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Storia della musica Afro-americana. NEW ORLEANS

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New Orleans

 La storia del primo Jazz è spesso collegata a situazioni umane drammatiche e degradate; abbiamo visto come l’infelicità dei neri ridotti in schiavitù abbia costituito il terreno fertile per la nascita e lo sviluppo del Blues, e come alcuni generi pianistici, come il Ragtime o l’Honky tonky, crebbero negli ambienti delle case di tolleranza. Similmente, il famoso quartiere a luci rosse di New Orleans, Storyville[1], fu uno dei luoghi dal quale vennero fuori molti tra i più importanti musicisti del Jazz che prese proprio il nome della città di provenienza, New Orleans, appunto.

Per avere un’idea di quanto il Jazz, all’epoca, si identificasse con l’ambiente dei postriboli, basti pensare che la guida ufficiale di Storyville, in vendita per i turisti e i frequentatori, si intitolava The Blues Book.

In questo “humus”, oltre ai pianisti che suonavano prevalentemente in solo, si svilupparono i primi gruppi formati da più strumenti. Gli strumenti da banda, come cornette, trombe, clarinetti, basso tuba, vennero adattati al nuovo stile; il ritmo era fornito da set di tamburi, antenati dell’odierna batteria. Ma anche strumenti di origine “colta”, come il contrabbasso e il già presente pianoforte, erano spesso utilizzati.

Ma i gruppi musicali del primo Jazz non erano relegati solo nel loro ghetto a luci rosse. Frequentemente suonavano anche per i matrimoni, le riunioni politiche o commerciali (quelle che oggi si chiamerebbero “convention”), e a volte, come per esempio durante il carnevale o feste simili, suonavano in movimento, dando origine così alla tradizione della Marchin’ band, e invogliando il seguito, soprattutto di giovanissimi (la cosiddetta second line), a ballare. Un’usanza che ancora oggi è ricordata, e che ci colpisce per la sua natura quasi “tribale” e lontanissima dalle nostre consuetudini, è quella che riguarda l’accompagnamento dei funerali: uno dei brani più noti del jazz dell’epoca, basato su una struttura armonica popolare, cioè When the Saints go marchin’ in, con il suo spirito delicato e aggressivo insieme, nasceva appunto per condurre il defunto più vicino al suo Dio, tramite i “Saints” (Santi) “marchin’” (che marciano) verso il luogo dell’estremo riposo. Ma non appena la bara era interrata (naturalmente entro il recinto del cimitero riservato ai neri), la musica cambiava; i musicisti, retoricamente, si chiedevano: Didn’t he ramble? (Non era forse un vagabondo?) e, tornando in città si scatenava un ballo a ritmo indiavolato che coinvolgeva gli abitanti di tutti i quartieri. Frequentemente il tutto si concludeva, dopo molte ore, con arrangiamenti orchestrali di famosi Ragtime, soprattutto Maple leaf rag. Il senso di questa tradizione nasce da antiche consuetudini africane, nelle quali, dopo aver reso i dovuti onori al defunto, bisogna sempre ricordare che, nonostante tutto, la vita continua ad andare avanti.

When the saints go marchin’ in (L. Armstrong):

Ma proprio nel pieno della vita del Jazz di New Orleans, nel 1917 (casualmente anche l’anno della morte di Scott Joplin), Storyville fu chiusa; il Ragtime e il New Orleans Jazz cominciarono a perdere i propri seguaci, e i musicisti si trovarono praticamente senza lavoro. Iniziò allora la diaspora lungo il fiume Mississippi: intere orchestre jazz abbandonarono New Orleans, spesso sui famosi showboat, battelli attrezzati per esibizioni teatrali o musicali, e raggiunsero St. Louis e Chicago, città che divennero di conseguenza determinanti per lo sviluppo della storia del Jazz.

