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Stefania Tallini, “Viceversa”(2013, Alfa Music). Intervista.

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Stefania Tallini, “Viceversa”(2013, Alfa Music). Intervista., 5.0 out of 5 based on 140 ratings

Stefania Tallini, “Viceversa”(2013, Alfa Music). Intervista

a cura di Paola Parri

 cover Viceversa

Di recente pubblicazione per Alfa Music, il nuovo lavoro discografico di Stefania Tallini si intitola “Viceversa”. Registrato con due musicisti come Guinga alla chitarra e Corrado Giuffredi al clarinetto, “Viceversa” conferma la già provata capacità di Stefania Tallini di far dialogare componenti musicali differenti, di mettere in relazioni cifre linguistiche desunte dalla sua formazione classica con la passione per il jazz e un profondo amore per la musica brasiliana. I quattordici brani di “Viceversa” sono un esempio tangibile di quella composizione ispirata che riesce a incanalare in una forma perfetta un portato emotivo consistente. “Viceversa” è uno scambio, un crocevia in cui si incontrano il canto e il ritmo, la poesia e la danza, il cui fulcro è il pianoforte di Stefania Tallini, la sua sensibilità di artista che non prescinde mai dal proprio vissuto e dal proprio  mondo interiore regalandoci un universo poetico e profondamente umano. Abbiamo intervistato Stefania Tallini per parlare di “Viceversa”.

Paola Parri: “Viceversa”. La parola rimanda necessariamente a un’idea di scambio, di reciprocità e di fatto questo tuo lavoro discografico è frutto di una relazione musicale con due artisti eccezionali: Guinga e Corrado Giuffredi. Qual è l’idea che sottende questo lavoro in studio?

Stefania Tallini: È un’idea fondata – come dici – sulla reciprocità, appunto, intesa come possibilità di raccontarsi attraverso le varie sfaccettature musicali che negli anni hanno accompagnato e accresciuto il mio mondo compositivo e pianistico.

Aspetti che vengono dalla musica colta, dalla musica brasiliana d’autore, dal jazz: tutto ciò che fa parte della mia storia musicale, insomma. Con Guinga e Corrado Giuffredi è stato possibile far parlare tutto questo, proprio perché vengono da realtà musicali opposte; e nel rapporto con loro, nel poter riunire in un unico filo le mie storie musicali, ho potuto essere ciò che sono oggi artisticamente. È quindi un’idea che – nata in modo del tutto naturale e spontanea – oggi mette insieme quei mondi che per tanto tempo ho vissuto in modo conflittuale e contraddittorio, quasi che l’uno escludesse l’altro. E invece l’uno si nutriva dell’altro senza che neanche me ne rendessi conto. Sento che oggi, con “Viceversa“, torna il senso di tutto, di una ricerca che non ho mai smesso di fare per trovare in modo sempre più definito un mio linguaggio, una mia espressione, un mio “dire” ciò che sono, nel modo più profondo e sincero possibile.

P.P: Perché la scelta è caduta proprio su questi due artisti? Cosa rappresentano per Stefania Tallini?

S.T.: Sono state scelte nate dalla vita stessa: Corrado Giuffredi è un acclamatissimo clarinettista dell’area colta, ma con una grande apertura alla musica “altra”, quella popolare e quella cosiddetta “di confine”. Conosciuto per caso a Radio Svizzera, per una trasmissione in cui eravamo entrambi ospiti, abbiamo suonato un mio arrangiamento per duo del mio brano “A Veva”, e immediato è stato l’incontro: quello vero, quello che ti emoziona, che prende al cuore subito. Il suo suono, il suo modo di interpretare, mi hanno colpita profondamente e da allora ho sempre sognato di sentire altra musica mia suonata da lui. E Corrado – mentre suonavo le mie composizioni per provare il meraviglioso Fazioli dello studio – è rimasto in un angolo ad ascoltare ogni cosa che facevo, innamorandosi del mio mondo musicale. E quindi è stato reciproco: quel giorno ci siamo detti che prima o poi avremmo realizzato un progetto insieme, non sapevamo quando, ma sapevamo con certezza che sarebbe accaduto. Sono passati 2 anni da quell’incontro ed ora… Eccoci qua!

Ho conosciuto Guinga nel 2007, grazie a Gabriele Mirabassi con cui lavoravo in quel periodo e fu subito una scoperta sorprendente per me. Grandissimo compositore, ma anche cantante e chitarrista molto originale, è considerato in Brasile l’erede di Villa Lobos e di Jobim. Lui è innanzitutto un autore, la cui musica riesce a far vibrare i musicisti (ma non solo) di ogni genere e di ogni parte del mondo. Perché la sua è una musica che definirei “universale”, nella quale chiunque trova un modo per riconoscersi.

