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Storia della musica Afro-americana. Il “Cool Jazz” e il Jazz californiano (West coast Jazz)

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Il “Cool Jazz” e il Jazz californiano (West coast Jazz)

 

Abbiamo visto come il linguaggio musicale sviluppato da Charlie Parker e dai musicisti che collaboravano con lui o gravitavano nell’orbita del Be-bop fosse aspro, spigoloso e particolarmente “ostico” da digerire per gran parte degli ascoltatori di jazz. Del resto, quel linguaggio non rappresentava una pura espressione musicale, ma portava con sé un fardello di implicazioni sociali e culturali che ne giustificavano e ne spiegavano la durezza. Esso era, infatti, prevalentemente praticato da musicisti neri, i quali, attraverso la difficoltà del loro stile, mettevano in atto anche una sorta di “rivalsa” nei confronti dei bianchi, anche loro colleghi, che venivano accettati con diffidenza e difficoltà all’interno dei gruppi musicali.

Come però era avvenuto in altre epoche storiche (pensiamo al Rag-time e al Novelty piano, al New Orleans Jazz e al Dixieland, all’Hot Jazz e allo Swing), la risposta “bianca” all’arduo stile Be-bop non si fece attendere. Ma questa volta, invece (probabilmente perché le nuove idee nascevano principalmente dagli stessi musicisti e non da grosse case editrici o discografiche), si fecero strada linguaggi molto meno “commerciali” e decisamente più “artistici”, anche se su tale distinzione ci sarebbe da aprire un’altra discussione, ma non in questa sede. Una delle caratteristiche di queste espressioni era quella di utilizzare stilemi ed elementi tratti dalla musica europea “colta” (complessi intrecci polifonici, armonia ricercata, sonorità raffinate, strutturazione delle composizioni elaborata etc.), trasposti in contesti jazzistici. Verso la fine degli anni ’40, a New York, nacque il Cool Jazz, definizione spesso impropriamente tradotta con Jazz freddo. Il termine cool (lett. fresco) ha, nello slang americano, varie accezioni: calmo, rilassato, ma anche distaccato. Essere “cool” può voler dire avere un atteggiamento verso la vita un po’ al di sopra delle cose, imperturbabile. I primi esempi di Cool Jazz li troviamo nell’orchestra di Claude Thornhill (1909-1965), pianista, arrangiatore e direttore d’orchestra che si avvaleva spesso degli arrangiamenti di Gil Evans (1912-1988), raffinato compositore. L’orchestra aveva un suono nuovo per un gruppo jazz, comprendendo in organico anche strumenti poco usuali in questo contesto, come il Flauto, il Corno francese, la Tuba.


 

Nello stesso periodo comincia a emergere una figura leggendaria: quella del pianista di Chicago Leonard Joseph “Lennie” Tristano (1919-1978). Figlio di immigrati italiani originari di Aversa (Caserta), musicista geniale e di solide basi tecniche (studiò al conservatorio di Chicago conseguendo il Bachelor of Music in meno anni rispetto a quelli necessari), reso cieco all’età di nove anni dall’influenza spagnola, Tristano sviluppò un linguaggio complesso, basato su linee polifoniche molto articolate e ardite, sostenute da una tecnica strumentale sontuosa, certo non di facile ascolto, ma sempre molto fluide. Fu anche il primo a dedicarsi sistematicamente alla didattica, insegnando musica jazz in maniera strutturata.

 

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Ma al Cool jazz non aderirono soltanto artisti bianchi. Anzi, uno degli esponenti più illustri di tale stile fu proprio un musicista di provenienza Be-bop e che in gioventù aveva realizzato memorabili incisioni con C. Parker: il trombettista Miles Davis (Miles Dewey Davis III, 1926-1991). Per la verità, nella musica di Davis l’impronta “nera”, intesa come una vitalità e una “visceralità” rare nei bianchi, rimane sempre molto forte; ma la ricerca di sonorità raffinate, di caratteri tipici dell’espressione cool mettono in luce uno dei più interessanti e geniali musicisti della storia del Jazz. Davis collaborò spesso con il già citato G. Evans, con il quale realizzò storiche incisioni.

