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Storia della musica Afro-americana. Gli anni ’60

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Gli anni ‘60

Il periodo che va dalla fine degli anni ’50 alla prima metà dei ’70 del XX secolo è, per la musica e per l’arte in genere, particolarmente travagliato, denso e convulso. Il jazz risente fortemente di questi fermenti, e proprio in quell’epoca emergono musicisti e linguaggi tra i più diversi e articolati. Inoltre, le problematiche razziali, che fino ad allora avevano contribuito a una relativa separazione tra i jazzisti bianchi e quelli neri, diventano invece un elemento di unione e complicità, in un contesto in cui la musica assume anche un fortissimo e a volte violento ruolo di veicolo per la rivendicazione della dignità della popolazione afroamericana. Non si assiste più alla dicotomia tra i generi, finora “lanciati” dai neri e ripresi, spesso in chiave commerciale, dai bianchi ma la collaborazione tra i diversi gruppi etnici diviene molto più frequente e comune, portando spesso a risultati particolarmente interessanti. D’altro canto, però, la ricerca e il recupero delle origini africane, da parte dei musicisti neri, diviene un’esigenza molto forte e urgente.

La forma di jazz forse più rappresentativa della seconda metà degli anni ’50 e dei ’60 è, probabilmente, l’Hard-Bop. Esso prende le mosse dal predecessore Be-Bop, affondando però più profondamente le radici nel Blues, che diviene un background costante, e dando ancora più ampio spazio all’improvvisazione e all’aspetto “energetico” della musica. La formazione strumentale prevalente, divenuta un po’ un simbolo dell’Hard-Bop, è il quintetto formato da Sax Tenore (a volte Contralto), Tromba, Pianoforte, Contrabbasso e Batteria. Tra gli esponenti più importanti i trombettisti Clifford Benjamin Brown (1930-1956), considerato tra i caposcuola del genere e prematuramente scomparso in un incidente automobilistico, il pianista Horace Silver (Horace Ward Martin Tavares Silva, 1928), il saxofonista contralto Julian “Cannonball” Adderley (1928-1975), il pianista Thelonious Sphere Monk (1917-1982)[1], il saxofonista, flautista e clarinettista Eric Dolphy (1928-1964), il pianista Herbert Jeffrey “Herbie” Hancock (1940), il saxofonista tenore Theodor Walter “Sonny” Rollins (1930), il batterista Arthur “Art” Blakey (1919-1990). Ma il musicista “icona” dell’Hard-Bop, innovatore del linguaggio e della tecnica strumentale, è forse il saxofonista e compositore John William Coltrane (1926-1967). L’impronta lasciata da Coltrane è indelebile e ha influenzato (e ancora oggi influenza) praticamente tutti gli stili successivi.

Thelonius Monk
John Coltrane

Anche Miles Davis e Charlie Mingus, pur se associabili a uno stile più vicino al West Coast, si sono avvicinati in vario modo e in diversi periodi all’Hard-Bop, realizzando importanti e a volte storiche registrazioni.

 

Verso l’inizio degli anni ’60 cominciò a diffondersi un genere, di netta impronta nera, molto legato all’aspetto della rivendicazione sociale e dell’impegno politico: il Free Jazz. Com’è facilmente intuibile, esso privilegiava soprattutto l’aspetto della libera improvvisazione, quindi di una composizione aleatoria ed estemporanea, intesa anche come “libertà” da schemi preordinati o imposti. Per quanto i primi esperimenti del genere avessero molti punti d’interesse, si può facilmente immaginare come questo modo di intendere il Jazz abbia dato sfogo a molte mistificazioni e degenerazioni. Il Free Jazz, esaurita la sua spinta sociale, si è via via dissolto, fino a essere superato intorno alla metà degli anni ’70. Il suo principale esponente, che ne è anche uno degli iniziatori, è il saxofonista Ornette Coleman (1930). Da ricordare anche il trombettista Donald Eugene “Don” Cherry (1936-1995), i saxofonisti Archie Shepp (1937), Farrell “Pharoah” Sanders (1940), Giuseppi Logan (1935) e Steve Lacy (1934-2004), i pianisti Cecil Percival Taylor (1929) e Paul Bley (1932).

