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Storia della musica Afro-americana. Le contaminazioni

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Le Contaminazioni

 Gravação+de+Getz-Gilberto

Abbiamo visto come già dagli anni ‘40/’50 del sec. XX i linguaggi musicali, spesso anche per ragioni commerciali, quindi extra “artistiche”, tendessero a mescolarsi, dando frequentemente origine a nuove forme espressive particolarmente interessanti.

Uno dei primi esempi di Jazz influenzato da musiche di provenienza non direttamente africana o europea è il “Latin-Jazz”, o, più impropriamente, il “Jazz-Samba”. Esso comincia ad affermarsi sul finire degli anni ’50, e fonde le caratteristiche del Jazz, quindi prevalentemente il fraseggio di matrice Be-bop e le lunghe sezioni di improvvisazione con ritmi e suoni di provenienza latino americana[1]. Naturalmente anche questi ultimi avevano un’origine africana, ma il loro crescere in terra Sudamericana li aveva trasformati abbastanza profondamente, dando loro un impulso di nuova vitalità. Questo genere ebbe anche un grande successo di pubblico, divenendo una delle mode musicali allora più seguite. Nel capitolo sugli anni ’60 abbiamo citato due tra i più importanti musicisti brasiliani che si sono avvicinati al Jazz, o ne sono stati avvicinati, cioè Antonio Carlos Jobim e João Gilberto; ma molti furono i jazzisti americani che utilizzarono, nella loro musica, i ritmi latini: i saxofonisti Cannonball Adderley e Sonny Rollins, il trombettista be-bop Dizzy Gillespie, l’allora emergente pianista Armando “Chick” Corea (1941), il flautista Herbie Mann (Herbert Jay Solomon, 1930-2003).
Ma il nome al quale il genere resta indissolubilmente legato è quello del saxofonista Stan Getz (1927-1991), che, nel 1963, realizzò, insieme a J. Gilberto e alla moglie, la cantante Astrud Weinert, nota come Astrud Gilberto, un’incisione che ebbe un enorme successo commerciale. Secondo i racconti dell’epoca, dopo la registrazione e una tournée di concerti, Astrud, cantante tutto sommato mediocre ma bellissima donna, fuggì con Getz, causando così il divorzio da Gilberto del quale però, ancora oggi, almeno in arte, porta ancora il cognome.

Il Latin-jazz, sul finire degli anni ’60, conobbe un periodo di declino, travolto dai movimenti musicali di quell’epoca. Ma dagli anni ’80 in poi, come vedremo in seguito, rinacque sotto nuove e molto interessanti forme, ritornando a essere uno degli elementi portanti del Jazz moderno.

Sul finire degli anni ’60 si fece strada una nuova e rivoluzionaria tendenza: l’uso di strumenti elettrici, elettronici e/o amplificati, fino ad allora riservati ad ambienti di estrazione Rock o Pop, anche nel Jazz. Naturalmente questa nuova consuetudine, che fece storcere il naso a molti “puristi”, generando delle vere e proprie fazioni opposte, influenzò anche il linguaggio che, contaminandosi così fortemente, prese il nome di “Jazz-Rock”. Tradizionalmente si fa risalire l’inizio dell’era del Jazz-Rock al 1969, anno in cui Miles Davis incise il doppio album Bitches brew e il chitarrista e compositore di origine siciliana Frank Vincent Zappa (1940-1993) l’album Hot Rats. In queste incisioni, realizzate da un jazzista che si avvicina al Rock (Davis), e da un musicista difficilmente inquadrabile ma certamente non un jazzista puro (Zappa) che si avvicina al Jazz, l’uso degli strumenti elettrici ed elettronici è vastissimo, e la commistione di musicisti provenienti da formazioni artistiche diverse creò un qualcosa fino ad allora mai sentito.

Nel 1970 Frank Zappa incise l’album King Kong, contenente una sua composizione vicina alla musica d’avanguardia dell’epoca ma, soprattutto, una serie di fantasiosi brani di netta impronta jazzistica nei quali spicca il violino elettrico del grande violinista francese Jean-Luc Ponty (1942). Oltre al violino elettrico di Ponty, che suona anche una viola a sei corde chiamata Violectra, nel gruppo sono presenti anche il pianoforte (suonato dal sottovalutato George Duke, nato nel 1946) e il basso elettrici, i quali conferiscono a tutto l’album un sound molto particolare, pur affondando profondamente le radici nel jazz.

