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Un po’ di storia: dal clavicembalo al pianoforte

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Un po’ di storia: dal clavicembalo al pianoforte, 5.0 out of 5 based on 286 ratings

La meccanica del pianoforte è estremamente complessa ed ha una storia molto antica, che risale alla fine del Seicento.
Fino ad allora lo strumento dotato di tastiera e corde più usato era il clavicembalo, che però aveva grandi limiti nella dinamica, nell’espressività musicale.
Infatti la meccanica del clavicembalo era basata su dei saltarelli (plettri) che pizzicavano la corda. Il limite era costituito dal fatto che il saltarello, pizzicata la coda, rimaneva fermo, non produceva vibrazioni, non riproduceva le dinamiche e le sfumature del tocco.
L’inventore del pianoforte, Bartolomeo Cristofori, un costruttore di clavicembali italiano, sostituì i saltarelli con dei martelletti indipendenti dai tasti e mossi da una contro-leva a bilancia con due movimenti: uno anteriore, che spingeva il martelletto in alto fino a percuotere la corda, l’altro posteriore, che faceva calare lo smorzo attaccato all’altra estremità della contro-leva, permettendo alla corda percossa dal martelletto di vibrare liberamente.
Lasciato il tasto, il movimento si invertiva e il martelletto ricadeva in giù, mentre lo smorzo tornava su a bloccare le oscillazioni della corda. Per evitare che il martelletto restasse fermo sulla corda, Cristofori vi applicò una piccola molla chiamata scappamento. Con il sistema dello scappamento il martelletto diventava subito pronto a un’ulteriore pressione, anche a differente velocità, consentendo una maggiore potenzialità espressiva delle note.
Il nuovo strumento messo a punto da Cristofori si chiamò all’inizio “gravicembalo col piano e il forte” e successivamente “fortepiano” e venne sviluppato in Europa durante tutto il Settecento, secondo due differenti percorsi: la complessa meccanica inglese e quella più semplice, detta “viennese” , il cui artefice fu Johann Andreas Stein.
Stein brevettò un sistema per cui il martelletto era imperniato direttamente al tasto, senza leve intermedie, e fu sui suoi pianoforti che suonarono Mozart, Beethoven e Haydn.
Con l’evolversi della storia del pianoforte quale strumento solista, la meccanica subì ulteriori miglioramenti, soprattutto con l’introduzione dell’intero perimetro di metallo.
Nel 1800 si cominciarono a produrre pianoforti a coda negli stabilimenti di John Broadwood&Soons, Ignaz Bosendorfer, Henry Steinway, Friedrich Bechstein e la meccanica del moderno pianoforte a coda raggiunse la perfezione.
Per comprendere le infinite possibilità che il pianoforte aprì all’interpretazione e alla valorizzazione delle composizioni e del tocco dei singoli pianisti, date un’occhiata a questi link.
Il grande Glenn Gould interpreta lo stesso brano: il Preludio n. 9 dal secondo libro del “Clavicembalo ben temperato” di Johann Sebastian Bach, rispettivamente al pianoforte e al clavicembalo.

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4 COMMENTI

  1. Studiate di piu' anche lei sigrora paola!!! promozioni del genere non sono ben accette da gente che legge il sito, mettere e sopravvalutare gente che a malapena legge lo spartito non puo essere catalogatadi libvello internazionale.noi lettori siamo arrabbiati, io sono sincero perche ci tengo ad una sana critica. ma non e possibile gente di serie c farla passare in serie a!

    • Se mi dice a cosa e a chi si riferisce posso risponderle in maniera accurata.
      Francamente non riesco a capire l'oggetto della sua protesta. La invito a esplicitare il motivo della sua critica. Grazie mille.

  2. Vorrei inviare una precisazione a proposito del funzionamento del clavicembalo. Sono un costrutore di clavicembali (www.williamhorn.it).

    Nel clavicembalo come si dice giustamente i plettri pizzicano la corda (e non ovviamente la coda, errore ortografico…) . I plettri stessi sono montati sui salterelli, asticciole che si muovono verticalmente, spostate dal movimento dei tasti.

    Il cosidetto limite del clavicembalo, cioè la mancanza di dinamica, non sta tanto nel fatto che non si possa intervenire sul suono dopo il pizzico. In questo senso non si può intervenire sulla vibrazione della corda nemmeno sul pianoforte, dopo che è stata percossa dal martelletto.

    Piuttosto si dovrebbe dire che i plettri eccitano le corde con la stessa intensità dinamica, indifferentemente dalla potenza con cui viene percosso il tasto, a differenza del martelletto, che acquista maggiore o minore velocità di impatto e quindi potenza dinamica a seconda del tocco dell'esecutore.

    Anche nel clavicembalo sono possibile piccole variazioni del tipo di suono tramite il tocco, ma si concentrano nel momento di attacco del suono (transitorio di attacco), dato dalla maggiore o minore velocità con cui si piega il plettro nel momento del pizzico. Per analogia si pensi al controllo del tocco nell'organo a canne a trasmissione meccanica, dove l'esecutore può variare la velocità di apertura del ventilabro, cioè della valvola che immette l'aria nella canna.

    • Grazie della precisazione William e soprattutto grazie della spiegazione dettagliata sul funzionamento di uno strumento così bello come il clavicembalo, di cui sappiamo troppo poco, ma che ha un fascino immenso.
      Come avrai compreso leggendo, l'articolo era solo un modesto contributo sull'argomento, molto complesso, ed era generico, anche sulla meccanica del pianoforte. Questi strumenti sono opere di alta ingegneria, così perfetti nella loro concezione e realizzazione, che non basterebbe uno spazio così piccolo a svelarne tutti i misteri.
      Sono molto felice di questo tuo intervento, proprio perché viene da un professionista, da un profondo conoscitore dello strumento e grazie al tuo contributo ora ne sappiamo un pò di più. Spero prima o poi di passare a visitare il tuo laboratorio.
      Complimenti per il bellissimo lavoro che svolgi e grazie ancora. 🙂

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