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Una “battaglia” di colori per una nuova esperienza musicale!

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Una “battaglia” di colori per una nuova esperienza musicale! Intervista a Stefano Battaglia

a cura di Grazia Distefano

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Metronomi sparsi sul palcoscenico a ricordare i diversi ritmi della vita, percussioni sfiorate e sfregate, una grande tela con 9 colori e un pianoforte gran coda coperto da un drappo plastificato: è la performance che Stefano Battaglia, Michele Rabbia e Gabriele Amadori portano all’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma. È una sperimentazione di suoni che si sommano a emozioni, che si materializzano nei colori: la pace e la calma del verde, la solarità dell’arancio, la leggerezza del turchese, la tensione e la forza del rosso, l’inquietudine del giallo, la gravità del blu. Ogni colore corrisponde alla sonorità di uno strumento, a un carattere della musica, a una sensazione, a un’idea, e la “partitura” pittorica si realizza in relazione con lo svolgimento della musica, traducendo i suoni in colori. La sperimentazione dei suoni del jazz e della musica contemporanea si fondono con l’esperienza del Teatro Totale dove il Gesto, il Colore, il Suono sono tutti protagonisti della performance.
Nove colori in nove movimenti è il titolo dell’opera per pittura, percussioni e pianoforte preparato. Ed è proprio con Stefano Battaglia, pianista e compositore di prestigio a livello internazionale, che abbiamo incontrato poco prima del concerto nel backstage della IUC, che spieghiamo come un pianoforte riesca a inserirsi in una tale esperienza.
Grazia Distefano: Stefano, cosa si intende per pianoforte preparato?

Stefano Battaglia: Il pianoforte preparato è uno strumento con un suono trasfigurato, cioè non propriamente il suono così come lo conosciamo. Tecnicamente è necessario separare i cori della singola nota, che di solito sono tre o due, e fare uscire il pianoforte dal temperamento, ottenendo perciò dei suoni completamente diversi…suoni di tamburo o di strumenti a corde suonati a plettro.

G.D.: Vai in giro con il tuo pianoforte nei concerti che necessitano di questo tipo di strumento?

S.B.: No, questi meccanismi sono preparati ogni volta sul pianoforte che trovo nella sala da concerto…per esempio quando voglio ottenere dei suoni di tamburo, sfruttando la percussione delle arpe basse del pianoforte, utilizzo o gomma o legno nella parte dell’arpa dove ci sono le corde grosse.

G.D.: Ogni accordatore sa fare questo tipo di lavoro che tu chiedi?

S.B.: No. Lo faccio io.

G.D.: Quindi tu sei accordatore del tuo strumento!

S.B.: Sono preparatore, non accordatore, dello strumento. Il disagio della preparazione è che se io preparo il pianoforte nella prima parte del concerto molto spesso il temperamento viene meno, nella seconda parte del concerto. Questo succede perché allargando i cori delle note oppure usando del materiale per separare le corde gravi dell’arpa bassa, molto spesso l’accordatura si muove. Riesco a ovviare a questo inconveniente preparando lo strumento nella parte conclusiva del concerto così non ho il disagio della scordatura.

G.D.: Stefano Battaglia è un musicista di formazione classica. Come si arriva dal classico all’improvvisazione? Forse la parola “improvvisazione” può dar l’idea che si studi meno rispetto al classico…

S.B.: Sicuramente no! Come tutte le cose dipende dall’ambizione: si può improvvisare come gesto liberatorio e non avere ambizione di qualità ma per improvvisare in senso sublime, con aspirazioni di qualità oggettiva, si devono avere invece delle nozioni concrete di composizione. Perché quando si improvvisa completamente una musica lo si fa avendo consapevolezza di vari tipi di armonia, secondo lo stile e il linguaggio che si sceglie per comunicare.

G.D.: Si può insegnare l’improvvisazione?

S.B.: Eh si, certo! Io, dal 1996 circa, ho costruito una sintassi attorno allo studio dell’improvvisazione perché, secondo me, la cosa molto importante, e anche urgente, da recuperare è proprio la prassi improvvisativa, che tutti i musicisti avevano fino alla fine dell’Ottocento.

G.D.: Dove insegni?

S.B.: Insegno a Siena: svolgo corsi di improvvisazione e laboratori di ricerca che si chiamano “Laboratori di Ricerca Permanente Musicale”. E poi ogni due – tre mesi circa, faccio delle masterclass nelle università di Vienna, Linz, Goteborg seguendo lo stesso format dei Laboratori di Ricerca che svolgo nella scuola italiana.

