona il Notturno op. 15 n. 1 di Chopin (di Gaetano Roberto)

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Irene Veneziano al pianoforte
Un’estate in Polonia - Irene Veneziano suona il Notturno op. 15 n. 1 di Chopin (di Gaetano Roberto), 5.0 out of 5 based on 289 ratings

Oggi vi proponiamo uno scritto del nostro amico Gaetano Roberto, che ha condiviso con noi delle sue impressioni ed emozioni su uno dei brani più celebri di Chopin nell’interpretazione di Irene Veneziano.

Gaetano si presenta a noi così:

Qualche nota su di me:
44 anni, originario di Nola (NA), da una dozzina d’anni vivo in Lombardia.
Sposato con Justyna, 0 figli, 2 gatti, Eugenio ed Ella.
Ingegnere informatico, mi occupo di database administration in una banca.
Nel tempo libero (sempre poco, ahimè) mi interesso di musica, letteratura, cinema, con un occhio di riguardo per quanto in questi tre campi è stato ed è prodotto in Polonia.

Le foto che vedete in questo articolo sono dello stesso Gaetano.

Un ringraziamento speciale a questo amico e buona lettura!

Un’estate in Polonia – Irene Veneziano suona il Notturno op. 15 n. 1 di Chopin (di Gaetano Roberto)

La luce meridiana della piena estate polacca ha una qualità che poco si presta ad essere espressa in parole.

Se si ha la fortuna di trascorrere qualche giorno soleggiato, in luglio o agosto, nella campagna polacca del Mazowsze (la regione di Chopin) si potrà farne l’esperienza diretta. Nelle ore del pomeriggio, la luce assume una tinta dorata che si riverbera nel giallo-verde della campagna e viene vieppiù evidenziata dal contrasto con l’azzurro del cielo. E oltre al colore così speciale, l’altro effetto particolarissimo è dato dal venticello che spesso soffia leggero e muove erba, spighe e rami degli alberi producendo un continuo gioco di ombre in movimento.

Immagini cinematografiche di questa luce tanto peculiare sono state catturate da molti registi: basterà citare il Wajda di “Kronika wypadków miłosnych” (Cronaca di avvenimenti amorosi, 1986, fotografia di E. Kłosiński: in tutto il film la luce è quasi un altro protagonista) o della sequenza finale di “Pan Tadeusz” (1999, fotografia di Paweł Edelmann) ; o ancora le sequenze di paesaggio presenti in tanti film di J. J. Kolski, “Jasminum” (2006, fotografia di Krzysztof Ptak) e “Historia kina w Popielawach” (Storia del cinema a Popielawy, 1998, fotografia di Krzysztof Ptak) su tutti.

Ma – per quanto paradossale possa sembrare – è possibile vivere anche un’esperienza sonora  di questa luce: può accadere se la giusta musica si trova a prender vita nelle mani giuste.

Ad esempio il primo dei Notturni op. 15 di Chopin suonato da Irene Veneziano.

Se ne ascoltiamo l’incipit, la prima sensazione non è di melodia, accompagnamento o timbro: è proprio di luce, di luce dorata. Ed è una luce estremamente vibratile, perennemente cangiante: basta notare il sottile rubato con cui vengono rese le prime cinque battute:

 

o la  differente microdinamica con cui viene enunciata la melodia tra l’inizio e la ripetizione variata che inizia a battuta 8, e in particolare lo squisito effetto quasi di eco con cui viene resa la figurazione in abbellimento alle battute 8 e 9, che Chopin marca “delicatissimo“:

Ed è la stessa luce, questa volta stagliantesi dal grigio acciaio di un cielo in tempesta, che ritroviamo anche nella sezione intermedia (“con fuoco“) del Notturno.

E qui va subito messo in evidenza un particolare estremamente prezioso ma che rischia di passare inosservato: nello stacco tra le due sezioni, a battuta 24 Chopin segna una pausa coronata.

Posta com’è in questo snodo, essa rappresenta una responsabilità per l’interprete, perchè una pausa troppo breve rischia di annegare le ultime battute della prima parte sotto il diluvio di note che sta per scatenarsi, mentre una pausa troppo lunga introduce uno iato che nuoce alla comprensione dell’unitarietà della struttura. La pausa realizzata da Irene Veneziano ha una durata semplicemente perfetta, e basta accorciarla o allungarla mentalmente per rendersene conto. Si può, e si deve, fare musica anche col silenzio.

Inoltre questa sezione intermedia evidenzia una volta di più una delle caratteristiche peculiari del pianismo di Irene Veneziano: la formidabile capacità di cogliere e rendere ciò che Leopold Mozart chiamava “il filo” della composizione: notiamo come l’affannosa melodia  non venga mai travolta dal martellante accompagnamento cui è unita, e allo stesso tempo come il suo carattere trascolori dalla selvaggia energia delle battute 25-32 (e successivamente 37-44):

allo sbigottimento delle battute 33-36 (e successivamente 41-44):

per diventare implorante nel passaggio alla mano destra alle battute 45-48, subito prima della ripresa:

Ripresa che come un balsamo scende, col suo ritmo cullante, a ripristinare la pace e il clima di sogno dell’inizio.

Non si può esprimere a parole la qualità della luce dell’estate polacca, e non si può esprimere a parole quante emozioni siano racchiuse nella palpitante levità con cui Irene Veneziano stacca questa ripresa, che interpretata così ha la fragranza di certi passi di Schubert (e sia detto per inciso: la quantità di suggestioni extrachopiniane che – senza cedere nulla a una resa stilisticamente impeccabile – è possibile cogliere nello Chopin di questa pianista è una delle prove più evidenti dell’ampiezza e lucidità del suo sguardo):

 

E nella chiusa, in cui in tre battute Chopin partendo dal pp inanella le indicazioni “diminuendo”, “rallentando”, “smorzando”, Irene Veneziano fa letteralmente evaporare la musica:

Molto ci sarebbe da dire proprio su queste ultime battute, paragonando ad esempio il carattere assorto, contemplativo e pieno di speranza di questa lettura (cui sembra attagliarsi il motto eliotiano in my end is my beginning) all’esito di definitivo spegnersi che ne trae Artur Rubinstein nella sua versione del 1965, forse l’unica insieme a quella di Richter che possa stare alla pari con questa.

La luce dell’estate polacca ti si insinua sottilmente dentro e ti rimane nella mente e nel cuore. diventa un retaggio prezioso per i momenti di buio e grigiore.

Lo stesso succede con questo Notturno suonato in questo modo: diventa una inestimabile testimonianza di cosa possano diventare dei segni inerti tracciati sulla carta quando un’artista  del livello di Irene Veneziano trasmette loro un soffio di vita.

 

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