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Storia della musica afro-americana. Duke Ellington. Lo swing e le grandi orchestre

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Lo Swing e le grandi orchestre

 

La metà degli anni ’20 del ‘900 vede il fiorire di un fenomeno musicale legato allo sviluppo dell’industria dell’intrattenimento e dell’abbondanza di sale da ballo: quello delle grandi orchestre jazz, comunemente chiamate “Big band”. Il termine, letteralmente “grande banda”, deriva dal fatto che questi gruppi orchestrali erano (e sono tuttora) formati essenzialmente da strumenti a fiato (clarinetti, saxofoni, trombe, tromboni) supportati da una sezione ritmica generalmente costituita da un pianoforte, un contrabbasso, una batteria e spesso anche una chitarra. Queste orchestre, oltre a lavorare costantemente nelle sale da ballo, ebbero anche un grandissimo successo discografico (ovviamente in proporzione alla limitata diffusione di apparecchi di riproduzione sonora casalinga dell’epoca).

Conseguentemente alla grande crisi economica del 1929, però, l’industria dell’intrattenimento fu praticamente annientata. Chi poté, tra i musicisti, cercò di trasferirsi in Europa, ma molti furono costretti a cercarsi un altro modo di guadagnarsi da vivere. In questo periodo si fece sentire l’esigenza di rendere il più possibile popolare, ma soprattutto ballabile e commerciale (nel senso di vendibile a un pubblico il più possibile vasto) una musica che tutto sommato suonava ancor “selvaggia” e “rozza” alle orecchie dei più. Questa tendenza, supportata dalle grandi case discografiche nel tentativo di superare la crisi, fece sì che cominciassero ad affermarsi le grandi orchestre jazz, che ripresero la tradizione delle orchestre pre-crisi, ma che riuscirono a imporsi presso un pubblico molto più allargato, dando così inizio alla cosiddetta Era dello Swing[1].Questo fenomeno vide, a questo punto, i musicisti bianchi, che avevano un occhio più attento all’aspetto “industriale” del jazz, in prima linea. Naturalmente questa considerazione non toglie nulla all’altissimo valore artistico di molti di essi, paragonabili in tutto e per tutto ai loro colleghi neri.

L’esponente più illustre di queste nuove figure è probabilmente il clarinettista Benjamin David “Benny” Goodman (Chicago, 1909New York, 1986). Figlio di immigrati ebrei, iniziò a studiare il clarinetto a dieci anni, e già a dodici suonava in diverse orchestre da ballo. Il suo stile era influenzato dai più grandi solisti delle orchestre degli anni ’20, e la sua perfezione esecutiva e la pulizia del suo suono lo fece imporre e apprezzare in ambienti musicali estranei al jazz: compositori come Paul Hindemith e Béla Bartók scrissero brani a lui dedicati. Fu il primo a riunire, nelle sue orchestre, musicisti bianchi e neri, e con lui si stabilizzò l’organico “standard” della Big-Band: 5 saxofoni (2 contralti, 2 tenori, 1 baritono), 4 trombe, 4 tromboni, pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Un altro dei suoi primati fu quello di essere il primo musicista jazz a suonare in un “tempio” della musica classica: nel gennaio del 1938 tenne, con la sua Big-Band, uno storico concerto alla Carnegie Hall di New York. Tra l’altro, ospiti dell’orchestra in quella occasione, erano due musicisti dei quali parleremo più avanti, Count Basie e Duke Ellington, e tra gli arrangiatori figurava Fletcher Henderson. Oltre ai meriti intrinseci alla musica di Goodman, bisogna anche riconoscergli quelli di aver contribuito in maniera determinante al superamento della discriminazione razziale e di essere stato uno dei principali artefici della diffusione mondiale del jazz.

Altri importanti band-leader dell’epoca furono i clarinettisti, saxofonisti e compositori Woodrow Charles “Woody” Herman (Milwaukee, 1913 – Los Angeles, 1987), Artie Shaw (Arthur Jacob Arshawsky; New York, 1910 – Los Angeles, 2004); il trombonista e compositore Alton Glenn Miller (Clarinda, 1904 – Stretto della Manica, 1944?).

Il dubbio sulla data di morte è dovuto al fatto che, arruolatosi volontario nel 1942 nell’aviazione militare, dove fu messo a capo, col grado di Maggiore, dell’orchestra militare. Durante un volo verso Parigi, dove l’orchestra avrebbe dovuto suonare per i soldati che avevano liberato la capitale francese, l’aereo militare a bordo del quale si trovava scomparve misteriosamente; né il velivolo né i corpi degli occupanti furono mai ritrovati. Lo stile di Miller ha la caratteristica di essere di facile ascolto e di utilizzare combinazioni timbriche molto morbide e suadenti, tanto da farne quasi un “marchio di fabbrica”, che rende immediatamente riconoscibile il “sound” dell’orchestra.