A cominciare dai 2 o 3 anni, il papà – che era innamorato dell’Italia, senza esserci mai stato – lo faceva sedere sulle sue ginocchia per ascoltare insieme la musica italiana, il jazz, l’opera lirica, la musica napoletana, la musica classica. E Guinga si innamorò di tutto questo portandolo poi nella sua musica, nutrita del suo background brasiliano tradizionale, ovviamente, ma intriso anche di questo mondo affascinante di suoni, che per lui erano lontani e provenienti da realtà che mai avrebbe immaginato un giorno di conoscere e frequentare. Eccone l’incredibile unicità, che viene dal suo avere un profondo rapporto con la tradizione, unito a un’ispirazione ricca di modernità. La cosa incredibile è che lui non conosce formalmente nulla di musica, non sa scriverla, né leggerla, compone e suona solo a orecchio, fin da bambino. E questa è la cosa più emozionante.

Aver scelto per il mio disco due musicisti così lontani fra loro artisticamente – come accennavo prima – era la cosa che più dava un senso al “Viceversa” che cercavo, un cerchio che si chiude, dove tutto trova una sua collocazione senza contraddizioni.

P.P.: Vuoi parlarci delle composizioni di “Viceversa”, sono tutte tue? Cosa ti ha ispirata? Sono concepite come un unico concetto espresso in momenti musicali singolari oppure sono episodi che provengono da suggestioni differenti?

S.T.: Nel disco ci sono dieci composizioni mie e quattro di Guinga. Ecco, uno dei “Viceversa” più belli per me è stato proprio lo scambio tra noi come compositori-interpreti: lui della mia musica (in due brani cantati) ed io della sua (in duo chitarra-pianoforte). È la prima volta che inserisco in un mio disco brani di un altro autore (a parte l’episodio di “Over The Rainbow”, nel precedente cd in piano solo) e per me è stato molto importante farlo, perché anche l’essere interprete di musica altrui fa parte della mia storia musicale, soprattutto negli ultimi anni.

Per quanto riguarda le mie composizioni, devo dire che esse vengono dopo un lungo periodo di “silenzio”, che è stato molto sofferto per me. Per quasi più di tre anni, infatti, ho avuto un blocco creativo totale, non riuscendo più a comporre nulla. Succede, quando la musica va di pari passo con la vita e con le vicende personali. Almeno per me è così… Io non riesco a scindere ciò che sento, dal comporre o dal suonare. Ma soprattutto dal comporre, perché quella è la mia dimensione più intima e vera, la stessa che ho avuto paura di aver perso in questo periodo difficile. A un certo punto arrivi anche a pensare che la musica sia andata via per sempre, che non tornerà mai più e ti senti totalmente inutile e fragile. Ciò nonostante, ho cercato di dare un senso a questa difficoltà, ascoltando tanta, ma tanta musica: classica, jazz, brasiliana, i miei tre amori di sempre. Ho studiato, ho cercato, ho “rubato” alla musica bella e ho aspettato che la “mia” musica tornasse a vivere in me. E così è stato… Un giorno, piano piano, suonando suonando, ha preso forma quella prima idea che ho poi intitolato “Vertiginosa”, il terzo brano dell’album. Un brano al quale sono affezionatissima, perché attraverso di esso si è rotto quel silenzio terribile che mi stava spegnendo il cuore.

Per rispondere al “cosa” mi ha ispirata, ti dico che ogni brano che compongo nasce sempre da un sentire particolare che mi porta poi all’esigenza di improvvisare, di vagare liberamente tra i suoni, finché non prende forma qualcosa che sento appartenermi e che sta parlando di come sto in quel momento. Quindi direi che più che un “qualcosa” a ispirarmi, è un “come” che parte da dentro, dal rapporto con l’esperienza. E ogni composizione è un momento musicale, sì, molto diverso dall’altro, ma essi non sono mai separati tra loro, perché il fil rouge di tutto questo è la mia stessa vita.

Ecco perché per me è impossibile “decidere” di scrivere. Non sono una musicista che compone “a tavolino”, che pianifica le sue composizioni o che cerca un tema che sia fonte d’ispirazione per scrivere. Io compongo entrando nei suoni attraverso l’improvvisazione e soprattutto lo faccio “a orecchio”, perché per me è inconcepibile questa cosa senza il rapporto fisico col suono. E penso che la fisicità maggiore avvenga proprio quando si suona “a orecchio”: senza filtri, senza conoscenze “prima”, senza schemi ma solo con l’esigenza forte di farsi guidare  dalla melodia, dall’armonia e dal senso della forma, senza mai sapere in precedenza dove andrai.

P.P.: La titletrack, “Viceversa” è un piano duo. Stefania Tallini suona con Stefania Tallini. Come hai realizzato questa traccia? Dove nasce l’esigenza di dialogare pianisticamente con te stessa?

S.T.: Questo piano-duo è nato dall’improvvisa voglia non tanto di dialogare con me stessa, ma di esplorare una sonorità per me nuova, che era tutta da scoprire e che ha preso forma durante l’atmosfera emozionante della preparazione del disco. Dopo aver deciso di intitolare l’album “Viceversa“, ho voluto dare anche a questo brano lo stesso titolo, perché forse era quello che meglio rappresentava questa reciprocità: io con me stessa, più di così!