Altri importanti appartenenti al Cool jazz possono essere considerati i saxofonisti Lee Konitz (1927), allievo di Tristano, Paul Desmond (1924-1977), Warne Marsh (1927-1987), anch’egli proveniente dalla scuola di Tristano e Stan Getz (1927-1991), il chitarrista Billy Bauer (1915-2005), i pianisti Dave Brubeck (1920-2012) e John Lewis (1920-2001), fondatore, quest’ultimo, del Modern Jazz Quartet, formato interamente da musicisti neri: Lewis al pianoforte, Milt Jackson (1923-1999), al vibrafono, Percy Heath (1923-2005), al contrabbasso e Kenny Clarke (1914-1985), sostiuito in seguito da Connie Kay (1927-1994) alla batteria. Il gruppo si ispirava dichiaratamente alla musica barocca e classica europea, utilizzando spesso forme come la fuga o la suite, riuscendo a creare un interessante “ibrido” ricco di spunti nuovi.

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Negli anni ’50, in California, cominciò a emergere uno stile che era una diretta emanazione del Cool Jazz; in relazione alla sua provenienza geografica, venne chiamato appunto West Coast Jazz (o Jazz Californiano). La nuova corrente, rispetto al Cool, presentava una maggiore orecchiabilità e facilità di ascolto, pur mantenendo le caratteristiche essenziali del genere progenitore. Questo, ovviamente, stimolò l’interesse delle case discografiche che, col favore della diffusione sempre maggiore di impianti di riproduzione di dischi nelle case, riuscirono a ottenere livelli di vendite per la prima volta paragonabili a quelli della musica classica. Il pubblico aveva accolto con favore questa musica elegante, delicata e un po’ “salottiera”, che aveva contribuito in larga parte alla diffusione del Jazz anche in Europa: in questo periodo cominciano infatti a sorgere formazioni jazz anche nel vecchio continente. In particolare in Francia, paese nel quale si erano trasferiti anche alcuni esponenti del Be-bop, il Jazz cominciava a essere “di casa”.

Tra i più importanti esponeneti del Jazz Californiano dobbiamo ricordare il saxofonista baritono Gerald Joseph “Gerry” Mulligan (1927-1996), titolare, negli anni ’50, di uno storico quartetto nel quale non era presente alcuno strumento armonico come il pianoforte o la chitarra. Questa “assenza” consentiva ai solisti una maggiore libertà melodica, ed erano frequenti improvvisazioni simultanee in stile contrappuntistico. Il quartetto era formato, oltre che da Mulligan al sax baritono, da una tromba, da un contrabbasso e da una batteria. Il solista di tromba che affiancava Mulligan era uno dei più grandi talenti che il jazz abbia mai espresso: cioè Chesney Henry “Chet” Baker Jr. (1929-1988). Musicista totalmente istintivo, aveva tali capacità da lasciare sbalorditi i suoi colleghi professionisti e con solidi studi alle spalle. Le vicende personali, segnate dalla droga, dall’alcool e da un carattere particolarmente scontroso e duro lo portarono a una morte prematura, misteriosa e violenta, lasciando un grande vuoto artistico. Chet Baker fu in seguito sostituito, nel quartetto di Mulligan, dal trombonista Robert “Bob” Brookmeyer (1929-2011).

 

Altra prestigiosa figura del West Coast fu il clarinettista e saxofonista James Peter “Jimmy” Giuffre (1921-2008). Anch’egli di origini italiane, iniziò la carriera come arrangiatore nella big band di W. Herman, sviluppando in seguito un personalissimo linguaggio, nel quale ogni strumento ha un suo ruolo all’interno di composizioni che fanno largo uso di elementi contrappuntistici. La sua musica però, pur se molto interessante, risulta spesso un po’ fredda e cervellotica.

 

 

Da ricordare anche il contrabbassista Charles Mingus (1922-1979), compositore e arrangiatore di notevole interesse, il batterista Shelly Manne (1926-1984), il pianista Russ Freeman (1926-2002), e il pianista e direttore d’orchestra André Previn (1929). Nato in Germania da una famiglia di origine russo-ebrea (il suo vero nome è Andreas Ludwig Priwin) discendente da quella di G. Mahler, si trasferì nel 1939 negli Stati Uniti per sfuggire al Nazismo. La sua carriera iniziò come pianista Jazz con suoi gruppi e in quelli di S. Manne, per poi orientarsi verso la musica da film, il musical e la direzione di orchestre sinfoniche tra le più importanti al mondo.

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