Altra importantissima figura fu quella di William “Count” Basie (Red Bank, 1904 – Hollywood, 1984). Pianista e compositore, aveva dapprima iniziato a studiare la batteria, passando in seguito al pianoforte. Dopo aver suonato in molte delle più importanti orchestre dell’epoca, verso la metà degli anni ’30 cominciò a imporsi come leader di proprie formazioni. Il suo stile scarno, elegante e pieno di swing divenne un simbolo: ancora oggi si usa comunemente dire “alla Basie” per indicare un modo di suonare o arrangiare sobrio e swingante.

 

Duke Ellington

Edward Kennedy “Duke” Ellington (Washington, 1899 – New York, 1974) pianista, direttore d’orchestra, è anche considerato uno dei più grandi compositori americani del ‘900. La sua carriera avrebbe dovuto essere quella di pittore; già ai tempi del liceo si era messo in luce con questa disciplina, ottenendo una borsa di studio. Ma il richiamo della musica era troppo forte, e, avendo già iniziato a lavorare come pianista, non completò gli studi. Il suo stile pianistico, a quell’epoca, era di netto stampo Rag-Time, e ben presto, dopo aver collaborato con varie orchestre, emersero anche le sue doti imprenditoriali e di leader. Le prime formazioni di Ellington comprendono già i primi nuclei delle future grandi orchestre; alcuni dei componenti vi rimasero vita natural durante.

Ma la vera svolta avvenne quando, nel 1926, il produttore discografico Irving Mills (1894 – 1985) divenne l’impresario dell’orchestra. Nel 1928 entrarono a far parte della formazione alcuni tra i più importanti e caratterizzanti solisti: il saxofonista contralto Johnny Hodges (1907 – 1970), il clarinettista Barney Bigard  (1906 – 1980) e il saxofonista baritono Harry Carney (1910 – 1974). In questo periodo Ellington sviluppò uno dei “sound” caratteristici della sua orchestra: lo stile Jungle o Growl. Questo stile, col suo fascino “esotico”, era basato su suoni “selvaggi” e grande uso dei glissando e della sordina wha-wha (propr. sordina plunger) al trombone, grazie anche all’apporto del trombonista Tricky Sam Nanton (1904 – 1946), assunto nel 1926. Negli anni ’30 entrano in orchestra altri fondamentali componenti: i trombettisti Cootie Williams (1911 – 1985) e Rex Stewart (1907 – 1967), il trombonista Juan Tizol (1900 – 1984), il saxofonista tenore Ben Webster (1909 – 1973) e il contrabbassista Jimmy Blanton (1918 – 1942). Con l’ingresso di questi colossi l’orchestra aveva ormai acquisito un’impronta e una personalità inconfondibili e nuove, e l’abilità di Ellington nell’equilibrare l’insieme orchestrale e i momenti solistici fu definitivamente messa in luce. Ma uno degli “acquisti” più importanti fu, nel 1939, quello del pianista, compositore e arrangiatore Billy Strayhorn (Dayton, 1915 – New York, 1967). Strayhorn era un compositore di formazione classica (aveva studiato alla Westinghouse High School of Music di Pittsburgh), e di grande raffinatezza e genialità; la sua carriera, probabilmente anche a causa della sua omosessualità che, oltre all’essere nero, costituiva allora un ostacolo sociale notevole, si svolse all’ombra di Ellington, il quale gli offrì, rendendosi immediatamente conto del suo valore, un lavoro sicuro e uno stipendio.

La portata del contributo di Strayhorn alla musica di Ellington ha iniziato a essere indagata e riconosciuta negli ultimi anni. Altri grandi solisti fecero parte dell’orchestra (Paul Consalves, Russell Procope, Ray Nance etc.). Degli anni ’50 si ricorda la suite Such sweet thunder, ispirata alle opere di W. Shakespeare, e negli anni ’60, i Sacred concerts. La morte di Strayhorn, nel ’67, gettò Ellington in una profonda depressione, dalla quale stava per riprendersi quando seppe della fine di Hodges, nel ’70. Da questo secondo colpo in realtà non si riprese più, avviandosi verso un declino che, nel maggio del ’74, lo porterà alla morte, causata da un cancro ai polmoni.

 


[1] Il termine “swing” (lett. “dondolamento”, “movimento altalenante”) ha, nel linguaggio comune americano varie accezioni. In campo musicale e jazzistico viene usato per indicare il modo “relaxed” e non rigido di emettere i suoni o di tenere il tempo (“avere swing”), ma anche per inquadrare storicamente il periodo che va dagli anni ’30 ai ’40, detto appunto “Era dello Swing”. Sembra che l’uso comune di questo termine provenga da un brano del 1932 di Duke Ellington, It don’t mean a thing if it ain’t got that swing (Non significa nulla se non ha swing), nel quale sembra che sia stato usato per la prima volta in un contesto musicale.

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