La realizzazione è avvenuta grazie al fatto di aver cambiato – tempo fa – il mio vecchio pianoforte Petrof, con un bellissimo Kawai con il Silent (quel meccanismo per cui si può suonare in cuffia), che permette anche di registrare ciò che si suona. E un giorno, sentendo sempre più forte questo desiderio di scrivere per due pianoforti, ho cominciato a giocare suonando un ostinato dei bassi, che a poco a poco si è definito sempre più e che poi ho registrato. Da lì ho cominciato a improvvisarci sopra, finché non è venuta fuori l’idea melodica del brano e così, via via è nato “Viceversa“, che con tutto il cuore ho dedicato al pianoforte, strumento che è stato ed è il mio amato “compagno di vita”.

P.P.: Ci sono due brani che Guinga canta, di cui uno, “Mãe Do Mar” il cui testo è a firma Thiago Amud, un poeta brasiliano. Puoi dirci qualcosa in più di questo brano e di questo poeta? Come tradurresti il titolo?

S.T.: Il titolo vuol dire “Madre del Mare” e il testo è ispirato al mito di Penelope, dell’Odissea. È un testo originalissimo, perché  viene fuori un’immagine completamente diversa di questa donna. Infatti è una Penelope che si ribella al suo destino di fare e disfare la tela in attesa di Ulisse, ma che invece racconta del suo desiderio, della solitudine di cui è stanca e delle sue notti insonni a sognare d’incontrare un giorno il suo amore. Una Penelope che Thiago immagina essere del Nord Europa e che invoca per questo sia  la nordica Sirena Lorelei, che la “Madre del Mare” (con quel grido “Odoya”, con cui si invoca appunto Yemanjà, nel culto afro-brasiliano del Candomblé), affinché le mandino il mare, il vento e una nave, per poter raggiungere il suo amato nel Sud del mondo.

Thiago Amud, classe 1980, già da molti anni è considerato uno dei maggiori autori dell’avanguardia brasiliana. E’ anche cantante, compositore e arrangiatore. Un giorno gli ho inviato alcuni brani miei, lui se ne è innamorato e da subito ha manifestato il forte desiderio di scrivere un testo, in particolare per quel brano che era la mia ninna-nanna “A Veva”, registrato nel precedente disco e che ora – nella versione meravigliosamente cantata da Guinga – si è trasformato appunto in “Mae Do Mar”. Ora Thiago sta lavorando anche ad altri testi su musica mia, vedremo cosa succederà di questa collaborazione con lui…

P.P.: La tua musica anche in questo lavoro si prefigura come crocevia di ispirazioni e suggestioni diverse: dalla musicalità del Brasile alla musica colta occidentale ad esempio. Elementi che riesci sempre a fondere in un linguaggio tuo personale. Non ho potuto fare a meno di notare che c’è sempre comunque un elemento extramusicale che abita le tue composizioni e che potrei genericamente chiamare “poesia”. Condividi questa mia impressione?

S.T.: Mi lusinga enormemente ciò che dici e ancor più mi fa piacere se altri condividono questo pensiero con te, perché forse io non sono la persona più indicata per dire questo. Soprattutto perché il mio è un punto di vista (o di ascolto), totalmente differente, rispetto ai fruitori della mia musica. Mi interrogo spesso su quale possa essere il vissuto di chi ascolta le mie composizioni:  è stranissimo per me pensare che un “mio” così intimo, così nascosto dentro di me, così segreto, possa diventare – attraverso la musica – di qualcun altro (che magari neanche conosco), nel momento in cui mi ascolta. E’ questo che trovo molto poetico, dal mio punto vista.

P.P.: Cos’è poesia per Stefania Tallini?

Per me poesia è un modo di vivere, è cercare il “profondo” della vita e dei rapporti umani, è inseguire quell’irrazionale che dà respiro al quotidiano. Cercare un “meglio” sempre, non rassegnarsi, non fermarsi, non smettere mai di studiare, approfondire, andare a fondo. Rischiare, andare a vedere se c’è un oltre, per sentirsi sempre più “esseri umani”. A questo proposito vorrei citare una cosa bellissima detta da Rita Levi Montalcini: “nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi”. Ecco, questo per me è poesia: cercarla in ogni momento, in ogni sentire, in ogni sfumatura, in ogni angolo della vita. E anche della musica.

P.P.: Potremo ascoltare “Viceversa” nei prossimi mesi dal vivo?

S.T.: Sì, farò un giro di concerti di presentazione del disco a fine febbraio-marzo, sia in duo con Guinga, che in trio, con lui e Corrado Giuffredi. Suoneremo tra l’altro al Quirinale (per “I Concerti del Quirinale”) il 9 marzo, con la diretta radiofonica di Radio Tre e del circuito EBU (European Broadcasting Union). Questi sono gli impegni più a breve scadenza. Più in là è previsto invece un tour in Germania, in duo con Guinga, alla fine del prossimo anno.

Approfondimenti sul sito di Stefania Tallini.

 

 

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2 COMMENTI

  1. Una critica basata sul gusto personale e redatta stile sentenza non merita risposta sensata, dato che senso non ne ha.
    Semmai volesse motivare con oggettività di elementi siamo aperti alla discussione.

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