G.D.: Parliamo del progetto “Nove colori in nove movimenti” che stasera eseguirete sul palcoscenico della IUC. É la musica che va “a tempo di pittura” o viceversa? Vi guarderete con il percussionista e il pittore?…nel senso che sarà come un gruppo di musica d’insieme?

S.B.: L’idea è quella! Proprio della collaborazione. Nel caso del duo con il percussionista Michele Rabbia è un sodalizio che esiste dal 2000: abbiamo fatto tantissimi lavori insieme. Gabriele Amadori è sopraggiunto solonel 2002: ascoltando i miei lavori, ha chiesto di poter iniziare questa collaborazione con l’elemento pittorico.

fine concerto

 

G.D.: Avete fatto delle prove?…anche con la pittura?

S.B.: E certo! (ridendo). Soprattutto perché il problema della pittura in dialogo con la musica è quello del linguaggio. Essendo la musica un metalinguaggio dove il livello di comprensione appartiene più al sistema percettivo che non alla comprensione intellettuale di ciò che avviene, con la pittura il rischio ( e a volte questo accade anche tra musica e cinema oppure tra musica e fotografia) è quello della didascalia, cioè il musicista segue quello che fa il pittore…

G.D.: Come reagisce il pubblico di fronte a questo esperimento?

S.B.: Si viene non solo per curiosità ma soprattutto per partecipare a qualcosa che abbia un significato. Dal punto di vista del circuito che si crea tra chi ascolta e chi suona, l’esperienza di questo tipo di lavoro è sempre piuttosto potente perché è tridimensionale: da un lato l’occhio che vede il pittore e ciò che il pittore dipinge, ma dall’altro anche il gesto del pittore che interagisce con il pianoforte e le percussioni come fosse egli stesso uno strumento, condizionato dall’energia dalla drammaturgia e dal pathos che si sprigiona sul palcoscenico.

G.D.: C’è dunque una sinestesia di elementi.

S.B.: Si ha questa dimensione del visivo, del gesto molto simile a quello della danza, sebbene ovviamente Gabriele (il pittore!) non sia un danzatore…e in più vi è questo elemento ancora diverso, dei musicisti che suonano nel momento. Non c’è infatti una musica registrata, come spesso accade nelle performance pittoriche e nemmeno una musica preesistente, nel senso che io e Michele (il percussionista) non eseguiamo partiture come interpreti.

G.D.: Perché queste performance possono eseguirsi anche con partiture già note?

S.B.: Gabriele Amadori ha fatto delle showpainting con partiture di Xenakis o Cage o Mozart, in questo caso la sua previsione del gesto e del colore è già essa stessa una partitura, perché lui sa già quello che avverrà…

G.D.: Nel caso specifico di stasera, invece?

S.B.: Stasera invece c’è l’elemento improvvisazione: una partitura che è un semplice dialogo tra i colori, che sappiamo userà in questi 9 movimenti, e gli strumenti che abbiamo deciso di utilizzare.

G.D.: Quindi la partitura sarà come un canovaccio?

S.B.: Esattamente, così ogni performance risulta essere diversa dall’altra. Lo schema sarà sempre lo stesso ma ogni volta i ritmi, le note saranno sempre diversi. E questo genera un livello di intensità e tensione differente da quello della rappresentazione, perché qui ciò che si mette in campo è più vicino alla “manifestazione” che non alla “rappresentazione” di qualcosa che già esiste.

G.D.: C’è una spiegazione al pubblico della performance pittorico-musicale?

S.B.: Non c’è bisogno di spiegare. Secondo me se una cosa arriva al cuore e alla mente e si condivide questa esperienza, poi si decide se la cosa lo ha fatto star bene, se gli è piaciuta. Mi sembra onesto partecipare a una esperienza del genere, così com’è , senza dargli un’enfasi particolare. Questo è il nostro ethos: la partitura è il nostro modo di costruire eticamente la perfomance. Poi la performance va giudicata per quello che è, non per quello che è il nostro lavoro.

G.D.: Chi non è qui stasera, potrà ascoltarti nuovamente a Roma?

S.B.: Si tornerò in primavera al Parco della Musica per la rassegna solo di pianoforte.

G.D.:…allora arrivederci a presto! E un grazie particolare da Pianosolo a Stefano Battaglia per il tempo che ci ha dedicato prima di un concerto così impegnativo.

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