Uno dei gruppi più creativi e rappresentativi del Jazz-Rock anni ’70 fu senza dubbio quello chiamato Weather Report, fondato nel 1971 da due musicisti di provenienza Hard-bop: il pianista e tastierista austriaco Josef Erich “Joe” Zawinul (1932-2007) e il saxofonista americano Wayne Shorter (1933). Weather report diverrà in breve tempo l’“icona” del Jazz-Rock e sarà uno dei gruppi più imitati per molti anni. Del gruppo fece parte lo strabiliante bassista elettrico John Francis “Jaco” Pastorius III (1951-1987), il primo grande virtuoso di questo strumento.

Altri importanti musicisti, rappresentativi di questo genere, furono il già citato pianista e tastierista Chick Corea, fondatore nel 1972 del gruppo Return to forever, l’altro grande pianista e tastierista Herbie Hancock, il batterista Billy Cobham (1944), il chitarrista inglese John McLaughlin (1942). Anche l’Italia ha avuto alcuni importanti gruppi di Jazz-Rock: ricordiamo soprattutto il Perigeo, attivo dal 1972 al 1980 circa, formato da Franco D’Andrea (1941), pianoforte/tastiere, Giovanni Tommaso (1941), basso/basso elettrico, Claudio Fasoli (1939), sax, Bruno Biriaco (1949) che, pur essendo epigono dei Weather Report, aggiungeva un sapore mediterraneo e originale alle sonorità Jazz-Rock alle quali si rifaceva.

L’uso degli strumenti elettrici, però, venne spesso inglobato anche in contesti meno Rock e più Jazz: non sono stati pochi i musicisti jazz che, pur rimanendo fedeli al loro linguaggio di origine, hanno usato strumenti come il pianoforte elettrico, il basso elettrico, o l’elettrificazione di strumenti a fiato. La chitarra, poi, già da tempo era usata nella sua versione elettrica o semi-acustica, se non altro per aumentarne drasticamente il volume di suono. Sono molto pregevoli, per esempio, le registrazioni degli ultimi anni di Bill Evans nelle quali usava frequentemente il pianoforte elettrico Fender-Rhodes, storico e inimitabile strumento degli anni ’70 dal timbro inconfondibile, alternandolo o usandolo in combinazione con il pianoforte tradizionale.

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L’evoluzione del Jazz-Rock avvenne intorno agli anni ’80, con l’apparire del genere Fusion, termine creato probabilmente dal pianista Jeff Lorber (1952), che lo usò per la prima volta nel 1977. Grazie anche all’appoggio dell’etichetta discografica GRP Records, fondata nel 1978 dal pianista e compositore Dave Grusin (1934), molti nuovi talenti e gruppi ebbero modo di emergere e imporsi a livello mondiale; ricordiamo gli Yellowjackets, con il raffinato pianista e compositore Russell Keith Ferrante (1952), gli Spyro Gyra, per la verità già attivi dal 1974, i chitarristi John Scofield (1951), Lee Ritenour (1952) e Patrick Bruce “Pat” Metheny (1954), (quest’ultimo talento multiforme, raffinato compositore e orchestratore, inventore di uno stile personalissimo), e gli Steps ahead (evoluzione degli Steps), nei quali spiccava l’altissimo virtuosismo del saxofonista Michael Leonard “Mike” Brecker (1949-2007).

Come si può notare da questa breve carrellata, pur essendo ancora predominanti, i nomi dei musicisti americani non sono più i soli a fare la storia della musica afroamericana, che a questo punto è tale soprattutto per le sue lontane radici: i linguaggi e le culture, oggi più che mai, tornano a mescolarsi e a confondersi, generando nuove e diverse esperienze artistiche e creative.

 


[1] L’importanza dei musicisti centro-sud americani è ancora da valutare in tutta la sua portata. Questo non soltanto per quello che riguarda l’ambito jazzistico; l’apporto della cultura latino-americana ha influito sullo sviluppo di tutti i linguaggi musicali nati in America tra i secoli XIX e XX. In centro e Sud America erano attivi, già dal ‘600, compositori portoghesi e spagnoli, i quali erano inevitabilmente entrati in contatto con gli echi della musica africana evocati dalle grandi quantità di schiavi provenienti da quel continente.

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