Anche John Coltrane ed Eric Dolphy si dedicarono, negli ultimi anni, al Free Jazz.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, come abbiamo detto prima, gli anni ’60 furono un periodo molto fertile e creativo: molti musicisti, pur se non facilmente inquadrabili, hanno tracciato strade che hanno costituito una guida per le generazioni successive. Uno di questi è senza dubbio il pianista e compositore William “Bill” Evans (1929-1980). Lo stile di Evans, estremamente raffinato e influenzato dalla musica europea, mantenendo comunque la vitalità e la carica del Jazz, ha generato un’influenza, sugli altri musicisti, paragonabile a quella di Coltrane sul versante dell’Hard-Bop.

Sempre in quest’epoca, grazie alle collaborazioni di alcuni jazzisti con musicisti brasiliani, si fanno avanti generi musicali fortemente legati alla musica di quel paese. Ecco quindi nascere la Bossa Nova (Nuova onda) e il Jazz Samba. I musicisti brasiliani più importanti di questi generi sono il pianista e compositore Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim (Antonio Carlos Jobim, 1927-1994) e il cantante e chitarrista João Gilberto Prado Pereira de Oliveira (João Gilberto, 1931), che si avvalsero spesso della collaborazione del saxofonista Stan Getz.

L’Hard-Bop, dal suo canto, assunse ritmi e suoni di provenienza latino americana, dando vita a un genere affine chiamato genericamente Latin-Jazz. A questo punto swing e ritmi “latini” cominciarono a convivere e ad alternarsi abitualmente, divenendo comunemente utilizzati.

Ma questa è anche l’era in cui i “confini” culturali si abbattono sempre più: il Jazz è ormai un linguaggio musicale universale, e la distinzione tra musicisti americani ed europei si fa sempre più sottile. Il Paese europeo più ricettivo nei confronti del Jazz, anche perché lì si trasferirono, nel periodo del Be-Bop, molti musicisti, fu senz’altro la Francia. I primi grandi Jazzisti europei sono francesi: basti ricordare il chitarrista Jean “Django” Reinhardt (1919-1953), di origine belga (era di etnia Sinti) ma vissuto prevalentemente a Parigi e il violinista Stéphane Grappelli (1908-1997). Cominciarono quindi a emergere generazioni di jazzisti ovviamente in Francia, ma anche in Italia, in Spagna e, stranamente, nei paesi scandinavi, che nel decennio successivo avranno una notevole importanza.

Naturalmente, in questa rapida carrellata, abbiamo omesso decine e decine di nomi importanti e degni di nota: ma certo non è questa la sede per approfondire in modo adeguato un argomento così vasto. L’obiettivo di questi appunti è quello di fornire uno spunto per una ricerca personale che possa affrontare in modo specifico i vari stili e generi in modo da averne un quadro il più possibile completo.

 


[1] A questo punto è doveroso ricordare una figura molto legata all’ambiente del Be-Bop prima, e dell’Hard-Bop dopo: quella della baronessa inglese Pannonica de Koenigswarter (1913-1988), detta Nica. La nobildonna, appartenente alla famiglia Rothschild, trasferitasi dall’Europa a New York nel 1951, grande appassionata del nuovo Jazz, divenne protettrice e mecenate di molti musicisti, e, nel caso di T. Monk, pare anche amante. Frequentemente essa faceva accompagnare i musicisti con la sua Rolls-Royce ai locali dove lavoravano; nella sua casa essi trovavano spesso alloggio e luogo di incontro per jam-session. Molti di loro scrissero brani a lei dedicati:  Nica (Sonny Clark), Pannonica (T. Monk), Nica’s dream (H. Silver), Inca (Barry Harris), Thelonica (Tommy Flanagan), etc. Quando, il 12 marzo 1955 Charlie Parker morì, si trovava ospite della baronessa in una suite d’albergo da lei temporaneamente occupata.

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