L’interesse per la “nuova musica” crebbe enormemente, e cominciò a delinearsi un fenomeno che ebbe dei cicli ricorrenti in tutta la storia del Jazz fino almeno agli anni ’60 del XX sec.: i musicisti bianchi cominciarono ad appropriarsi del linguaggio dei neri, “levigandolo” e “smussandolo” nei suoi aspetti più ruvidi, e “confezionando” un prodotto musicale che, esteticamente, assomigliava al modello di partenza, ma che perdeva molto della forza di impatto espressivo, culturale e sociale, di cui esso era carico. Uno dei primi esempi di tale fenomeno è il genere chiamato Dixieland. Questo appellativo ha probabilmente varie origini: Dixie’s land era il nome coniato da un gruppo di schiavi per indicare il podere del loro padrone, tal Johaan Dixie; con Dixey Land si indicava anche la Dixie’s line, la Linea Mason-Dixon, stabilita nel 1769 dai due astronomi Charles Mason e Jeremiah Dixon, e che divideva la Pennsylvania dal Maryland e dalla Virginia. Ma Dixie era anche l’americanizzazione della parola francese dix stampata sulla banconota da dieci dollari. Quello che abbiamo detto del Dixieland, però, qualunque fosse la genesi di tale termine, non vuol dire che i musicisti che lo praticavano non fossero di ottimo livello. Anzi, a volte, i generi “paralleli” bianchi espressero talenti di grandissimo interesse e spesso geniali, come vedremo più avanti.

Da Chicago, nel decennio ’20-’30, venne l’apporto più importante per il futuro del Jazz, favorito anche dalle trasmissioni radiofoniche. Si vide il fiorire di orchestre, sia bianche che nere (più raramente miste) di altissimo livello, ma anche i generi pianistici di derivazione Ragtime come il Boogie-Woogie e l’Honky Tonky seguitarono ad avere un grande successo. Anche in questo caso si manifestò un fenomeno simile a quello del Dixieland: alcuni pianisti bianchi misero a punto un genere simile al Ragtime e affini, ma molto più superficiale e leggero, che prese il nome di Novelty piano, e che suscitò l’interesse di molti editori musicali che avevano fiutato il “business”. Tra gli esponenti del Novelty piano il principale, consideratone quasi l’inventore, è Edward Elzear “Zez” Confrey (1895-1971), ma anche George Gershwin (1898-1937) viene annoverato tra essi. La figura di Gershwin, però, non può essere relegata a quella di pianista intrattenitore avendo, come vedremo più oltre, ben altri meriti artistici.

Sweet man (Zez Confrey):

Figure leggendarie e reali

Tra i musicisti più importanti provenienti da New Orleans, il primo posto spetta forse a Charles “Buddy” Bolden (New Orleans 1877 – 1931), cornettista. Di Bolden, sebbene non esistano registrazioni, si sa che fu l’iniziatore della formazione strumentale caratteristica del Jazz, e che fu tra i primi a inserire l’improvvisazione solistica nella struttura musicale dei brani, segnando così il passaggio dal Ragtime, musica totalmente scritta, al jazz, musica nella quale la composizione estemporanea su una struttura predefinita prevale sulle sezioni scritte. Un’altra importantissima figura è quella di Joseph “King” Oliver (Abend 1885 – Savannah 1938), compositore, direttore d’orchestra e cornettista.

Snake Rag (King Oliver):

Tra i personaggi “leggendari” va senz’altro annoverato Ferdinand “Jelly Roll” Morton (New Orleans 1885 – Los Angeles 1941), pianista, compositore e direttore d’orchestra di estrazione Ragtime ma con una personalità assolutamente unica e innovativa.

Un altro dei più influenti e determinanti musicisti di New Orleans fu Louis Daniel Armstrong (New Orleans, 1900 o 1901 – New York 1971), cornettista, forse il primo vero grande “solista” del Jazz.

Funerale di New Orleans (L. Armstrong):

Il Dixieland, da parte sua, espresse in primo luogo la figura di Leon Bix Beiderbecke (Davenport,1903New York, 1931), trombettista, cornettista e compositore; James “Jimmy” Dorsey (Shenandoah, 1904 – New York, 1957), clarinettista e saxofonista, e il fratello Thomas Francis Dorsey junior detto Tommy (Shenandoah, 1905 – Greenwich, 1958), trombonista e direttore d’orchestra; il violinista Giuseppe “Joe” Venuti (? 1903 – Seattle 1978), uno dei pochi grandi solisti di violino jazz, e del quale non è noto il luogo di nascita: secondo la leggenda sarebbe nato sulla nave che portava la sua famiglia, italiana, negli Stati Uniti, mentre secondo alcuni documenti sembra che sia nato in Italia, vicino Lecco. Di tutti questi personaggi, e di altri, tratteremo in maniera più approfondita più in là.

Royal garden blues (Bix Beiderbecke):

 

 


[1] Dal nome di Alderman Sidney Story, il cittadino di New Orleans che fu promotore dei movimenti che portarono al decreto del 10 marzo 1897, che legalizzava la prostituzione, definendo anche il limite territoriale entro il quale poteva essere esercitata.

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