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R. Blechacz, Chopin: Polonaises (2013, Deutsche Grammophon)

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R. Blechacz, Chopin: Polonaises (2013, Deutsche Grammophon), 5.0 out of 5 based on 199 ratings

R. Blechacz, Chopin: Polonaises (2013, Deutsche Grammophon)

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Lo confesso: se avessi saputo che Rafał Blechacz, trionfatore del concorso Chopin di Varsavia nel 2005, stava preparando il suo terzo album chopiniano (dopo quelli dedicati ai Preludi e ai due Concerti) e avessi dovuto azzardarne il repertorio, avrei puntato sui Notturni. O forse su seconda e terza Sonata. O ancora su una scelta di Mazurche. Le polacche le avrei ritenute abbastanza improbabili. E – come dimostra questo CD uscito per la Deutsche Grammophon ai primi di settembre – mi sarei sbagliato.

Il fatto è che quando si pensa a cose come la polacca “Eroica” op. 53, alla “Militare” op. 40 n. 1 viene abbastanza naturale associarle alle letture epiche, grandiose, piene di pathos e tregenda che ne hanno dato autentici titani del pianoforte come Rubinstein, Horowitz o Gilels. Ma è anche vero che quel tipo di interpretazione, per quanto dal fascino indubbio, non esaurisce lo spettro del possibile.

Nel suo saggio sull’elemento nazionale della musica di Chopin[1] il musicologo Bodhan Pociej identifica nelle polacche e nelle mazurche – in quanto forme direttamente riconducibili alla  danza – i luoghi della produzione chopiniana in cui la polonità di Chopin si manifesta in maniera più evidente: ma mentre nelle mazurche di norma prevalgono gli stilemi della musica popolare, nelle polacche il background è quello delle corti nobiliari, dei castelli e dei palazzi, in una parola dell’aristocrazia. Ecco, aristocrazia mi sembra un termine chiave per capire e apprezzare a fondo gli esiti straordinari raggiunti da Blechacz in questo suo disco.

Probabilmente l’antecedente più diretto della linea interpretativa lungo la quale si muove Blechacz è costituito dalle versioni che di questi stessi pezzi ha inciso un altro gigante del pianismo chopiniano, troppo spesso dimenticato: Adam Harasiewicz. Si tratta in un caso e nell’altro di letture in cui epica e pathos non vengono presupposti ma dedotti, non sottolineati ma distillati attraverso un’analisi  minuziosa e intelligentissima del segno musicale. Blechacz però a mio avviso va ancora oltre Harasiewicz su almeno due piani: quello della tavolozza coloristica di cui dispone il suo pianismo e quello dell’ampiezza dello sguardo con cui colloca queste composizioni nel panorama della storia della musica.

Gli esempi da fare sarebbero innumerevoli, e sarà gioco forza limitarsi solo a qualche spunto. Prendiamo ad esempio il celebre passaggio della Polacca op. 53 con l’ostinato in crescendo alla mano sinistra: indubbiamente Blechacz non raggiunge il “rombo di tuono” di Rubinstein o di Horowitz, ma riesce per contro a rendere con impressionante nitidezza il gioco di frizioni armoniche che si instaura fra quella figurazione di quattro note e il motivo che nel frattempo si sviluppa alla mano destra; o l’inizio strafamoso della Polacca op. 40 n. 1, reso con uno stacco di tempi e un fraseggio delle terzine che se non rendono i rulli di timpano della tradizione fanno pensare – con un’intuizione a mio avviso geniale – alle sarabande o alle ouverures in stylo francese di Bach: compositore non a caso fra i prediletti del giovane pianista polacco.

Altre perle interpretative le troviamo nella Polacca op. 44: dal nobile e appassionato tema iniziale suonato in maniera da valorizzare appieno l’autentico arazzo armonico che lo accompagna, alla resa quasi espressionistica , bartokiana della successiva sezione in ostinato, all’interludio lento in cui Blechacz risolve con grande dolcezza ma anche perfetta idiomaticità il ritmo di danza, non consentendoci di dimenticare neanche per un attimo che l’indicazione chopiniana parla esplicitamente di Tempo di mazurka.

Ma forse il vero capolavoro interpretativo della raccolta lo troviamo nella conclusiva Polacca-Fantasia op. 61. Lo stesso Blechacz in un’intervista[2] ha dichiarato la sua predilezione speciale per questo brano, parlandone come di un “poema metafisico della sofferenza”. E in effetti Blechacz realizza qui un affresco sonoro sul tema della scomparsa: lo capiamo già dall’introduzione, in cui gli arpeggi vengono suonati con un netto diminuendo, con un effetto straniante che al tempo stesso è di eco e di allontanamento. Lo capiamo dal peso strutturale e di significato con cui realizza le pause coronate che Chopin dissemina lungo la partitura (fare musica col silenzio: non è forse questo il sigillo dei musicisti davvero grandi?). E soprattutto lo capiamo dall’arco perfetto con cui il pianista tende la struttura enormemente complessa di questo lavoro, facendo della sezione lenta in si maggiore col suo inizio in corale l’asse non solo geometrico ma soprattutto emotivo di tutta la composizione.

In conclusione: un disco che a mio modo di vedere è davvero in grado di aprire orizzonti nuovi nella lettura e nella fruizione di pagine tanto famose e per certi versi tanto usurate dalla loro stessa fama. E tanto più notevole perché i mezzi di cui si serve Blechacz attengono alla pura sfera della musica, senza nessuna concessione a suggestioni o rimandi estranei a ciò che è presente in queste partiture meravigliose. E un disco che rivela un’altra splendida tappa nell’evoluzione di un pianista che sempre più si dimostra fra i più interessanti della giovane generazione di interpreti, e ormai tra i più interessanti tout court.

* * *

Nello scrivere questa recensione mi è giunta notizia della scomparsa dell’insigne musicologo, compositore e scrittore Roman Vlad. È stato grazie a Vlad e al ciclo di conversazioni con Corrado Augias uscite per Repubblica che in un’epoca ormai lontana della mia vita ho scoperto le profondità di senso e di contenuto della musica. È alla sua memoria che, in segno di inadeguato ma rispettoso omaggio, dedico queste mie parole.


[1] Bodhan Pociej, Polskość Chopina, Warszawa, 2011

[2] Jacek Hrawyluk, Polonezy pełne grozy. Rozmowa z Rafałem Blechaczem, in Gazeta Wyborcza, 18.9.2013

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5 COMMENTI

  1. Grazie a tutti! Ma se la recensione è stimolante è solo merito del disco che è un capolavoro. Blechacz è uno dei pochi musicisti giovani che ha scelto la strada antica, per dire così: non propone interpretazioni sopra le righe, non si veste come per un ballo in maschera, non fa dichiarazioni shocking. Si propone per quello che riesce a dire con la musica, servendola e non servendosene. E per questo merita ogni successo.

  2. Complimenti. Adoro Chopin e leggere questa recensione mi ha fatto davvero venire voglia di ascoltare il lavoro di Blechacz!

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